Dalla rassegna stampa Cinema

Il road-movie anarchico firmato Alex Cox, il rosso

… un bellissimo road movie anarchico – sezione Orizzonti – fatto solo con due attori marginali della Hollywood di un tempo, Fred (il patriota) e Mel (un po’ meno), che chiacchierano sui film di cowboys avvicinandosi alla vendetta che hanno sempre sognato… Il Leone Queer

Venezia
Chi è il più grande giustiziere del cinema, Clint Eastwood o Charles Bronson? Perché non possiamo vivere senza Mario Brega? Cos’hanno i vecchi western di Wellman e Hawks di speciale, solo la superba vista d’occhio sulla Monument Valley? Perché troppi critici sputano spago contro Django e Ringo e insultano la retrospettiva della Mostra 64 che ribadisce invece la necessità di riportare in serie A Sollima, Bava, Freda, Sergio Corbucci e Giulio Questi, e retrocedere tanti altri in C? La violenza «d’arte» ai bimbi sul set è tollerabile solo quando i sadici sono De Sica, Curtiz, Berkeley o Thorpe o è lecita anche ai cineasti african-american? Non sarebbe auspicabile sull’Halliwell’s 2008, il Mereghetti britannico, dedicare ai caratteristi e ai generici di Cinecittà un po’ più di spazio?
Risponde a queste domande, e a cento altre, un bellissimo road movie anarchico – sezione Orizzonti – fatto solo con due attori marginali della Hollywood di un tempo, Fred (il patriota) e Mel (un po’ meno), che chiacchierano sui film di cowboys avvicinandosi alla vendetta che hanno sempre sognato… Intanto la figlia di Mel, Delilah, che li accompagna su un gigantesco Suv, si annoia a morte per quei discorsi idioti e senza spessore etico e non vede l’ora di scaricarli in pieno deserto. Sul paraurti della sua macchina, la poco ipocrita scritta: «a loro un calcio in culo, a noi il petrolio». Il film ha modo di affrontare dunque anche tutto ciò che bolle in pentola in America, e soprattutto, passando davanti ai troppi monumenti (artigianali) in memoria dei caduti di Iraq, socializza per tutti, quel che Greenaway vuole rimanga palleggio esclusivo tra colti, la vera questione: ovvero come politicizzare l’arte (rivoluzione) invece che estetizzare la politica (fascismo)? Presto lo vedremo in Italia Searchers 2.0, questo Sentieri selvaggi 2 prodotto da Roger Corman e Jon Davison (Starship Troopers) che farà ridere come matti già dalla prima sequenza, quando Leonard Maltin in persona annuncia che presto sarà riproiettato il classico dimenticato Buffalo Bill vr. Doc Holliday su uno schermo gonfiabile, all’aperto, tra i paesaggi lunari fordiani, e che il suo sceneggiatore Fritz Frobischer in persona incontrerà il pubblico… e è proprio lui che frustò a sangue sul set, da piccoli, Mel e Fred… Insomma il piacere di scrivere, girare e montare un piccolo film indipendente (che finisce in un duello all’O.K. Corrall cinefilo) capace di vendicarci delle troppe indigestioni di immagini sature e «chiuse», trasmesso al pubblico, anche ignaro di Repo man, Sid & Nancy e Walker, la celebre triade di Alex Cox il rosso, nato a Liverpool, residente in Califonia, un doc su Buñuel nel cassetto.

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Il Leone Queer

La giuria del «Queer Lion» (premio collaterale dedicato ai film con tematiche omosessuali) ha assegnato il riconoscimento a «The Speed of Life» (Usa) di Ed Radtke (visto alle Giornate)

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Se l’Egitto si trova a un bivio di civiltà

In concorso Il film «Chaos» di Youssef Chahine, che ha diviso, forse per motivi di salute, la regia con Khaled Youssef. Un melodramma passionale fra coraggio, corruzione e libertà femminile

Roberto Silvestri

Venezia Concupita e violentata da Hatem, poliziotto corrotto, grasso brutto e perverso, e in fiammante moto Bmw, Nour, la bella e buona del quartiere riesce a vendicarsi del bruto (comunque innamorato) con l’aiuto del suo fidanzato in Suv, una bella toga rossa e della rivolta popolare dei reietti che quasi rade al suolo un commissariato di polizia nelle cui segrete la tortura non è un optional. Perché, come cantava Oum Kalsoum, «la pazienza ha un limite».
«L’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita erano, una volta, gli alleati arabi più vicini agli Stati uniti. Recenti sondaggi ci dicono che solo il 5% degli egiziani e dei giordani, oggi, ci sopporta ancora», racconta tra l’altro l’ex presidente Jimmy Carter, in Man in the Plains a Jonathan Demme.
L’odio per la modernità e per lo stile di vita americano crescono, da Sadat in poi, e il segnale è la moda del hijab, quel velo «da suora» che fingendo alterità, aliena e sottomette sempre di più. Il peggiore degli stati confessionali, infatti, proprio quello socialmente e religiosamente più retrogrado, il più maschilista e oscurantista del mondo arabo, l’Arabia Saudita, tenuto in pugno dalla tirannia wahabita di Riad, è rimasto il solo fedele amico scodinzolante dei teocon Usa (e viceversa).
Gli interessi petroliferi contano più di Allah e della Bibbia, infatti, per chi può controllare, interiormente e militarmente, e da qualche anno cinematograficamente e televisivamente, censurando ogni scena non coranicamente corretta e ogni movimento sociale sgradito dei «despotelli moderati» del sud-mediterraneo. Come Mubarak e i suoi 72 milioni di concittadini: nonostante la disintegrazione economica del paese prosegua spedita, dal «dopo Mohammad Alì», la natalità tiene, e di pillole e preservativi troppo poco si parla e si pubblicizza.
Più della povertà, della disoccupazione, della corruzione, dell’assenza di equità, libertà di stampa, pluralismo politico e «stato di diritto», infatti, ciò che turba davvero il Palazzo cairota è l’insorgenza della donna che pretende sempre eguaglianza e qualche volta comando, e che è sempre più libera, autonoma, spregiudicata, indipendente. Che veste come vuole, fuma ciò che la sballa meglio, si tatua ovunque, danza il tango ventreggiando con chi gli pare, etc. E anche se aumentano i funzionari pubblici che vorrebbero applicare le leggi senza taglieggiare i più umili (sarà l’effetto Boutros Ghali?) a tanti anni dall’indipendenza nazionali gli egiziani ancora non sono padroni del loro destino.
Un melodramma passionale dalle improvvise chiazze dark lavora su tutti questi temi e ci spiega perché l’Egitto di oggi si abbatte (integralismo pseudo islamico compreso) e non si cambia. E che ci sarebbe bisogno di una mega insurrezione popolare di piazza, pulisci-tutto, di un tumulto «alla Nasser» che metta caos nell’ordine, visto che le scuole non insegnano più nulla, neanche l’inglese, e sfornano diplomati analfabeti (a meno che non paghino profumatamente i loro professori, ma privatamente); visti i preoccupanti trionfi elettorali dei Fratelli musulmani, maestri talebani di Cofferati e Gentilini in «tolleranza zero»; viste le violente repressioni poliziesche delle manifestazioni di piazza dell’1 maggio; il trattamento sadico dei prigionieri politici; le mani legate ai pubblici ufficiali che vorrebbero fare il loro dovere e si trovano paralizzati dall’omertà mafiosa. Choubra, il quartiere cosmopolita del Cairo, tra chiese francescane e pratiche stregonesche superstiziose di millenaria efficacia, con i ceti medi e quelli popolari mischiati, è il set esclusivo di questo film non perfetto negli snodi narrativi e poco condivisibile quando benedice o maledice i propri personaggi, che chiude la competizione, e che ha l’adatto titolo di Chaos, coproduzione con la Francia del padre del nuovo cinema arabo, Youssef Chahine, che però ha diviso, forse per motivi di salute, la regia con Khaled Youssef. Ci spiega Chahine da quale indignazione questa volta è partito: «Basta osservare con i vostri occhi in quale miseria vive la maggior parte delle famiglie per comprendere che in tutte le autocrazie è il popolo che paga il prezzo più elevato. Le autorità minacciano la popolazione in nome della disciplina per soffocare ogni libertà. Ed è questa baraonda che gestisce tutto il Medio Oriente».

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