Dalla rassegna stampa Cinema

« IL DOLCE E L'AMARO» La mafia fuori dal mito con la crisi di Lo Cascio

Porporati in gara: applausi dal pubblico, critici tiepidi

DAL NOSTRO INVIATO
VENEZIA — Chissà se i mafiosi vanno al cinema. Statistiche in proposito non ne conosciamo ma certo qualcuno, tra una strage e un pizzino, ogni tanto ci andrà pure. In tal caso, Il dolce e l’amaro è un film da sconsigliare per quel genere di pubblico.
Abituato a vedersi celebrato nei fasti americani dei vari Padrini e Good Fellas, resterebbe male e forse mediterebbe di cambiar addirittura mestiere davanti al ritratto per nulla glorioso che invece ne traccia Andrea Porporati, secondo regista italiano in gara alla Mostra, ieri accolto senza calore dalla critica ma applaudito alle altre proiezioni insieme con i suoi attori, Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni.
Quella che mostra Il dolce e l’amaro (da oggi nelle sale) è difatti una mafia fuori dal mito, un’accolita non di uomini d’onore ma, per dirla con Sciascia, di uominicchi e di quaqquaraqqà che l’onore non sanno neanche dove stia di casa. Gente di sfiducia, pronti a tradirsi, a giocare sporco, a farsi fuori l’un l’altro. Macellai di ragazzini, killer bigotti che prima di sparare pregano la Madonna, grandi capi intenti a mescolare la salsa durante i sacri riti d’iniziazione…
Non era questo che Saro si aspettava. Partito storto nella vita, un padre malavitoso fatto fuori in prigione, infanzia nei vicoli, trova una nuova famiglia sotto l’ala del boss Butéra (Tony Gambino) che lo cresce secondo regole e valori di Cosa Nostra.
«Una storia di formazione, o deformazione, di un giovane spinto dal miraggio di prendere solo il dolce della vita sulla strada del male — racconta Porporati, 43 anni, già sceneggiatore di alcune serie de La Piovra e regista di un altro film, Sole negli occhi —. Ma fin dalla prima scena si annuncia quello che l’aspetta: Butéra invita Saro ad ammirare una luna impossibile nel pieno del meriggio. Prima il giovane tenta di ribattere, poi capisce: «Già, è proprio una bella luna«. E il boss compiaciuto: «Bravo, piccirillo ». Saro rinuncia ai suoi occhi. Da quel momento in poi guarderà solo con quelli del suo padrino. Ma non tutto quello che vedrà luccica come il sole. «Un conto è immaginare le cose un conto è farle — interviene Luigi Lo Cascio, per la quinta a Venezia in concorso, già interprete del coraggioso Peppino Impastato ne I cento passi di Giordana —. Al primo incarico di fiducia, uccidere uno che ha sgarrato, Saro pensa che basterà premere il grilletto. Ma ammazzare non è così facile. Nell’angusto spazio di un ascensore, l’uomo, crivellato dai colpi, gli cade addosso, corpo su corpo, bagnandolo tutto con il suo sangue. E i suoi occhi, ormai fissi, lo puntano dritto senza scampo».
Una morte scomposta, brutale, sporca. L’inizio del disincanto, lo sgretolarsi degli ideali. Così diversi da quelli di Stefano (Gifuni), anche lui cresciuto nello stesso quartiere, anche lui innamorato della stessa donna di Saro, la bella Ada (Finocchiaro). Anche lui pronto a rischiare la vita ogni giorno. «Ma in nome della legge, da magistrato che lotta perché venga rispettata — avverte Gifuni —. Per impersonarlo mi sono ispirato ai tanti servitori dello stato che si sono sacrificati, da Falcone a Borsellino, a Cassarà ». «Io sono di Catania — ricorda Finocchiaro —, mio padre era un imprenditore e doveva pagare il pizzo al racket. Una volta che non l’ha fatto sono venuti a bruciargli i macchinari. Avevo 13 anni, avevo paura. Avrei voluto andarmene da quella città bellissima ma purtroppo, come Palermo, con le vie costellate dai morti ammazzati: lì hanno ucciso quello, là quell’altro…».
«Ma la mafia non è eterna. Un giorno finirà — conclude Porporati —. Intanto, vorrei che la storia di Saro, la sua carriera in Cosa Nostra, facesse riflettere, soprattutto i giovani. Sono previste proiezioni nelle scuole e nelle università. Non mi dispiacerebbe che ad accompagnarlo ci fosse un vecchio slogan di film di gangster anni ’40: il crimine non paga».

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