Dalla rassegna stampa Cinema

Tra western alla giapponese e film d’autore

…con il suo film fuori concorso Cristovao Colombo. O Enigma. Dice che il navigatore non era di Genova e neanche italiano…

VENEZIA

Quentin Tarantino, tutto vestito da cowboy con un brutto poncho nocciola, apre la testa d’un serpente, ne estrae il cervello che è un uovo rosso: si chiama Piringo, ha il ruolo del prologo in Sukiyaki Western Django, film giapponese in concorso di Miike Takashi. Scompare quasi subito, «come la polvere nel vento». I giapponesi chiamano il western all’italiana «macaroni western»; il regista ha battezzato sukiyaki western (il sukiyaki è un classico, popolarissimo piatto giapponese di carne) il suo film che mette insieme western e splatter.
Due opposte fazioni si contendono il territorio, tutti sparano su tutti, i Rossi e i Bianchi sono fin dall’inizio coperti di sangue o mezzi morti: ripetitivo, ma divertente. L’ultima parola del titolo si rifà all’ultima battuta, su un ragazzino: «Cresciuto, si indirizzò verso l’Italia, dove fu chiamato Django».
Sono da poco usciti alcuni libri sul mistero di Cristoforo Colombo: era davvero italiano oppure no? Manoel de Oliveira si unisce al dibattito con il suo film fuori concorso Cristovao Colombo. O Enigma. Dice che il navigatore non era di Genova e neanche italiano; che in vita usò sempre il cognome portoghese Colòn; che il suo vero nome era Salvador Fernando Zarco, figlio del re e di una dama di Corte. Il film fa dell’identità di Colombo la piccola ossessione storico-patriottica di un giovane medico ricercatore: «Ogni nazione ha sempre voluto dirsi patria di Colombo: ma la verità prima di tutto». L’ossessione del protagonista dura tutta la sua vita: dal 1957 anno di conferenze al 1960 anno del matrimonio, al 2007 quando la vecchia coppia coniugale è a New York. Il viaggio di nozze si svolge a Cuba, alla ricerca della casa dove Colombo nacque. A ogni tappa è presente discreta una ragazza armata di lancia vestita di rosso e di verde, colori della bandiera portoghese.
Il giovane protagonista è Ricardo Trepa, nipote del regista, e nella vecchiaia viene interpretato dal regista stesso. Il film vuole lodare le grandi scoperte marinare portoghesi del passato, ed è molto bello: le nuvole cariche di pioggia, l’arrivo nel porto di New York imperscrutabile per la nebbia, i diversi momenti del mare, le emozionanti chiese e costruzioni antiche arricchiscono lo stile dell’autore, semplice e perfetto.
E’ un film muto En la ciudad de Sylvia (Nella città di Sylvia), in concorso, di Josè Luis Guerin, spagnolo, 47 anni. Appena quattro o cinque battute irrilevanti di dialogo accompagnano un ragazzo con begli occhi chiari nel suo peregrinare nella città francese dove sei anni prima aveva conosciuto e perduto Sylvia. La cerca, ha l’impressione di ritrovarla in altre ragazze, guarda, spia, rincorre, insegue, sempre deluso da quella che non c’è intorno a lui, le immagini della città: bambini, vecchie mendicanti ubriache, gli allievi di recitazione della Scuola d’arte drammatica, trami, negozi, i gesti dolci delle donne che si toccano i capelli. Per il regista, questo è «un cinema da reinventare, un ritorno alle origini e all’innocenza»: le immagini senza parole hanno un fascino, ma non sono tanto significative da trattenere l’attenzione.

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