Dalla rassegna stampa Cinema

Lo strano film di Pasolini e Guareschi

La pellicola restaurata è stata presentata ieri sera al Teatro Studio nell´ambito della festa del Cinema di Roma

LA RABBIA

L´opera, in due parti separate, doveva rappresentare l´Italia da punti di vista opposti Fu un fiasco anche se Pier Paolo si inventò un dialogo per fare un po´ di pubblicità
L´incomprensione tra i due era inevitabile e l´autore di “Ragazzi di vita” voleva ritirare la firma

Ci voleva un pretestuoso gioco del caso per mettere insieme Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi. E non soltanto perché si trattava di due figure agli antipodi: Pasolini, un intellettuale di ascendenza cattolica e marxista, tormentato dalle figurazioni storiche e psicologiche del potere, omosessuale on the field e frequentatore assiduo di periferie e di degradi metropolitani; e l´altro, l´anticomunista di Candido, uomo ideologicamente semplice, il creatore del presepio di Peppone e don Camillo, un monarchico, un reazionario consapevole, avverso a quasi tutte le forme possibili di progresso. Ecco allora lo scontro vero, con la personalità dell´uno che filtrava il passato e la sua conservazione in modo incompatibile con la sensibilità dell´altro.
L´abbinamento fra i due era stato inintenzionale, avvenuto in un film di montaggio di quasi due ore, La rabbia, che uscì nel 1963 e conobbe le traversie che si possono immaginare per un´opera fondata sull´incomunicabilità dei due protagonisti. Come la coppia di autori, anche il film era perfettamente schizofrenico: la prima parte tutta di Pasolini, la seconda di Guareschi. Adesso che la pellicola è stata restaurata dalla Cineteca di Bologna (in collaborazione con il Centro studi-Archivio Pier Paolo Pasolini e il gruppo editoriale Minerva Raro Video), ed è stata presentata ieri sera al Teatro Studio di Roma, nell´ambito della Festa del cinema, è di qualche interesse ripercorrerne la vicenda.
A prima vista, la collaborazione (o non collaborazione), fra Pasolini e Guareschi rappresenta uno dei più insensati cortocircuiti immaginabili negli anni Sessanta. Prendere lucciole pasoliniane per lanterne guareschiane poteva condurre soltanto al fallimento. Da una parte il poeta, romanziere, intellettuale, cineasta di successo, compagno di strada del Pci a dispetto dell´espulsione per indegnità comportamentale; dall´altra l´umorista autore di romanzi popolari come Il destino si chiama Clotilde e Il marito in collegio: ma soprattutto l´anticomunista senza inibizioni, portatore di una visione volutamente arcaicizzante, di cui il paesaggio apparentemente immutabile nel “mondo piccolo” della bassa padana, con il fiume, le nebbie e le estati, costituisce un fondale mitizzato, implausibilmente insensibile al tempo e alla storia.
Come dichiarò Pasolini a Paese sera, annunciando che avrebbe ritirato la firma dal film, vista la versione finale, «il produttore Ferranti mi aveva invitato a fare un film su un marziano che scende sulla Terra», utilizzando materiali di repertorio, cinegiornali, detriti di pellicola: «La mia ambizione è stata quella di inventare un nuovo genere cinematografico. Fare un saggio ideologico e poetico con delle sequenze nuove».
La parte di Guareschi era stata aggiunta dopo la prima visione del collage di Pasolini, in quanto non si erano resi disponibili altri autori che avrebbero dovuto completare l´opera (lo stesso Pasolini infatti aveva pensato, come possibili interlocutori, a Montanelli, Barzini, Ansaldo).
Ancorché mediata dal mestiere, dal montaggio, dalla tecnica, la convivenza fra l´opera di Pasolini e quella di Guareschi era un non senso, nonostante tutta la buona volontà pasoliniana: «In principio mi rifiutai. Ero seccato. Poi una serie di considerazioni mi hanno portato a cambiar parere. Mi ricordavo il Guareschi del Bertoldo, da cui è nato in un certo senso il mio antifascismo. Poi ricordavo il Guareschi che va in campo di concentramento e vi rimane per orgoglio. Poi, il Don Camillo, che è un´opera qualunquista, ma non pericolosa. E mi rassegnai».
Tanto più che, proprio come Pasolini, Guareschi lavorò in perfetta autonomia, senza mai prendere visione del film di Pasolini e senza stabilire alcun contatto. I due si sfiorarono soltanto perché l´autore di Ragazzi di vita accettò di scrivere uno scambio epistolare fittizio con Guareschi, con intenti pubblicitari, e forse con l´obiettivo di sollevare una polemica, o semplicemente per salvarsi l´anima: «Egregio Guareschi, come ogni umorista che si rispetti – e io voglio rispettarla – Lei è un reazionario». In realtà, a film completato, l´incompatibilità esplose, e Pasolini prima ritirò e poi ripristinò la firma, bollando comunque l´opera di Guareschi con parole di fuoco: «Se Eichmann potesse risorgere dalla tomba e fare un film, farebbe un film del genere». Fare collaborare due culture opposte talvolta è possibile. Ma forse è impossibile mettere insieme senza collisioni due versioni incompatibili dell´essere conservatori.

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Egregio Guareschi…

Lei è un vero reazionario e userà le armi della mediocrità

Egregio Guareschi,
come ogni umorista che si rispetti – e io voglio rispettarla – Lei è un reazionario.
Perciò so bene quale sarà la sua rabbia, la sua rabbia reazionaria…
Sarà la rabbia di chi vede il mondo cambiare, cioè sfuggirgli, perché i reazionari sono degli ammalati. Degli spiriti senza piedi.
So bene chi sarà esaltato e chi sarà umiliato nel suo film.
Lei è a destra, a difendere le Istituzioni, perché ha paura della storia. I monumenti non sono pericolosi. Tutt´al più sono brutti. E lei è insensibile alla bruttezza.
Lei è insensibile alla bruttezza. Perciò ha scelto la mediocrità.
È questa la ragione per cui, se la rispetto come umorista, la rispetto meno come scrittore.
E appunto perché lei userà le armi della mediocrità, del qualunquismo, della demagogia e del buon senso, lei riuscirà vincitore in questa nostra polemica, lo so bene.
Ma qual è la vera vittoria, quella che fa batter le mani o quella che fa battere i cuori?
Stia bene,
suo P. P. P.

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Egregio Pasolini…

Siamo su due rive opposte lei è un conformista e io no

Egregio Pasolini,
io, borghese di destra, vedendo un negro scannare un bianco, dico «Povero bianco »; Lei dice, invece, «Povero negro». E, per questa mia solidarietà di bianco con la razza bianca, Lei mi accusa di razzismo. Questo perché Lei è un borghese di sinistra e, come tale, conformista. Le dittature non tollerano l´umorismo di cui hanno paura e, sulla soglia del tetro e sconfinato impero comunista, la Storia ha scritto col sangue dei milioni d´assassinati: «Qui è proibito ridere!». È logico, perciò, che l´umorista Guareschi venga giudicato dal marxista Pasolini come fu giudicato da altri conformisti nel 1943: un sovversivo da isolare.
Siamo su opposte rive: mentre la sua Rabbia risulterà in regola col conformismo e con tutti gli altri «ismi» di moda, la mia sarà quella di chi è rimasto ciò che era trent´anni fa: un uomo qualunque pronto a battersi sempre contro il conformismo anche a costo di rompersi la testa; un uomo che difende il mondo dello spirito insidiato dal mondo ateo del materialismo e, perciò, non dimentica la logica, la Storia, il buon senso ed è nemico di coloro che vorrebbero arare la terra dove giacciono le ossa dei nostri Morti.
Non potendoLe dire «Arrivederci» perché le nostre strade vanno in direzioni opposte, La prego gradire i distinti saluti di

GIOVANNINO GUARESCHI

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