Dalla rassegna stampa Cinema

Müller: resto, non resto, resto...

Dopo quattro anni Marco Müller ha l’incarico in scadenza: lui si dice soddisfatto per la stabilità raggiunta, i progetti, gli sponsor e i fondi, «anche se non abbiamo i soldi di Roma e lì non andrei perché è il festival di Veltroni»

Urbani, Buttiglione, Rutelli. Tre cambi di ministro della cultura e due avvicendamenti di governo. Già questo è un piccolo record (tutto italiano, s’intende, vista l’abitudine allo spoil system) da mettere a bilancio nel mandato del direttore della Mostra, Marco Müller, che scadrà a dicembre dopo quattro anni di «onorato» lavoro, in coppia col presidente della Biennale, David Croff. Anche lui in scadenza a febbraio 2008, insieme al consiglio di amministrazione, ma che non esclude («mi piacerebbe molto», dice quest’ultimo) di continuare a lavorare insieme altri quattro anni, «visto che ormai la macchina festival è ben rodata». Tempo di bilanci, dunque, alla vigilia di questa edizione numero 64 di Venezia che, almeno sulla carta, si presenta ricca di sorprese. Soprattutto tempo di «previsioni» per il futuro della storica istituzione tenuta sul filo recentemente, è inutile negarlo, dalla neonata Festa di Roma, condotta, dice Müller sorridendo, dal «duo diabolico Veltroni-Bettini».
«Certo le difficoltà in questi quattro anni non sono state poche», spiega Müller nella sua stanzona da direttore circondato da tazze e tazzine cinesi per il the e con «il manifesto» in bella mostra sulla scrivania. «Non starò qui certo a farne l’elenco – prosegue -, ma sono quelle ovvie legate all’instabilità politica che ha vissuto il paese». E che negli anni precedenti, per esempio, al primo arrivo di Urbani sulla scena ha visto «saltare le teste» dei direttori: prima di Alberto Barbera, poi di Moritz De Hadeln, defenestrato a breve nonostante fosse stato messo alla direzione del festival dopo gli improbabili tentativi oltreoceano di Sgarbi con Scorsese. «Oggi finalmente – prosegue Müller – il festival può contare su una bella stabilità finanziaria e per il 2011 sul nuovo palazzo ed una struttura tutta rinnovata. I salti mortali fatti negli anni passati dal presidente sembrano finiti. Come anche quel forte sentimento di urgenza che ho vissuto quando mi sono insediato nel 2004». È arrivato il contributo straordinario di Arcus (società interministeriale che eroga fondi, ndr) e gli sponsor sono raddoppiati. Anche se le cifre di cui dispone la Festa di Roma restano lontane. Il discorso cade sempre lì, è ovvio. Nonostante Müller cerchi di «svicolare». Le voci che lo avrebbero voluto nuovo direttore della kermesse capitolina al posto del «collettivo» capitanato da Gosetti-Sesti circolano da tempo, infatti. Ma lui risponde: «No, non ho avuto nessuna offerta ufficiale per Roma. E non per questo smetterò di parlare con Veltroni dopo vent’anni di conoscenza. Del resto, sarò troppo orgoglioso, ma non andrei mai a fare il terzo con la diabolica coppia Veltroni-Bettini. Per tutti quello è il suo festival. Quando vado a Los Angeles e parlo con i produttori mi dicono: ci ha chiamato il sindaco di Roma». Insomma, accetterebbe un secondo mandato Veneziano, piuttosto? «Per questo impegno – risponde – ho già dovuto rinunciare alle mie due case di produzione. Adesso francamente vorrei tornare al mio lavoro. Mi sono rimasti in piedi due impegni ai quali non voglio rinunciare. Un film di Gianfranco Rosi che sta girando da otto anni nel deserto degli Stati Uniti e il nuovo di Egidio Eronico, Cinque numero perfetto. Ma soprattutto voglio continuare l’insegnamento universitario a Mendrisio dove ho la cattedra di “Stili e tecniche del cinema alla facoltà di architettura”». Però, aggiunge, «se a partire dal nuovo palazzo del cinema si pensasse ad un nuovo progetto di Mostra come laboratorio permanente, in questa prospettiva sarei disposto a fare dei sacrifici».
Al momento, intanto, la tensione è tutta rivolta al debutto di questa sera. E a «spianare» la polemica balneare innescata da Fanny Ardant sul «Curcio eroe romantico» e che sarà ospite di Venezia protagonista di Ora di punta di Vincenzo Marra. «Per noi la Ardant resta comunque la benvenuta – spiega – . L’anno scorso la volevamo addirittura madrina del festival. Ma non possiamo però essere d’accordo sul giudizio di quegli eventi terribili del nostro passato. E del resto sarebbe paradossale, ora che si è arrivati ad un accordo tra le comunità di sciiti, curdi e sunniti per una contro-fatwa che condanni tutti i terrorismi, che ci ritrovassimo noi meno laici del mondo islamico».

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Ambra per madrina, lassù qualcuno si indigna

Un «nulla col vento in poppa. Le auguro di durare quarant’anni come la Loren» dice il critico Tullio Kezich di Ambra, mentre lei si prepara a fare da madrina alla cerimonia d’apertura, oggi alle 19 della 64esima Mostra del cinema di Venezia. Anche Gianni Boncompagni che all’epoca di Non è la Rai l’aveva creata icona scapigliata, non è meno duro, confessando che «non c’era niente di meglio». Sono cattivelli, questi professionisti. Nonostante l’Angiolini di oggi sia molto lontana dagli auricolari all’orecchio e dalle mossette da teen maliziosa. Soubrettina cresciuta al punto da essere attrice al cinema per Ozpetek e conquistare Nastri d’argento e David di Donatello. Lei, l’Ambra nuova, cresciuta, la prende con filosofia e alle critiche degli ultimi giorni risponde allegra: «Vuol dire che avrò una carriera di 40 anni come la Loren e poi diventerò Papa». Non si stupisce delle critiche, «sono sempre stata amata e odiata allo stesso tempo». E si volta al futuro, all’emozione di inaugurare la Mostra, assunta nell’empireo di un’arte, il cinema, che l’assorbe sempre più (ha appena finito di girare il film della Comencini, Il bianco e il nero). Occupata a pensare cosa si metterà oggi, ovvero in lungo, corpino senza spalline firmato Giorgio Armani. Un discorsetto breve, informale, il sorriso «più bello che ho» e al Lido ci ritorna subito subito, fra tre giorni, a ritirare con Ozpetek l’ennesimo riconoscimento poer Saturno contro, il premio Diamanti al Cinema.
E tra le inevitabili polemiche dei primi giorni s’inserisce anche il governo di Taiwan che protesta per l’etichettatura dei propri film in concorso per essere stati associati alla Cina. Al Festival è stato chieso di togliere dal sito la dicitura «Taiwan, Cina»: i problemi tra la Cina Popolare e Taiwan esistono dal 1949, quando l’isola si separò dalla repubblica popolare cinese guidata da Mao. Da allora la Cina ha sempre minacciato di invadere l’isola, qualosa si fosse proclamata indipendente. Alla Mostra parteciperanno cinque film provenienti da Taiwan.

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