Dalla rassegna stampa Cinema

La grande paura abita a Manhattan

«Il buio nell’anima» è uno dei film più personali di Jodie Foster, un lavoro ossessivo sul corpo che sfiora la metamorfosi

La dissoluzione di un’anima «nella metropoli più sicura d’America»;dirige Neil Jordan; il neoliberismo e i suoi disastri secondo Ken Loach; Travolta «en travesti» nel musical di Shankman; la metà horror di «Grindhouse» Solitudine, violenza e perdita nelle viscere della New York ripulita da Giuliani, gentrificata da Bloomberg e santificata dall’11 settembre.

Ossessiva nella sua ricerca solo come i grandi registi (ma raramente gli attori) possono essere, Jodie Foster torna sui grandi schermi con uno dei suoi film più «personali» – una discesa agli inferi nella cui spirale si intravedono parecchi dei personaggi e dei temi che Foster ha affrontato in passato – violenza, solitudine, fascinazione per il linguaggio, alienazione, compassione, un lavoro sul corpo che sfiora la metamorfosi… e persino il fantasma di John Hinckley (l’uomo che «per amor suo» cercò di uccidere Ronald Reagan).
I detrattori di Il buio nell’anima (The Brave One) hanno voluto vedere in questa storia di crimine e vendetta, (vagamente ispirata al selvaggio attacco a una jogger avvenuto a Central Park nel 1989 e seguito da un famoso processo) una versione femminile del Giustiziere della notte, una ripresa dei temi da vendicatore solitario di Charles Bronson impensabile nella Manhattan «ripulita» da Giuliani e santificata da 9/11. Un film plausibile nell’era del Travis Bickle di Taxi Driver (in cui Foster interpretò la giovanissima prostituta Iris) ma non nella New York gentrificata di Bloomberg, dove per potersi permettere un affitto devi essere milionario, gli homeless pensano di averli fatti sparire con la bacchetta magica e le cronaca nera non va più sventolata nemmeno sui tabloid sennò si danneggia il mercato immobiliare.
Invece, come ha spiegato Jodie Foster, il nuovo lavoro di Neil Jordan (è lei che lo ha voluto dietro alla macchina da presa) è un film che racconta cosa significa vivere con la paura «nella metropoli più sicura d’America». Infatti, non c’è nulla di anacronistico in questa dissoluzione di un’anima condotta parallelamente a un continuo monologo interiore che cerca di descriverla – è la follia lucidissima, intelligente di una delle cose più belle scritte sulla perdita e sulla solitudine, sull’impossibilità del pensiero di abbracciarle, The Year of Magical Thinking, di Joan Didion. E il paragone non è casuale: come nelle parole di Didion, nei lavori di Jodie Foster l’intelligenza ha una qualità «visibile», altra. Limpida e dolorosa allo stesso tempo, è la qualità che ha irrimediabilmente sedotto Hannibal Lecter.
Il buio nell’anima inizia con una voce bassa e lievemente roca – una voce che canta il passato della Manhattan fatiscente, etnica, irriducibile, inafferrabile «che sta scomparendo pezzo dopo pezzo davanti ai nostri occhi, ogni giorno», una città «che tra poco esisterà solo nella memoria». Nel film Foster è Erica Bain, una presentatrice della radio pubblica. Il suo programma una serie di storie dalle strade della metropoli – trame di odori, umori, dolori e calori, che lei raccoglie di notte, spesso armata di un grosso microfono (come John Travolta in Blow Out) per catturare i suoni e le realtà stridenti che la circondano – la sua una presenza assolutamente isolata e ipersensibile. Quasi totalmente straniata dagli esseri umani (oltre alle sue vittime, una vicina di casa un po’ «magica» e un poliziotto compressivo interpretato da Terrence Howard), Erica ha un rapporto fisico con la materia della città, intensissimo, come quello dell’eroina pazza per i cruciverba in Marathon di Amir Naderi.
Assalita nel parco insieme al suo fidanzato Erica viene lasciata per morta. Le immagini solari, idilliache della coppia (lui è l’attore d’origine indiana Naveen Andrews), all’inizio del film, ti fanno venire in mente quanto poco Jodie Foster sia stata felice al cinema. Il montaggio tra le loro scene di sesso e quelle violentissime dell’attacco, ricorda per (involontaria?) stranezza quello con l’amplesso di Eric Bana e la strage finale di settembre nero, all’aeroporto, in Munich di Spielberg. Quando Erica si sveglia dal coma, tre mesi dopo, il suo compagno è già stato seppellito. Da quel momento, ogni corpo, ogni gesto, ogni scarto di movimento della città che amava così tanto la terrorizzano – il suo «caso» seppellito sotto una montagna di cartacce alla centrale della polizia. Così lei si compra una pistola al mercato nero. La prima volta che la usa (durante una rapina in un convenience store, dove fa secco il ladro/assassino che sta per sparare a lei) esita un po’ a premere il grilletto. Poi diventa molto più facile.
Taxi Driver ma soprattutto Inchiesta su un cittadino al di sopra di ogni sospetto sono stati film molto importanti, perché sono film che si vivono tutti dall’interno di un personaggio, ha dichiarato Foster parlando di Il buio nell’anima, e in questo senso, la sua ultima creazione è quasi un’esperimento di body art dell’anima. La sua una presenza fragilissima e d’acciaio – gli occhi di un azzurro indifeso e un sorriso che dà i brividi. Sempre più sola, sempre più androgina, un meraviglioso commovente mutante nella notte che scava dentro se stessa scoprendo una creatura che non sapeva di essere, ma dietro al cui luminoso autocontrollo «Hannibal» aveva già visto tutto. Il buio nell’anima è allo stesso tempo un oggetto molto confuso e lucidissimo.

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