Dalla rassegna stampa Cinema

«Bamboccio», è ora di alzarsi

Dai lettini d’infanzia alle barricate contro la guerra, con oltre trenta motivi dei Beatles a fare da collante, da parola d’ordine. Ecco «Across the Universe», terzo film della Festa a suonare la sveglia ai ragazzi d’America…

FESTA DEL CINEMA

Svegliatevi bamboccioni, sennò vi fanno a fette. Con licenza di sintesi, è esattamente quello che il cinema anglosassone di passaggio a Roma sta dicendo con stile materno agli studenti di tutte le «terze c» d’America. Quasi per incanto, ecco che tre film, casualmente accordati come un cucù di media complicazione, si incaricano di suonare la sveglia a una moltitudine di ragazzi difesi nei loro sonni da una trincea fatta di mazze e guanti da baseball, di computer licenziosi, di foto d’amore, di tendine a quadrettoni. Ieri è toccato a Across the Universe, dolce e morbido come una fetta di apple pie infornata da Nonna Papera, provare a tirare quella sterminata massa di «bamboccioni» giù dai loro letti, giù dai loro sogni senza prospettive. Un tentativo condotto ricorrendo ai colpi bassi, come quella trentina di titoli dei Beatles solfeggiati qui e là nel corso del film, una sorta di lunghissima parola d’ordine comunitaria data in pasto a un pugno di giovani «in formazione» che rimbalzano dai loro lettini puberali alle barricate della politica di rivolta, la più fascinosa, la più generosa, la più gioiosa, la più innamorata. Anni Sessanta, evocati quasi nel corso di una seduta spiritica organizzata dal Cinema per aprire una finestra ad un presente piuttosto oscuro. Ma Across the Universe è solo il terzo titolo di questa collana. Conviene ripescare Into the Wild di Sean Penn, intanto: altro percorso di formazione allestito dal regista su un intreccio di sentieri simbolici e non è detto che il più banale di questi sia il meno «vero». Il nostro eroe, nella storia raccontata da Penn, risale dalla tecnodipendenza amministrata da una socialità ormai puramente formale alla solitudine di un bagno totale nella natura che era tanto cara a Jack London. Si può leggere così: tutto è contemporaneo, c’è Los Angeles e c’è l’Alaska, c’è il chiasso «vuoto» come esiste il silenzio «pieno», basta scegliere. Oppure, si può intendere l’avventura che termina nei ghiacci dell’Alaska come un attraversamento che risale la storia, un’anabasi di tipo morale affrontata per giungere alle radici etico-fisiche dell’America, al tempo in cui era il pioniere a trattenere e a scandire tempo e spazio, così come accade a Robert Redford nei panni del trapper che resiste a Corvo Rosso (in Corvo Rosso non avrai il mio scalpo) nelle grandi solitudini innevate delle montagne americane. Un viaggio, quindi, per recuperare quel prototipo etico, fondamentale. A proposito di Redford, è sua la regia del primo squillo di tromba rivolto ai giovani americani dagli schermi della Festa di Roma. In Leoni per agnelli siamo di fronte a una particolare forma di parabola – lasciamo stare se riuscita cinematograficamente oppure no – che il regista intende suggerire a qualche milione di nipotini seduti sulle sue ginocchia in una notte d’inverno. Il fondale più autorevole è la guerra, il gioco che più rigorosamente di ogni trappola elettronica non prevede vincitori ma solo vittime, il gioco che ora si sta svolgendo da qualche parte del mondo tra un via vai di bare imbandierate negli scali aeroportuali d’America, tra le menzogne ciniche di un presidente che rappresenta tutto ciò che non era Roosevelt e l’arroganza gaglioffa di un pugno di affaristi che hanno trasformato il partito repubblicano nell’arma totale, il martello di Tohr. Il gioco che distribuisce ruoli e destini, ai due ragazzi in divisa impantanati tra le nevi delle montagne afghane ha assegnato la morte e così sarà. È questo che volete? chiede Redford ai ragazzi americani. Perché se non è questo il vostro desiderio, conviene che vi svegliate dal sonno, come abbiamo fatto noi costruendoci una coscienza Across the Universe attraverso l’universo, come cantava Lennon, come recita il titolo del terzo squillo di tromba. Il cinema sceglie quindi una strada in parte induttiva, in parte evocativa per provocare il risveglio delle coscienze e dalla coscienza – afferma il film infarcito di Beatles – procede la gioia, perché non c’è libertà senza consapevolezza. Il cinema fa ciò che la politica non riesce più a fare: riconnettere i giovani alla politica, e non c’è niente di strano in questo. C’è stato un tempo in cui il cinema Usa ha fatto altro, quando si è divertito a stendere delle piacevoli didascalie in coda ad una realtà che correva fortissimo e una intera generazione aveva la possibilità di guardarsi sugli schermi in minima differita rispetto alle vibrazioni della sua storia. Fragole e sangue, L’impossibilità di essere normale, Il laureato, tanto per citare tre titoli di un tempo in cui, con un pizzico di supponenza, i giovani erano autorizzati a pensare «ora la storia siamo noi».

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VISTA CRITICA Psichedelico
e pop «Across the Universe»

Tracce di Beatles nei «file» del Movimento
di Dario Zonta

Julie Taymor, la regista di Titus e di Freda (due film che non hanno raccolto il nostro entusiasmo), ha firmato un progetto tanto bizzarro quanto affascinante. Across the Universe, oltre a essere il titolo di una canzone dei Beatles, è un film, meglio un musical, ancor meglio un’opera musicale che usa 33 canzoni del celebre gruppo di Liverpool, da Girl a Lucy in the Sky with Diamonds, come «libretto» per una storia ambientata negli anni Sessanta, decennio di contestazioni, controinformazione, droghe, libertà sessuale, presa di coscienza collettiva, opposizione ai padri, pacifismo e Vietnam.
La regista, una fine intellettuale cresciuta a suon di opere liriche o con una sua personalissima passione per il sincretismo, ha immaginato che dentro il corpus «testuale» delle canzoni dei Beatles e nell’universo reale e immaginifico della loro musica ci fossero tutti gli elementi per raccontare una storia d’amore e contestazione, di crescita e formazione. Jude è un ragazzo della working class di Liverpool, lascia l’Inghilterra e va negli Stati uniti per cercare il padre. Lì scopre che i padri vengono contestati, e che il suo neanche lo vuole vedere. Incontra un ragazzo ribelle che lo porta nella New York psichedelica del Greenvillage. Inizia la sua formazione, la presa di coscienza e l’innamoramento: lui timido ragazzino inglese con velleità di pittore, lei ragazza perbene (a cui muore il fidanzato in Vietnam) che scopre la militanza politica come il riscatto di una generazione.
Across the Universe è un film ultra pop, ultra-post, kitsch, psichedelico, sincretico… una giostra cangiante, che risucchia colori e musica, e trasmette energia. Non è un film sui Beatles, sia chiaro, bensì un film su un’epoca (gli anni Sessanta), di cui i cantori sono i Beatles. A cantarle, quelle canzoni, non sono certo le registrazioni dei celebri brani (sarebbe stata una scelta suicida), ma gli attori, con esecuzioni «dal vivo». Tutti giovani e poco conosciuti (Jim Sturgess, Joe Anderson, mentre è più nota Evan Rachel Wood). Oppure cantano altri in cammei d’eccezione. Come Bono Vox nella parte di Dr. Robert che canta I’m the Walrus, Eddie Izzard è Mr. Kite che canta Being for the Benefit of Mr. Kite, Joe Cocker è ora un ubriacone, ora un pappone, ora un hippie che canta, magistralmente, Come Together. Across the Universe è pieno di riferimenti e indicazioni politiche, e segue l’evoluzione dei tempi di pari passo con l’evoluzione dei Beatles, prima leggeri poi sempre più dentro il loro tempo.

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