Dalla rassegna stampa Cinema

Il sukiyaki western ha un gusto cinephile

In gara il film di Takashi Miike che frulla insieme il racconto epico giapponese, la lezione di Leone, Corbucci e Kurosawa

Venezia
Valentino si è ritirato, probabilmente, dopo aver visto gli abiti della costumista Michiko Kitamura nel film in gara di Takashi Miike Sukiyaki Western Django, che sta per spaghetti-western e per Django di Sergio Corbucci (1966). Abiti vintage del 1185 e dintorni rivisti in stile Issey Miyake e fatti decantare sotto terra come nel film di Jia Zhang-ke Wuyong. L’effetto è una collezione per angeli e demoni, corpi di uomini graficizzati, avvolti in linee oblique, tessuti trasparenti, garze, fettucce, stoffe dipinte… Gli eserciti della Guerra delle rose sono più androgini che machi e l’iperviolenza del film è un balletto di sangue, una confezione elegantissima di morti, caduti a raffica sotto le pistole del genere. Visioni in una luce accecante da paradiso di ragazzi dai capelli al vento, viso latteo, vaporosi e sensuali cavalieri senza tempo.
Sukiyaki è un piatto tradizionale giapponese che fonda il nuovo filone inaugurato da Takashi Miike, 47 enne ex regista di home-video e poi premiato in festival internazionali (Audition, 2000, The call e Izo, 2004). Il western si fonde con il racconto epico giapponese (Heike monogatari) e raccoglie la lezione di Sergio Leone e company, compresi temi musicali alla Morricone e Bacalov. Non manca il «cavaliere senza nome», il Clint Eastwood venuto dall’aldilà, giustiziere immortale che attraversa la città morta dalle case dipinte di rosso. Takashi in realtà si è preso solo la rivincita, visto che i sette samurai di Kurosawa diventarono i magnifici sette di Sturges e La sfida del samurai sempre di Kurosawa si trasformò nelle mani di Leone in Per un pugno di dollari. Insomma, il cinema frullato in pura citazione, astratta icona cinephile, che ha fatto gola a Quentin Tarantino, maestro e sentinella della mitologia cinematografica.
Infatti, eccolo nel prologo del film in un incandescente «spot» girato in studio, quasi un quadro di Salvador Dalì, con gli oggetti nati da un incubo, un serpente, un uovo insanguinato, un sole gigante, il monte Fuji sullo sfondo e una pentola di sukiyaki, troppo zuccherato per i gusti di Piringo, il cowboy col poncho. Centinaia di anni dopo… una cittadina lunare tra i monti Tsukiyama è teatro dello scontro epocale tra i bianchi Genji e i rossi Heike che si contendono un misterioso tesoro. I nativi sono brutalizzati, schiavizzati, come il pavido sceriffo, e ammazzati come il fiero figlio di Piringo, un Tarantino che si diverte a mostrarsi ultracentenario con la faccia ammuffita e il corpo sbilenco su una carrozzella.
Eppure, nonostante gli artifici tragico-comici, le citazioni sparate più delle pallottole, il Django jap è visualmente così potente da liquefare la superfice post-moderna. Una violenza stilizzata che astrae e distrae la percezione, allenta l’emozione dal cadavere della bellissima donna infilzata da una lancia o del ragazzino che perde la voce e la vista sulla scena del massacro, e la trasferisce in altri set dove la guerra chiede visibilità e conoscenza. Un po’ come ha fatto Brian De Palma per rendere i veri crimini dell’Iraq manipolando i fotogrammi. È l’arte della falsificazione, l’haiku della morte che colora lo schermo, un immenso affresco della carneficina umana nei secoli dei secoli.
Le sinergie poi non finiscono qui, Sukiyaki Western Django parla direttamente ai titoli della retrospettiva «Storia segreta del western all’italiana» selezionati da Marco Giusti, e che ieri sera ha presentato il supercult Se sei vivo spara di Giulio Questi.
In concorso anche En la ciudad de Sylvia dello spagnolo José Luis Guerin, giovane artista (una sua opera è stata esposta alla 52ma Biennale di Venezia) e documentarista, alla ricerca di nuove segnaletiche parigine. Lo sguardo è quello azzurro di un giovanissimo «turista», l’attore Xavier Lafitte (Gabrielle di Patrice Chéreau) che si muove con la leggerezza di un fantasma, voyeur invisibile tra altre bellezze, le ragazze di Parigi, tutte scese dai cartelloni pubblicitari di Chanel e di Dior. Confuse tra le guglie di Notre Dame e i vicoli del Marais. Una sinfonia quasi muta di sguardi sulle tracce dei segni sulla tela lasciati da Murnau, Ozu, Hitchcock, Manet, come dice il regista. I percorsi dell’occhio accarezzano profili, vortici di capelli al vento, bocche che parlano silenziose… Il ragazzo osserva e disegna volti di carboncino, scopre una città attraversata solo da biciclette, da una metropolitana di superfice lucida e futuribile e da passanti solitari. Un esercizio estetico in nome dell’amore «del cinema, delle donne, della città e dello spettatore». Giotto ha prestato i colori a Guerin, che avanza nel suo carosello-labirinto aiutato dai «suoni» virtuali di Chaplin, Tati e Godard… una folla di artisti convocati dal regista spagnolo.
La lieve trama racconta il «pedinamento» di una fantomatica Sylvia che il disegnatore innamorato crede di riconoscere in una delle tante clienti del bar dell’accademia d’arte drammatica. La segue e scopre con lei le insegne, i passaggi e i graffiti sui muri, uno ricorrente: «J’aime Laure» a evocare la Laura di Petrarca. Finiti pittori, cineasti e poeti il film finisce con la delusione di una Sylvia che non è Sylvia. Tutto appare e scompare sulla tavolozza di Parigi, ci pensano gli idranti a cancellare i graffiti, ma dolcemente come consigliato ai sindaci-sceriffi del ministro Amato.

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