Dalla rassegna stampa Cinema

Pasolini-Guareschi Sfida di «Rabbia»

Film restaurato. Lo commentano Dini e D’Alema

FESTA
Sacro e profano alla Festa del Cinema. Tarda serata di venerdì: una lunga fila di persone si snoda dal Teatro Studio dell’Auditorium fin quasi al red carpet, mischiandosi con la folla dei fan ululanti dell’attrice hollywoodiana Halle Berry. Dentro, nella sala dell’Auditorium, sta per avere luogo una tenzone politico-cinematografica tra Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi, campioni della cultura progressista vicina al Pci, l’uno, e di quella conservatrice e filo clericale l’altro. Un film-dibattito restaurato, La Rabbia, ma anche una «prova di coraggio per i due autori», ha sottolineato dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema che ha assistito insieme al senatore Lamberto Dini alla proiezione. Il film nacque non senza problemi: il produttore Gastone Ferranti chiese a Pasolini di scegliersi un contraltare che potesse sostenere una tesi opposta alla sua, senza essere ridicolizzato dalla statura del poeta. Pasolini fece una rosa di nomi tra cui Montanelli. Infine i due si accordarono sul nome di Guareschi.
Scorrono le immagini della guerra d’Algeria, della rivolta in Congo, della rivoluzione dei barbudos Cubani contro la dittatura di Fulgencio Batista, della rivolta d’Ungheria del 1956 contro la repressione dei carri armati sovietici. Il film prosegue con un atto d’accusa contro le storture dei Paesi capitalistici e la Fiat – «Comprare un operaio non costa nulla», commenta Pasolini attraverso la voce narrante di Renato Guttuso – mentre dalla convention del Partito repubblicano statunitense per le primarie, da cui uscirà la candidatura a presidente di Eisenhower, il poeta ricava alcune considerazioni sul sistema americano: «Quando sarà inarrestabile il ciclo della produzione e del consumo, allora la nostra Storia sarà finita». È il «pessimismo di Pasolini – rileva o Dini – che colpisce anche di più della forza del suo linguaggio» e che, sostiene il moderatore Giuliano Ferrara, fa apparire ancor più «qualunquista, becero, clericale e un po’ schifosetto», il linguaggio e il tono di Guareschi. Fu proprio quel senso dell’ineluttabilità della fine che la prova di Pasolini indignò la sinistra. Il Partito comunista gli rimproverò, oltretutto, una certa ingenuità: il poeta e regista accettò di girare la prima parte del film-dibattito, rinunciando all’ultima parola, ago della bilancia di ogni confronto politico. In realtà non c’è quasi mai partita con Guareschi, troppo rozzo nell’interpretare il suo tempo: sui missili a Cuba, ad esempio, parla di casse da imballaggio vuote spacciate dall’Urss per missili nucleari al fine di presentare Kruscev come il salvatore della pace, come colui che per senso di responsabilità nei confronti dell’umanità rinuncia al braccio di ferro con Kennedy. E ancora, su Castro e la rivoluzione cubana, parla apertamente di un dittatore sostituito dagli Stati Uniti con un altro dittatore. È la modernità, infine, a vincere su due contendenti: «su due conservatori – spiega il ministro degli Esteri – che guardano al loro tempo in maniera diversa: per Pasolini modernità è la morte della bellezza rappresentata dalle foto del cadavere di Marilyn. Per Guareschi la modernità è la morte dei valori tradizionali, della fede e della famiglia». Due punti di vista esemplificati anche dalle due figure di pontefici che gli autori portano: Papa Giovanni per Pasolini; Papa Pio XII per Guareschi. Un film che oggi sarebbe impensabile, per il coraggio dei duellanti: «Per due intellettuali di quel livello – spiega D’Alema – prendere un rischio del genere, l’uno non conoscendo il lavoro dell’altro, dimostra un carattere oggi impensabile al mondo della cultura come a quello della politica».

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