Dalla rassegna stampa Cinema

Viaggio a tinte pop nel sogno (infranto) degli anni Sessanta

Alla rassegna romana entusiasma Julie Taymor con «Across the Universe»

La regista: le canzoni dei Beatles come libretto

ROMA — On the road verso l’America anni Sessanta. Anni felici, gioventù dorata, ragazze pon pon, giovanotti rugbisti, villette linde, ordine e benessere garantiti da qui all’eternità. Anni dolenti, il sogno interrotto bruscamente da una guerra lontana, nel Vietnam, che via via ruba figli, fratelli, fidanzati e li rende indietro spesso dentro una bara, con bandiera a stelle e strisce in omaggio per asciugare le lacrime. Anni ribelli e generosi, il movimento pacifista, gli hippy, le droghe, il libero amore, il rock, i campus insanguinati. Un decennio che ha ribaltato il mondo, una generazione diventata mito. E per raccontare il mito bisogna essere poeti o musicisti. O entrambi come i Beatles, i Fab Four che meglio hanno saputo cogliere lo spirito ruggente e psichedelico dei Sixty.
Canzoni diventate «classici» della musica del ‘900, da ascoltare e cantare con indelebile emozione oggi come mezzo secolo fa. Across the Universe ieri accolto con grandi applausi, testimonia la vitalità di quei brani, scelti dalla regista Julie Taymor come traccia narrativa per un viaggio appassionato e visionario, dentro quell’Universo. Che nel film Taymor colora con le tinte pop del musical, ingaggiando oltre a una sessantina di bravissimi attori-cantanti, una nutrita pattuglia di ballerini guidati dal geniale Daniel Ezralow, il coreografo dei Momix. «Più che un musical, lo definirei un’opera rock, dato che i testi delle canzoni fungono da libretto», precisa la regista, che al cinema ha già firmato Frida e Titus, a Broadway Il Re Leone e per la lirica Il flauto magico del Maggio Fiorentino e del Met.
Punto di partenza della storia un amore transatlantico tra Jude, ragazzo di Liverpool e Lucy, fanciulla di New York. «La sfida per raccontare tutto il resto, lo sfondo sociale e politico di quegli anni, gli scontri razziali, il dramma dell’arruolamento, era di usare solo le canzoni dei Beatles — precisa Taymor —. Il lavoro di selezione è stato molto lungo. Su 200 alla fine ne abbiamo scelte 33».
Alcune di queste talvolta usate liberamente, al di là degli intenti originari degli autori. E’ il caso di «I want you», trasformata nel manifesto musicale dello Zio Sam che agguanta il malcapitato da spedire in Vietnam. E’ il caso di «Revolution» con cui Jude (il bravissimo Jim Sturgess, singolarmente somigliante al giovane Paul McCartney) manda al diavolo un leader delle rivolte troppo carismatico con le ragazze, specie con la sua Lucy.
«Pur avendo toccato con mano la realtà di quegli anni — mio fratello, mia sorella erano proprio come i ragazzi del film — non ho voluto compiere un’operazione nostalgia – avverte la regista – . Volevo che i giovani di oggi vedessero la passione e l’energia che correva allora, il buttarsi a capofitto nei grandi temi sociali come nella ricerca di se stessi. E’ stata una generazione che si è presa dei rischi. Erano persone che ci provavano. Dovremmo provarci ancora». Tanto più che, se i tempi cambiano, la storia sembra ripetere il suo insensato copione: «Mentre giravamo a New York le scene delle manifestazioni contro la guerra nel Vietnam, sfilando con i pupazzi giganti dei Bread and Puppet, i nostri slogan di protesta suonavano lugubramente attuali. “Ridateci i nostri ragazzi” sono parole che molti americani ripetono pensando all’Iraq». A marcare nettamente l’epoca è invece quella controcultura dei figli dei fiori, delle comuni, del libero amore, della marjuana, dell’Lsd.
Nei panni del dr. Robert, un pittoresco guru che intruppa un altrettanto scombinato gruppo di hippy sul suo bus psichedelico, il cantante degli U2 Bono impegnato in due canzoni: «I am the Walrus» e «Lucy in the Sky with Diamonds». «Un archetipo della beat generation ispirato a Ginzberg, Timothy Leary, Neal Cassidy. Bono sul set è stato divertentissimo, ha persino improvvisato un rap su dei coccodrilli onanisti». Altro cameo quello di Joe Cocker, magnifico barbone ubriacone alle prese con «Come Together». «E’ stato un mio idolo, l’ho sentito la prima volta a 16 anni nello storico concerto di Woodstock». E poi Salma Hayek, amica di Taymor dai tempi di Frida, si moltiplica in cinque infermiere pin-up, mentre Ezralow si trasforma in pretino ballerino.
A coronare tanta gioiosa follia, la benedizione dei Beatles stessi. Il film è stato visto e amato da Ringo, Joko Ono, dalla vedova di Harrison Olivia e infine da McCartney. «Ci siamo ritrovati da soli, Paul e io in una sala di Londra — ricorda emozionata Taymor —. Lui stava in silenzio poi ha cominciato a canticchiare sottovoce “All my Loving”. Anche se avesse criticato il film, quel momento per me sarebbe stato comunque la più straordinaria ricompensa». Una grande ricompensa essere riuscita a farlo vedere a McCartney: canticchiava

SUL BALCONE
Sharon Stone e Veltroni guardano la città da un balcone del Campidoglio. L’attrice, a Roma per un evento benefico pro ricerca sull’Hiv, è stata ospite del sindaco: a pranzo garganelli al pomodoro, scaloppine con verdure grigliate e gelato con le fragole APPLAUSI
A destra, una scena di «Across the Universe» ieri accolto con grandi applausi alla Festa del cinema di Roma

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«EL PASADO»
Babenco indaga su un amore finito

ROMA — Certo, la sofferenza dell’anima può contemplare passaggi a vuoto. Ma quando muore una storia, c’è chi rilegge Eraclito (Tutto passa) e chi ripiega le ali volgendosi al passato. «È un film sulla eternità dell’amore finito, è anche un melodramma senza gli accenti melò». Così Hector Babenco, il regista de Il bacio della donna ragno, sul film in concorso El Pasado che, distribuito da Mikado, uscirà nelle sale il 9 novembre.
Il protagonista è Gael Garcìa Bernal (ricordate I Diari della motocicletta?), il matrimonio con il suo amore liceale (Analia Couceyro) è al capolinea. Pensano di separarsi in maniera civile ma poi la vita riserva sempre sorprese. Le reazioni sono opposte: lui si lancia in altre storie, lei aggrappata al suo amore finito e tormenta l’ex con irruzioni nella sua vita privata e professionale. Il fragile è lui, dice l’argentino Babenco. Da che cosa è stato attratto? «Dal fatto che un rapporto finito e passato potesse avere tante conseguenze sul presente». Un controcanto: «È una storia agli antipodi di tutto quello che si fa nel cinema di oggi, e anche di quello che si può immaginare che il pubblico voglia vedere. Qui c’è un’angolazione poco frequentata: i sentimenti degli uomini nel rapporto con le donne. Il protagonista è fragile, lontano dall’archetipo della virilità. Il fatto che i personaggi siano molto giovani conferisce al film una sorta di aureola virginale». Babenco sente l’argomento sulla pelle: «Sette mesi fa mi sono separato da mia moglie. Mi sono accorto che in casa avevo ancora le sue belle foto in mostra. Ho sentito l’esigenza di metterle via in uno scatolone. La vita reale stava imitando il mio film».

V. Ca.

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