Dalla rassegna stampa Cinema

Ozpetek: quando giro un film mi guidano le emozioni - «Gli italiani? Mai stati in gara»

…«Quando comincio un film – ha detto il regista – cambio giorno per giorno le cose, entro in trance, mi faccio guidare dalle emozioni. Non so mai come andrà a finire»…

CARRARA. Si sente incluso o escluso? gli chiedono: «Mi sento ovunque ospite, siamo tutti ospiti su questa terra e se ci compartassimo come tali, usando sempre la giusta attenzione, il mondo migliorerebbe». Il regista di origini turche Ferzan Ozpetek (fra i suoi film “Cuore sacro”, “Il bagno Turco”, “La finestra di fronte”, “Harem Suarè”, “Le fate ingoranti”, “Saturno contro”) ieri pomeriggio ha calamitato l’attenzione del pubblico, arrivato numerosissimo, nel cortile dell’istituto Figlie di Gesù per ascoltare la conferenza su “periferie e solidarietà». Ozpetek ha parlato dei suoi film, con continui flash sulla sua vita privata, sulla famiglia in Turchia, su episodi di solidarietà, sui suoi sentimenti verso la realtà circostante, sul suo modo di “narrare” attraverso le inquadrature, o di cambiare le scene durante le riprese.
Realismo e magìa, la sua distanza dai politici che viaggiano sulle auto blu e stanno poco fra la gente, l’apprezzamento per registi come Vittorio De Sica, Bertolucci, Antonioni e tanti altri. “Cuore sacro”, dice, è stato il film della sua maturità, il suo vaccino, contro il senso di “colpa” per il successo avuto con la sua professione. Racconta di un’auto lussuosa che non avrebbe voluto usare, al pensiero magari di viaggiarci, al coperto e all’asciutto, vedendo alla fermata dell’autobus persone sotto la pioggia. In questa fase della sua vita, e dal senso di angoscia che ha detto di avere provato, sarebbe nato “Cuore sacro”. Non credeva che avrebbe ripetuto il successo dei film precedenti, ma è stato così. «Ha incassato 3 milioni e 600 mila euro, quando in genere gli incassi non arrivano a un milione».
Tra il pubblico anche la regista carrarese Tilde Corsi con la quale Ozpetek ha fatto cinque film. «Siamo in ottimi rapporti».
«Quando comincio un film – ha detto il regista – cambio giorno per giorno le cose, entro in trance, mi faccio guidare dalle emozioni. Non so mai come andrà a finire».
E’ un incontro quasi a ruota libera, con un pubblico incuriosito da questo “saltare” dalla spiegazione tecnica di una scena, al ricordo privato. Il tutto però mai fuori dal binario di Con-vivere. Dalla consapevolezza di sè e dell’altro. Un momento di cultura, come altri regalati alla città da questo festival che ieri sera ha chiuso i battenti con un concerto e con la proiezione di due film.
C.C.

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«Gli italiani? Mai stati in gara»

Il giurato Ozpetek spiega perché il Leone d’Oro è andato ad Ang Lee
Ho trovato bravissimo Brad Pitt, mi metteva paura. Non mi ha convinto invece il film di Paul Haggis, “In the valley of Elah”

VENEZIA. Ha molto amato il Leone d’Oro “Lust, caution” di Ang Lee ma voleva premiare “La graine et le mulet” di Abdellatif Kechiche. I film italiani non sono stati proprio presi in considerazione dalla giuria di Venezia 64 ma Ferzan Ozpetek invita a «non affondare il coltello nella piaga» e ha trovato bravo Luigi Lo Cascio ne “Il dolce e l’amaro” di Andrea Porporati. Ozpetek – nella giuria tutta di registi presieduta da Zhang Yimou – fa un bilancio della kermesse che si è conclusa sabato e della sua esperienza di giurato.
«Sia chiaro – dice il regista de “Le fate ignoranti” – sono completamente d’accordo con il verdetto della giuria. Abbiamo discusso nove ore la notte in cui abbiamo deciso i premi. Certo, non si finirebbe mai di premiare» e poi spiega: «ho amato molto il film di Ang Lee ma volevo premiare Kechiche. In giuria eravamo due a favore e cinque contro. Lee ha fatto un film bellissimo, perfetto, un classico che ti siedi e lo vedi volentieri con le sue scene scandalistiche, che ti imbarazzano. Molto eccitante. Premiare “La graine et le mulet”, con le sue lunghezze, non perfetto, sarebbe stata una cosa rivoluzionaria, una novità. Sono rimasto molto deluso però dall’atteggiamento di Kechiche» che, convinto di vincere il Leone d’Oro, ha parlato, alla consegna del Premio Speciale della giuria, come di un «modesto riconoscimento».
E proprio sul Premio Speciale della giuria, andato ex aequo anche a “I’m not there” di Todd Haynes, «c’è stata – racconta Ozpetek – una discussione di tre ore». I film italiani? «Non sono stati nemmeno commentati ma non parliamo male dell’Italia – dice il regista italo-turco – delle cose che non vanno. Facciamo proposte positive. Io ho trovato bravo Lo Cascio nel film di Porporati. I francesi o i tedeschi non parlerebbero mai male del loro cinema anche davanti a brutti film ma l’autodemolizione fa parte del dna italiano. Ad Antonioni e Visconti hanno sputato in faccia».
Il messicano Rodrigo Prieto, direttore della fotografia del film di Ang Lee, vincitore dell’Osella «è l’unico che ha avuto l’unanimita». Ozpetek difende anche la Coppa Volpi come miglior attore, fischiata in sala stampa, a Brad Pitt. «Ho trovato Pitt bravissimo, mi metteva paura. Su sette avrà preso cinque voti. Io ero anche per George Clooney, Tommy Lee Jones, Casey Affleck, ma Pitt ci ha convinto di più». Nel «mio cuore avrei voluto premiare anche l’attrice inglese del film di Ken Loach, Juliet Ellis e poi Vanessa Redgrave, Susan Sarandon e Tang Wei che abbiamo amato tutti. Non si finirebbe mai».
Anche Paul Haggis con il suo “In the valley of Elah” «non ci ha convinto – continua Ozpetek – ma andrà benissimo come incassi. E’ un po’ nel mio stile di bontà. Mi sono commosso, ho pianto durante il film ma questo non vuol dire nulla». «Tanto di cappello» al Leone d’argento “Redacted” di Brian De Palma ma non poteva vincere il Leone d’oro «c’era troppo significato politico nel film. La qualità di De Palma è che ha fatto film tutti diversi fra loro» ed è piaciuto molto anche “12” di Nikita Mikhalkov. Elogi alla giuria di Venezia 64 (Catherine Breillat, Jane Campion, Emanuele Crialese, Alejandro Gonzalez Inarritu e Paul Verhoeven) e al suo presidente: «Zhang Yimou è un uomo meraviglioso. Lo vedo come un padre anche se ha la mia età, 48 anni. E’ stato fondamentale per il voto del Gran premio della Giuria».
Marco Müller, direttore della Mostra, ha commentato così le scelte della giuria: «In undici ore di discussione tra sette registi con fortissima personalità, è normale che siano scaturite discussioni accese, che hanno spaccato la giuria a metà. I giurati erano divisi tra il film di Haynes “I’m not there” e il film francese “La graine et le mulet”, e alla fine si è giunti alla decisione di assegnare il Leone d’Oro ad un film che invece metteva d’accordo tutti, quello di Ang Lee, e di dare agli altri due film in lizza un gran premio della giuria ex-aequo. Io personalmente avrei preferito veder premiato il film di Wes Anderson “The darjeeling limited”, ma il giudizio delle giurie è insindacabile». Alla domanda sulla debolezza dell’offerta italiana in concorso, Müller ha replicato: «Confermo le scelte dei selezionatori, i tre film italiani in concorso erano i migliori a disposizione».

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