Dalla rassegna stampa Cinema

PISCICELLI, IL RITORNO

«Così racconto la vita dei rom in Svizzera»

Salvatore Piscicelli si può considerare il padre spirituale delle cosiddette «nouvelle vague» partenopee e il suo folgorante esordio «Immacolata e Concetta» (1980) ha assunto nel tempo la valenza di un film-manifesto per il modo di fare e pensare il cinema che rompeva con i modelli convenzionali. Ora, grazie alla Ripley’s Home Video, esce il dvd del film (nella foto, una scena), con un’ intervista al regista. Martedì sarà presentato, alla presenza del cineasta, al Pan per iniziativa della Mediateca S. Sofia con la scuola di cinema Pigrecoemme. Negli ultimi anni, Piscicelli, lei è tornato al documentario che aveva praticato in gioventù. «Sì, ho girato ”La comune di Bagnaia” e ”La canzone di Marcello”, con Marcello Colasurdo, che è il personaggio-guida di un viaggio nella zona di Pomigliano d’Arco dove sono nato e cresciuto. In realtà il mio è un work in progress, un progetto più ampio con il quale sono ritornato alle radici per registrare la trasformazione socioeconomica e antropologica di un tratto particolare dell’entroterra campano e ho utilizzato come punto di riferimento un’importante esperienza politica e culturale, il gruppo operaio di Pomigliano». Però sta lavorando anche a un film di finzione per il grande schermo. «Con il produttore Enzo Porcelli preparo l’adattamento del romanzo di Mario Cavatore «Il seminatore», che ricostruisce la condizione dei rom nella Svizzera degli anni ’40 e ’50 dove operava un’organizzazione che li selezionava e li affidava ad alcune famiglie per rieducarli. L’organizzazione in seguito fu smantellata, ma la vicenda è inquietante e attuale perché ha a che fare con le ricerche eugenetiche portate avanti da molti paesi occidentali. La sceneggiatura che sto scrivendo con Carla Apuzzo è quasi pronta, le riprese potrebbero partire l’anno prossimo». «Immacolata e Concetta» fece irruzione nel cinema italiano per la sua forza trasgressiva. Vinse alcuni importanti premi a Cannes e a Locarno, ma suscitò anche molte polemiche. «Raccontare nei primi anni ’80 una relazione erotica tra due donne, interpretate da Ida Di Benedetto e Marcella Michelangeli, e per di più di una realtà contadina, era già di per sé un’operazione trasgressiva. Fui attaccato dai giornali di destra e il film fu censurato. I movimenti femministi e lesbici invece lo apprezzarono, perché guardavo al desiderio femminile in maniera empatica, non maschilista. Quando scrivemmo la sceneggiatura, io e Carla fummo stimolati dall’idea di raccontare un insolito triangolo in un mondo rurale nel quale l’omosessualità era vissuta in modo liberatorio». r.s.

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