Dalla rassegna stampa Cinema

Nessun Dylan è migliore di Cate Blanchett

Sei interpreti per le tante vite di Bob in «I’m not there» di Haynes: piacerà da morire ai «dylaniani», agli altri chissà

Il nuovo film di Todd Haynes I’m Not There, passato ieri in concorso a Venezia, esce venerdì distribuito dalla Bim. In 200 copie. La coraggiosa distribuzione presuppone che in Italia ci siano centinaia di migliaia di adepti al culto di Bob Dylan. Temiamo sia la condizione necessaria per apprezzare il film: che a noi, in quanto dylaniani/dilaniati, è piaciuto enormemente, ma che è di ardua comprensione senza una conoscenza approfondita delle opere e della vita del grande cantante. Anzi, delle sue «molte vite» alle quali I’m Not There si ispira, come recita la didascalia iniziale.
Todd Haynes, americano di 46 anni, non è solo un fan della musica pop. È un vero cultore della materia, che invece di scrivere saggi realizza di tanto in tanto film «a chiave», in cui i personaggi alludono a una miriade di riferimenti culturali e musicali. Anni fa aveva dedicato Velvet Goldmine al glam-rock, in particolare a David Bowie, Lou Reed e Iggy Pop. Stavolta ha firmato una singolarissima biografia critica di Dylan che andrebbe vista in parallelo con altri due lavori: il documentario di Martin Scorsese No Direction Home e l’introvabile Renaldo e Clara diretto dallo stesso Dylan negli anni ’70. In quel fluviale e misconosciuto home-movie Dylan si faceva interpretare da vari attori/colleghi, fra i quali la vecchia complice Joan Baez. Da lì potrebbe venire l’idea di un film in cui attori diversi interpretano Dylan: «Non gli ho proposto una biografia tradizionale – spiega Haynes – perché sapevo che ne aveva già rifiutate diverse. Ho parlato al suo manager di una biografia non convenzionale, con 6 interpreti. Non avevo la minima illusione. Tempo dopo mi hanno dato l’ok e mi hanno spedito un contrattino che diceva: io, Bob Dylan, cedo i diritti delle mie canzoni e della mia vita a Todd Haynes per l’eternità in tutto l’universo. Ancora oggi temo che mi richiamino per dirmi che era uno scherzo».
Invece pare proprio di no, il film c’è ed è una raffinatissima lettura dell’universo dylaniano basata sull’idea del polimorfismo. Del resto un uomo come Robert Zimmerman, che si fa chiamare Bob Dylan e che nel film Pat Garrett e Billy the Kid interpreta un personaggio di nome Alias, invita a tale lettura. Ecco dunque che le «molte vite» del nostro vengono interpretate, e mutate, dai seguenti «doppi»: un bimbo nero innamorato di Woody Guthrie (Marcus Carl Franklin), un poeta maledetto che si spaccia per Arthur Rimbaud (Ben Whishaw), un folk-singer nel Greenwich Village dei primi anni ’60 (Christian Bale), un cantante che trasforma il folk in rock’n’roll nella Londra del ’65 (Cate Blanchett), un divo doppiogiochista con le donne nell’America di Nixon (Heath Ledger), un redivivo Billy the Kid alla ricerca del West nell’America di oggi (Richard Gere). Ne esce un collage visionario, pieno di musiche stupende, in cui i dylaniani vanno a nozze e gli altri, ahiloro, si arrangiano. Nota a margine: l’unica dei 6 interpreti che assomiglia all’originale è la donna, Cate Blanchett, che fa un’operazione di mimesi clamorosa. Se non vince un altro Oscar, scenderemo in piazza.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.