Dalla rassegna stampa Cinema

IL PAESE DEL CINEMA

Si inaugura oggi la Mostra di Venezia

Ha ragione Carlo Lizzani quando a conclusione del suo bel libro di memorie appena edito da Einaudi ( Il mio lungo viaggio nel secolo breve) scrive che il cinema italiano soffre, ormai da tempo, di «una crisi d’identità». Che però, a guardar bene, non è solo del cinema: è crisi, e di sicuro più ampia, dell’intero Paese, che esso semplicemente si limita a rispecchiare.
Molto più che altrove il cinema ha avuto in Italia un’importanza grandissima. Per almeno due ragioni: innanzi tutto perché in Italia, anche a causa della sua debole scolarità, era assente una moderna tradizione di letteratura popolare. Dagli anni Trenta in poi il cinema, grazie anche al fatto di poter fare a meno della parola scritta, ha fatto le veci di questa letteratura, plasmando sentimenti, modi di vivere e atteggiamenti delle più vaste masse. Con i suoi volti e le sue trame il cinema è stato in Italia non solo l’unica e vera narrazione popolare, l’unico racconto con cui il Paese ha narrato se stesso, ma anche l’unico tramite grazie al quale il Paese stesso per così dire «si è appreso». Per decenni il cinema ha costituito per milioni di italiani il solo modo di percepire un’immagine dell’Italia al di là del proprio ristretto orizzonte di vita. Cos’era un grande magazzino, un villaggio di pescatori siciliani, o cosa erano Roma o Milano, moltissimi italiani lo hanno appreso per la prima volta dal cinema.
La seconda ragione del rilievo che il cinema italiano ha avuto sta nel fatto che esso è stato una sorta di riassunto emblematico di uno dei caratteri generali della nostra modernità culturale (e non solo): il fortissimo rapporto dei ceti intellettuali con la politica (il già citato libro di Lizzani ne è una puntuale dimostrazione), e in particolare con le tre grandi ideologie che hanno attraversato e travagliato la storia dell’Italia del ‘900, e cioè il fascismo, il cristianesimo sociale, il comunismo gramsciano. Forse in nessun altro luogo come nel nostro cinema queste tre visioni del mondo si sono intrecciate e fuse, esprimendo compiutamente quella che è stata chiamata «l’ideologia italiana», con il suo fondo populista antiborghese di cui il neorealismo è stato un vertice, ma che continua a farsi sentire pure in tanta «commedia all’italiana », in tanto Pasolini, in tanto Moretti.
L’ascesa del nostro cinema e il suo successo nel mondo fino agli anni 70 del Novecento hanno corrisposto al successo politico-culturale di quell’ideologia in casa e fuori (si pensi a come in tanti all’estero hanno guardato al comunismo italiano). Da allora la crisi di quella è stata anche la sua crisi (e di questa crisi ci hanno parlato Fellini e Antonioni). Nell’attuale Occidente globalizzato, dove non c’è più il popolo e la politica svanisce, il cinema italiano scopre quanto sia arduo l’abbandono del populismo e l’approdo alla democrazia, quell’approdo che da sempre, invece, è connaturato al cinema americano con la sua potente disposizione allo straordinario, all’avventuroso, e insieme al quotidiano, con la semplicità della sua ispirazione etica, con il suo favore per il punto di vista dell’uomo comune contro ogni intellettualismo.
Al cinema italiano resta, certo, il lascito di una grande tradizione culturale che vive nell’abilità artigianale di tanti nostri scenografi come nella capacità di inventare e combinare forme e colori, di tanti nostri operatori. Ma nel complesso esso oggi ha bisogno di una nuova ragion d’essere, di un nuovo senso di sé, di un nuovo rapporto con la realtà che lo circonda. Anch’esso, proprio come l’Italia, è alla ricerca di una nuova identità.

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Giuseppina Manin

Müller: Venezia ha i film migliori e se resto potrei cambiare formula
Il via alla Mostra e alla gara con «Atonement» di Wright
«Fanny Ardant benvenuta, ma sulle Br ha detto cose sbagliate»

DAL NOSTRO INVIATO
VENEZIA — Surreale e gigantesca la sfera di metallo luccica immobile, incastrata tra le macerie della fiancata del Palazzo del Cinema. Un tocco scenografico di allarmante efficacia realizzato da Dante Ferretti, che già l’aveva fatta oscillare per Fellini ai tempi di Prova d’orchestra. E adesso, tanti anni dopo, quella palla misteriosa si schianta qui, contro l’edificio simbolo del cinema, presagio e auspicio di quel nuovo Palazzo tanto atteso, promesso, necessario per una Mostra capace, come sostiene il suo direttore, Marco Müller, «di essere luogo d’appuntamento imprescindibile per grandi maestri e autori nuovissimi, di ricerca e di spettacolo ». Una sintesi che fa parte del dna della rassegna veneziana, stasera al via per la 64ma edizione con Atonement di Joe Wright.
«All’unanimità l’abbiamo scelto come titolo emblematico per aprire — assicura Müller -. È la prova che anche dentro la macchina del cinema più potente, quello americano, si possono aprire interstizi segreti di originalità e creatività ». Quanto al titolo, «Espiazione », annuncia quello che Müller sostiene essere il tema portante di questa Mostra: il senso di colpa. «Una presa di distanza critica da pezzi di vita e di storia comune a tanti altri film del programma», anticipa.
Tormenti e rimorsi che certo non lo riguardano. E a ragione.
Soddisfatto del lavoro svolto da 4 anni, sa di aver messo a punto un cartellone invidiabile nonostante le insidie pesanti dei nuovi festival a ridosso, quello di ottobre a Roma, una corazzata che dispone di ben altri mezzi che Venezia, e quello di novembre a Torino, da quest’anno guidato da un imprevedibile Nanni Moretti. Contraccolpi? «Anzi. Mai come quest’anno è stato facile ottenere i film che volevamo. I registi che hanno ancora voglia di scommettere sulla creatività ci danno la loro fiducia. La Mostra ha dimostrato di essere sempre la Mostra. Certo, di fronte alla nuova situazione, produttori e distributori è logico che spalmino i loro titoli anche sulle altre rassegne. Così un produttore coraggioso come Valerio De Paolis a Venezia ha affidato ben 6 film, e a Roma ha dato Coppola».
Nessun appunto sullo scarso bon ton di Roma che ha sparato la prima bordata di titoli della sua Festa proprio alla vigilia della kermesse veneziana. «Veltroni è un direttore di festival straordinario — loda Müller —. Lui e il suo braccio destro Bettini per politica e diplomazia sono pari solo a Jacob e Fremaux, il presidente e il direttore di Cannes. Anzi, visto che Jacob arriverà a Roma, ospite della Festa, con il ministro della Cultura francese, non mi stupirei che in futuro ritrovassimo Veltroni alla guida di Cannes. Sarebbe perfetto».
Vedremo. In realtà, in un ipotetico cambio di poltrone, in predicato per Cannes era dato proprio Müller. «Voci del tutto infondate», nega. Resterà quindi a Venezia? Punta su una riconferma? «Al momento punto solo a portare a termine due progetti lasciati in sospeso 4 anni fa. Due film a cui credo molto e che voglio produrre, Cinque è il numero perfetto, regia di Egidio Erronico e un documentario sui deserti Usa a cui sta lavorando Gianfranco Rosi». Un’attività di produttore che potrebbe entrare in rotta di collisione con quella di direttore di festival. «Vero, ma se fosse a tempo pieno. Il mio impegno è solo con questi due film. Terminata la Mostra, per qualche mese mi dedicherò a essi. Poi, con il nuovo anno, si vedrà. Anche perché se accettassi un reincarico a Venezia vorrei poter cambiare la formula della Mostra, darle un indirizzo progettuale più ampio, un’attività permanente nel corso dell’anno». Tornando al presente, il caso Fanny Ardant? «Diamo il benvenuto a una delle attrici più straordinarie anche se non condivido certo la sua lettura del terrorismo». Qualche dritta sul Fuori concorso? «Tre documentari cinesi, un genere meno soggetto a censure e quindi in grado di raccontare più liberamente la nuova Cina. E il filippino Death in the Land of Encantos, il film più lungo della Mostra: 9 ore. A chi resiste fino alla fine verranno forniti generi di prima necessità».
Sono 61 le pellicole in gara nelle tre sezioni (per 55 è la prima mondiale).
Tre gli italiani che aspirano al Leone d’oro. In giuria ci sono sette registi (Infophoto)

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PAOLO MEREGHETTI

IL CARTELLONE

VENEZIA — Gli esami non finiscono mai, e nessuno come Marco Müller lo sa meglio. Dirigere Venezia è una delle posizioni più periclitanti che esistano: basta un soffio di vento, un pettegolezzo, un minimo malumore per rimescolare le carte. È per questo che la Mostra che si apre oggi non è come tutte le altre: è quella che conclude il quadriennio della sua direzione e che può aprire o chiudere la strada alla riconferma. Ma per gli esami finali Müller si è preparato bene. Anzi, benissimo.
Aveva cominciato l’anno scorso, con un’ edizione di altissimo profilo artistico, coronata da un verdetto «miracolosamente» in sintonia con le scelte dei selezionatori (Venezia è celebre per aver avuto giurie che hanno premiato spesso il film sbagliato). Leone d’oro al cinese Still Life, riconoscimento a Straub e Huillet, miglior attrice Helen Mirren… Tutti d’accordo, anche i più arcigni difensori dell’ortodossia cinefila, i temibili Cahiers du Cinéma in testa. Nessuno poteva dire che Müller non difendesse la «vera arte».
Quest’anno la selezione si riconferma di altissimo profilo, ma con qualche significativa messa a punto. Aspettiamo ancora il film sorpresa (si sussurra in arrivo da Hong Kong), ma quest’anno la pattuglia asiatica è più ridotta e, diciamo così, meno aspra, meno radicale. E soprattutto sono sbarcati in massa gli americani: sei titoli e una coproduzione tra Gran Bretagna e Stati Uniti su ventidue film finora in concorso sono un record che forse non ha precedenti al Lido. E non solo.
Un improvviso innamoramento del direttore per Hollywood?
Un’annata produttiva d’oro?
Probabilmente l’interpretazione più esatta è un’altra: dimostrare che Venezia è un festival che ama il cinema americano. Ecco l’ultima grande scommessa che Müller vuole vincere. Per togliere armi ai possibili concorrenti e per assicurare, programma alla mano, che la sua passione per il cinema di «una piccola comunità perduta» (come la definisce nell’introduzione al catalogo) non gli annebbia la vista di fronte all’industria e al mercato. La sfilata di divi annunciati è la prova vivente che l’industria guarda a Venezia (alla Venezia di Müller) con fiducia: pagare il viaggio e il soggiorno fin qui delle proprie star è una spesa che rende. Proprio come a Cannes.
E se il mercato non esiste (in tanti hanno fallito cercando di «impiantarlo» al Lido) Müller ha scelto di percorre un’altra via, più trasversale, più da «mandarino cinese» qual è: dimostrare che anche l’Arte può avere un valore commerciale. E che se Venezia non ha il mercato questo non significa che venire qui non possa essere un affare. Vedi Brokeback Mountain, vedi The Queen, vedi quest’anno i sei americani in gara, quasi tutti indipendenti di lusso, cioè non veri e propri blockbuster (che di un festival non hanno bisogno) ma pur sempre dotati di cast stellari e con adeguate ambizioni al box office. Se vincesse uno di loro, sarebbe davvero la ciliegina sulla torta.
Perché anche il resto è costruito con sapienza invidiabile: inaugurazione ad Ambra, chiusura alla Sandrelli, leone alla carriera a Bertolucci, la rappresentanza italiana affidata a tre giovani outsider, una spolveratina di padri nobili (Rohmer, Mikhalkov, Grenaway, Chahine), la retrospettiva sul western all’italiana con Tarantino a fare da padrino. Anche Gramsci sarebbe rimasto ammirato di fronte a questo miscuglio nazional-cinefilo-popolare. E se aggiungiamo che questa sera, all’inaugurazione, il presidente della Biennale Croft avrà al suo fianco il presidente della Regione e il sindaco di Venezia (l’anno scorso vistosamente assenti), viene da dire che il primo giorno di esami non poteva cominciare meglio.

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Maurizio Porro

L’annuale classifica di «Ciak» sui top 50 del cinema premia le nuove leve e subito la Mostra si adegua

Largo ai giovani: Scamarcio & C. alla conquista (anche) del Lido

VENEZIA — Che sia davvero la volta buona in cui si fanno avanti i giovani del nostro cinema? La Mostra 07 avanza l’ipotesi disseminando i vari percorsi delle sezioni con voci nostrane armoniose ma fuori dal coro.
Oltre ai tre autori in concorso scelti non tra i soliti noti, il noir di Franchi e i due film sociali di Porporati e Marra, con la rivelazione Elio Germano, Luigi Lo Cascio e il deb Michele Lastella. Tre titoli italiani alle Giornate degli Autori, un record, oltre al film francese con Stefano Accorsi: Non pensarci di Gianni Zanasi con Valerio Mastandrea, rockettaro in crisi, e Anita Caprioli; Le ragioni dell’aragosta di Sabina Guzzanti, sorella in arte, paradosso e satira di Michael Moore; l’interessante, anomalo Valzer di Salvatore Maira, girato in un unico piano sequenza ma su un’infinità di spunti polemici e attuali, corruzione, calcio e televisione e varia umanità disperata e virtuale, con la radiosa Valeria Solarino e un Maurizio Micheli drammatico inseriti tra gli ospiti di un albergo.
Se qualcuno non è convinto della bravura di Toni Servillo, quasi giovane, bisogna vedere l’intelligente e contagiosa malinconia esistenziale con cui memorizza e intuisce da bravo ispettore un omicidio ambientato tra le ferite di gente comune in La ragazza del lago di Andrea Molajoli, Settimana della Critica.
Una lista di nomi nuovi pronti al ricambio, come testimonia l’attesa annuale Power List dei 50 nomi che contano nell’italian cinema, oggi nel mensile Ciak, compilata insieme alla rivista Box Office, miccia per far discutere gli ospiti al Lido. Pur restando le prime posizioni in mano ai padroni del vapore — comanda la Medusa di Giampaolo Letta, segue Filmauro di De Laurentiis, terza Rai cinema 01 di Leone-D’Amico-Roviglioni — al quarto posto si impone Riccardo Scamarcio, rivelazione e sex symbol della stagione (tre film, 40 milioni di euro, prossimamente titoli di Rubini e Ferrara). È in testa a un plotone di attori under 30 tra cui le new entry Elio Germano (28°),il più premiato dell’anno, Nicolas Vaporidis (48°)romantico studente di notti prima degli esami e Laura Chiatti (49ª) (quella dei «rimorzi» di Ho voglia di te). Anche tra i registi, oltre le fratellanze evergreen dei Vanzina ed Avati, si rinforza la generazione di mezzo: Veronesi (ottavo con il Manuale d’amore 2), Brizzi (nono), Luchetti (26°), Crialese (36°) i graditi ritorni di Ozpetek (14°), Tornatore (25°).Christian De Sica continua a mantenere il quinto posto, il trionfatore del Natale e degli spot, mentre Boldi passa al 16° posto, la Bellucci si gongola all’11° e pare destinata a restare, la Buy è 21ª. Silvio Muccino prossimo regista è al 18°posto, Verdone sta saldo al 12°,Kim Rossi Stuart al 27°.
Infine rivelazione di Ficarra & Picone, quindicesimi, forti del successo di Il 7 e l’8, attesi presto al varco di un bis.

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Madrina di stasera
Ambra: spero di durare 40 anni

DAL NOSTRO INVIATO
VENEZIA — Indecisa fino all’ultimo tra un abito bianco e un altro nero, tutti e due lunghi, corsetto prezioso, spalle nude, Ambra (nella foto Olympia) confessa un’emozione di circostanza per quel che l’attende stasera. Promossa a sorpresa madrina della Mostra, toccherà a lei condurre il gala rituale d’apertura. Per l’ex ninfetta della tv sfrontata un balzo inatteso sul palco del grande cinema. E non tutti hanno applaudito. «Il nulla con il vento in poppa», l’ha definita un critico illustre come Tullio Kezich.
Aggiungendo feroce: «Le auguro di durare 40 anni come la Loren». «Tengo buona solo questa seconda parte», incassa lei con aria soave. E prosegue con amara ironia: «Sono sempre stata amata e odiata. Si vede che in 15 anni non è cambiato niente.
Nonostante il David e il Nastro d’argento vinto con il film di Ozpetek, per alcuni sono rimasta sempre la ragazzina di “Non è la Rai”». Invece? «Invece sono diventata una donna, l’antica sfacciataggine si è un po’ addormentata.
Sono subentrate la tenerezza e il pudore».
E alla tv è subentrato il cinema. Prima con Ozpetek, adesso con Cristina Comencini, il cui nuovo film Ambra ha appena terminato di girare. E intanto nella sua vita è arrivato un compagno stabile, il cantautore Francesco Renga («Prego, preferirei chiamarlo fidanzato. Dà il senso di un rapporto più fresco»). La ragazza Ambra è diventata madre, la monella della tv un’attrice, pronta di nuovo a mettersi in gioco.

G.Ma.

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