Dalla rassegna stampa Cinema

Bob Dylan, il sognatore di altre vite

…I’m not there, l’ultimo capolavoro di Todd Haynes. Che è già coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Cate Blanchett, nel ruolo adorato-contestato di Jude, uno dei sei Dylan, tutti misteriosi e rinnegati protagonisti di questo mosaico biografico, multistratificato e libero …

I’m not there Il film di Todd Haynes, in concorso, è una biografia multipla e inafferrabile del griot rock. Da venerdì nei cinema

Venezia Quello che vedi e senti non è quello che accade. Tutto il potere all’immaginazione. Se comprate l’ultimo numero di Filmcritica, il 576/577, 8 euro, e leggete l’intervista a Alberto Grifi (proprio ieri ricordato dalla Mostra con il suo film su Auschwitz ) comprenderete meglio I’m not there, il «primo film in gara a Venezia che chiunque vorrebbe rivedere almeno due volte, e anche di seguito». E non solo perché si ascoltano almeno 20 canzoni di Bob Dylan, dai capolavori All along the Watchtower, Visions of Johanna… alle più underground (che non vuol dire da metropolitana) Going to Acapulco, Pressing on e quella che dà il titolo al film, registrata, ma non pubblicata con la Band nel 1967 a Woodstock, dopo il grave incidente motociclistico, e anche l’unico Dylan inciso dai Sonic Youth: «Dietro ogni avanguardia artistica – dice Grifi a Donatello Fumarola – c’è sempre una specie di revanscismo rispetto a grandi ingiustizie sociali che i poveri o che il proletariato o il popolo – a seconda dei nomi che gli vogliamo dare – hanno subito rispetto al potere militare, o dei re. È come se le avanguardie artistiche avessero cercato simbolicamente, linguisticamente, di definire meglio quel sogno di libertà. I futuristi russi, abolendo il teatro, dicevano: ‘il luogo della creatività sarà la realtà stessa, non più il simbolico del teatro, purché la nuova vita non scenda mai al di sotto dell’intensità della vecchia arte». Ecco la legge segreta della termodinamica che beat, quelli dell’aktivismus, situazionisti, rasta e dub, riotttt girls, freejazzisti, punk, gay-glam, graffitisti, hacker-artisti si sono trasmessi dalla bomba su Hiroshima e Nagasaki ad oggi…
Dylan, svezzato da piccolo da una lady del blues molto nera, sbriciola perennemente riti e miti dello spettacolo, anche rock, anche folk, anche country, anche blues, anche work-song: dalla forma androgena e disincarnata del suo corpo Blonde on Blonde, all’aspetto promozionale per eccellenza, l’«intervista esclusiva»; dall’eterogeneità delle sue pratiche (moda, politica, poesia, romanzo, cinema doc e fiction, underground e mainstream…) alla sostanza stessa di un set musicale, «odio il palcoscenico che lacera performer da spettatore» dirà (più o meno) in una scena chiave del film. E ci spiega la grande scommessa di un operaio dell’immaginario, di un sognatore di «altre vite», del profeta disarmato, di chi politicizza l’arte (invece di estetizzare la politica) secondo lo stile transtemporale dei 68-77ini: «Quando e come si può sentire la vita che cambia?». Se, come nella canzone di Dylan Subterrean Homesick Blues ti accorgi che quel che vedi e senti non è ciò che sta accadendo. E allora, come un indiano provi a immaginare ciò che accade aggirando le cose, circondandole, provocandole, eccitandole, psicoanalizzandole, rievocandole…. Ecco il segreto, spiegato alla Grifi, di I’m not there, l’ultimo capolavoro di Todd Haynes. Che è già coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Cate Blanchett, nel ruolo adorato-contestato di Jude, uno dei sei Dylan, tutti misteriosi e rinnegati protagonisti di questo mosaico biografico, multistratificato e libero visualmente come un uccello in volo e non più in gabbia, dedicato a chi ebbe, dopo la II guerra mondiale, la maggiore influenza sulla musica e sulla cultura popolare dell’Occidente. Blanchett non è imitatrice come Helen Mirren; non interpreta, non esprime, ma indossa con semplicità il vestito interiore di quell’epoca, la cadenza, lo stile, la parlata tipica dell’era «afghano nero» o «libanese verde». Miracolosa. Gli altri 5 membri di questa Dylan’s band sono: il poeta simbolista, ma già situazionista, Ben Wishaw (Arthur) che parla proprio come Rimbaud; l’agitatore woobly, perennemente inseguito dalla polizia, Woody (il piccolo militante attore nero Marcus Carl Franklin, adepto di Guthrie); Jack (Christian Bale), l’idolo della canzone di protesta anni ’60 (rievocato, perché tutti questi Dylan sono come morti e rinati, dalla collega e studiosa folk Julienne Moore, in una parodia del mockumentary più che di Joan Baez); Robbie (Heath Ledger), che apre una specie di siparietto fiction new Hollywood, alla Richard Rush o alla Claudia Weill, tra Vietnam, Panthers, bikers, femminismo e storia d’amore coniugale con Suze Rotolo; Pastor John (Christian Bale, ovvero l’epoca del born-again, con la conversione, momentanea, al cristianesimo) e Billy (Richard Gere), che dopo aver distrutto il nauseabondo The Village, con l’accetta estroversa e acida di Sam Peckinpah, sottolinea i legami profondi tra Dylan e la tradizione musicale nordamericana, quella racchiusa nel prezioso cofanetto raccolto da Harry Smith in tre cd… Piacerà, il film, a chi adora la leggenda vivente Dylan. Piacerà anche a chi non la sopporta. Infatti i «tempi cambiano» e i griot rock hanno pure i loro «periodi», di evoluzione o involuzione, con l’oscillare dalle mode. Ma Dylan, che si definisce musicista non folk, ma «tradizionale», nel senso politico rivoluzionario detto prima, è sempre stato fuori gioco, fuori luogo, fuori tempo massimo. Come quando, accettando quel famoso premio progressista, pacifista, perbenista, ringraziò: «C’è anche del Lee Oswald in me». Banalità. Sid Vicious infatti lo avrebbe citato, equivocato, un decennio dopo, nel ’77, l’anno del non chiedere mai scusa a nessuno. È una biografia multipla e inafferrabile per eccellenza questa di Dylan: impegnato, di protesta, disimpegnato, folk, nichilista, provinciale, rapinatore, metropolitano, patafisico, macho e femminista, rock, beat, cristiano, country-western, estroverso, introverso, criptico… meglio se nell’attimo sbagliato, contradditorio sempre, tranne in quell’osservare fisso indietro i morti da non dimenticare mai. E Haynes usa tutto il cinema errato, impreciso, rimosso, bandito. Non solo d’epoca aurea. Tipo Lester (la scena slapstick con i Beatles), Pennebaker (il taxi) o Harlan Country e Sullivan’s Travels (il buco nero indelebile della depressione che non è mai passata perché l’Africa è ricca, gli Usa sono poveri). Ma incrociando gli stili, da quello libero di Alex Cox, al sincronizzato, Charles Burnett. Non è solo un musicista che mette caos nell’ordine, ma che manda il caos stesso in profonda crisi d’identità (almeno questo è il suo esplicito programma minimo). Infatti oggi come ieri, Vietnam come Iraq, il pubblico canta le proprie canzoni tradizionali ipod preferite («l’unico oggetto che corre con le proprie gambe») come armi di combattimento spirituale invincibili. Armi invisibili, infatti ancora non trovate a Baghdad.
I’m not there. Non sono qui. «Io sono un altro». Ricominciando da Arthur Rimbaud, già esperto nella strategia dylaniana di delocalizzare la propria personalità per averne multiplo godimento.
135 minuti dunque «autorizzati» su Robert Zimmerman/Bob Dylan, ma senza la partecipazione di Bob Dylan, se non nei pochi secondi finali, in un assolo con l’armonica a bocca da virtuoso seicentesco. Come dire di no, infatti al regista di Safe e Velvet Goldmine, a Todd Haynes che nacque al cinema con una biografia su una folk singer morta anoressica, anche se The Karen Carpenter Story nessuno l’ha mai visto perché, interpretato da una bambola Barbie fu proibito dall’industria che le fabbrica (neanche tanto correttamente).

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Incontro con Todd Haynes, autore del mosaico in sei pezzi sulla rockstar

«Il mio viaggio nella storia americana perduta»

Attraverso Dylan ho affrontato l’effervescenza politica degli anni 60, ora invisibile davanti al trionfo di Bush

Cristina Piccino

Venezia Racconta Todd Haynes che il titolo di I’m not there si ispira a quello di un brano «misterioso» di Bob Dylan, trovato nelle Basement Tapes Sessions registrate a Woodstock con la Band nel ’67. Dylan in quel momento aveva avuto un incidente e era ancora convalescente… I Sonic Youth, molto vicini al regista, ne hanno fatto una bellissima cover e poi c’era quel verso di Rimbaud, «Io è qualcun altro», che gli tornava in testa, così vicino all’idea di raccontare Bob Dylan – che non ha ancora visto il film – attraverso una «collezione» di personaggi, i tanti suoi «se stesso», gli eroi delle sue ballate, quei pezzi di un’America sofferente e ribelle, gli wobblies sui treni e i neri in rivolta nel ghetto, le utopie del 68, il rifugio della religione, i sogni che non si perdono mai. Gli amori, i tradimenti, l’infelicità, il farsi male… C’è l’America e il suo immaginario dentro a questo film, non è una biopic, non in senso classico. Haynes, come mai visionario geniale, lo ha detto e ripetuto anche qui. Piuttosto è una ballata infinita, la storia di un secolo o forse più, passato e presente, il beatnik e le panthers dentro e fuori le canzoni e la vita.
Come sei arrivato a I’m not there?
Ci sono diversi motivi, quando ho iniziato a pensarlo la politica di Bush e di Cheney era al massimo dell’affermazione con la guerra in Iraq. Mi sentivo un po’ come il personaggio di Charlotte Gainsbourg nel film, impotente, e stavo male di fronte alle immagini in tv della guerra. Molto della mia rabbia di quel momento è entrata poi nel film, nel modo di raccontare gli anni 60 che sono stati ugualmente segnati da una guerra insensata e atroce come il Vietnam ma che almeno esprimevano una protesta forte, rumorosa, che è invece invisibile davanti al trionfo di Bush. Scrivendo mi dicevo ecco, sto entrando in un momento della storia americana che si è perduto e volutamente cancellato, l’opposto di quanto stiamo vivendo ora. Anche se analisti politici dicono che la catastrofe prodotta dall’amministrazione Bush ci sta portando nuovamente verso uno spirito libertario. Volevo ricordare questi principi di una società libera e democratica che abbiamo perso nel tempo.
Perché Bob Dylan?
L’idea di entrare nella vita di uno dei miti della cultura e controcultura americana era un invito fantastico. La sua vita e la sua arte permettevano di affrontare il discorso politico che si viveva negli anni 60… E anche la sua perdita, come le cose sono cambiate. Dylan e il suo mondo spalancano un universo complesso, si va dal simbolismo francese alle discussioni in America sulla «nuova sinistra» fino al vecchio testamento, che a un certo punto diviene per lui un riferimento di ispirazione e un modello morale. Ho studiato moltissimo, mi sono documentato, ho consultato gli archivi quasi stessi scrivendo la tesi di laurea… Però non volevo fare un film didascalico, mi preoccupavo che ogni immagine conservasse l’effervescenza degli anni 60, e di un personaggio come lui che ci era dentro vivendone passioni e conflitti.
È per questo che hai espresso Dylan in più personaggi?
Volevo dare l’idea dei cambiamenti, per questo ognuno dei personaggi che vediamo all’inizio si trova bene nel suo stare al mondo, e poi vive un disagio fino a cedere il passo al personaggio successivo… Ho lavorato con gli attori in modo che si nutrissero il più possibile delle loro esperienze, volevo un approccio personale… Per me è stato fantastico entrare nella testa di qualcuno come Dylan e poi uscirne, e volevo che questo fosse visibile anche nel rapporto degli attori coi loro personaggi. La musica di Dylan è piena di riferimenti cinematografici, letterari… Mi divertiva metterli in gioco e però sono stato attento a evitare l’eccesso di riferimenti, o la mania del dettaglio. Quando mi è arrivata l’autorizzazione da Dylan che mi cedeva i diritti nell’universo non potevo crederci. Forse non ci credo neppure ora.
Lavori spesso sul passato americano o della controcultura, gli anni 50 di Lontano dal paradiso o i 70 nella Londra glitter di Velvet Goldmine.
Come dicevo gli anni 60 mi sembravano un pianeta lontano se paragonati a quanto stiamo vivendo adesso. Quando ho iniziato il film non sapevo ancora cosa mi riservassero, quali scoperte, se aveva senso, però ero convinto a andare avanti. In qualche modo l’affermazione dei conservatori ha le sue radici proprio negli anni 60, nonostante fossero un periodo molto libertario. Però è lì che i conservatori acquistano fama, e in questo senso l’esperienza di Dylan precorre i tempi. Anche la sua conversione, quella ricerca di Gesù che a un certo punto divenne così diffusa per rispondere al panico, riacquistare il controllo di sé. È come se ci fossero già i segni di un meccanismo che arriva fino a noi, e che è diventato la crociata di oggi. Inoltre mi affascina la radicalità di quell’epoca, il pensiero complesso che ha espresso, e per questo credo che ci possiamo tornare molte volte sopra senza stancarci.
Hai pensato a altri film musicali o cose del genere?
Non ci sono molti riferimenti specifici a parte i Beatles quando il Dylan interpretato da Cate Blanchett li incontra… Più che altro avevo in mente la ridefinizione del western in chiave hippie, nella contaminazione con la controcultura. Alla fine degli anni 60 si era affermato un punto di vista alternativo nella figura dell’antieroe… E la musica accompagnava tutto questo, penso all’uso di Burt Bacharach in Butch Cassidy o dello stesso Dylan in Pat Garret e Billy the Kid.

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