Dalla rassegna stampa Cinema

Un mafioso piccolo piccolo

In gara alla Mostra del cinema «Il dolce e l’amaro» di Andrea Porporati: le cosche viste da dentro, con drammi e paradossi

MILANO — Saro comincia perché vuol vivere alla grande. Quel giorno da leoni capace di tirarti fuori dal branco delle pecore cui sembri destinato. Saro comincia perché qualcuno gli dà credito. Alla Kalsa, quartiere tra i più degradati di Palermo, uno come lui è solo uno come tutti. Un giovane senza presente e ancor più senza futuro. Come resistere a chi gli promette una vita dove, senza faticare, avrà abiti firmati, soldi in tasca, belle donne… Persino il rispetto della gente, la merce più rara, quella che nessuno gli aveva mai dato prima. La strada della ricchezza, del potere, è lì, a portata della mano di Saro, purché il suo dito sia pronto a premere un grilletto. Un obolo tutto sommato facile, quasi banale. E allora via, verso un insanguinato Paese dei balocchi, sui cui alberi cresce solo il dolce della vita.
«Ma la vita, come dice un detto siciliano, è fatta di dolce e di amaro. Non puoi gustarla senza trovare un giusto equilibrio», avverte Andrea Porporati, regista di un film che quel saggio consiglio cita fin dal titolo, Il dolce e l’amaro, appunto. Lo vedremo tra pochi giorni a Venezia, in gara per il Leone d’oro. Protagonista, nei panni di Saro, il mafioso piccolo piccolo di cui seguiamo la carriera per circa un ventennio, dalla giovinezza alla maturità, Luigi Lo Cascio. E nel cast anche Donatella Finocchiaro e Fabrizio Gifuni.
Di mafia Porporati, già autore de Il sole negli occhi, si è occupato a lungo come sceneggiatore di molte serie de La piovra televisiva. «Ma lì si prediligono vicende più a effetto, mentre le storie più piccole faticano a trovar spazio. Invece io credo proprio che quella quotidianità banale e terribile, violenta e persino comica, possa svelarci molto di più e di inatteso su quel mondo apparentemente eroico e folcloristico. Per una volta insomma, anziché occuparsi di boss e di padrini, ho pensato che sarebbe stato interessante puntare lo sguardo sui soldatini della mafia. Sui risvolti, talora assurdi e grotteschi, con cui devono fare i conti».
Gli aneddoti, tutti rigorosamente ispirati a fatti e persone reali, non mancano. Come quello di un gruppetto di malavitosi che prendono l’aereo per andare a fare una rapina in una delle grandi città del nord, a Milano, a Torino. «Metterla a segno sotto casa sarebbe stato certo più comodo, ma in Sicilia devi avere il permesso del mafioso del luogo, pagargli la tangente, magari scartare una serie di obiettivi lucrosi perché già sotto la sua tutela… Insomma, una faccenda complicata. Meglio quindi la trasferta al nord. Ecco che però in aereo qualcuno della banda, che mai aveva volato prima, viene colto da un attacco di panico. E trema e suda e ha le palpitazioni peggio che quando imbraccia il mitra». «Poi — prosegue Porporati — una volta arrivati nella banca o nell’ufficio postale stabilito, al momento della fatidica frase: “Questa è una rapina, aprite la cassaforte!”, capita che la minaccia esca in dialetto, sola lingua parlata da certe manovalanze, incomprensibile a un orecchio lumbard ». Insomma, uguale preciso a Woody Allen in Prendi i soldi e scappa.
«Solo che qui nessuno ride. Il criminale si offende, si innervosisce. A salvare la situazione un cliente, un immigrato, che quell’idioma capisce e traduce in diretta ». E ancora, per la serie «strano ma vero», Porporati racconta di quei due mafiosetti che, tesi e impauriti, prima del colpo, vanno in chiesa a pregare la Madonna.
«Un rapporto distorto con il sacro che rientra in questo tipo di personalità, di enorme semplicità culturale ed etica — interviene Lo Cascio —. Saro, il mio personaggio, è uno così. Senza strumenti intellettuali, adotta gli unici valori che gli vengono proposti: l’onore, il rispetto, la forza. Prima ne è stregato, poi deluso. Alla fine questa è la storia di un disincanto». E la delusione sarà dolorosa. «Perché non si tratta solo di uscire da un clan, ma di rompere vincoli di sangue. L’iniziazione alla mafia prevede non a caso la “pungitina”, una piccola ferita per far uscire il sangue e mescolarlo con quello degli altri membri della cosca. Un rituale cruento, segnale di quella violenza estrema a cui sarà destinato », spiega l’attore, che ne I cento passi di Giordana aveva impersonato Peppino Impastato, il coraggioso giovane di Cinisi assassinato dalla mafia.
«Un carattere opposto rispetto a Saro. Per lui, la sola speranza di tornare indietro è affidata a un sussulto del cuore. E alla forza di Ada (Donatella Finocchiaro) che lo ama ma non condivide le sue scelte. Il suo sostegno farà da cardine al percorso di pentimento di Saro. Che alla fine riesce a vedere la realtà per quel che è: un tragico inganno. Dove in cambio di tanto orrore, di tanta insensata angoscia, ti ritrovi ben poco: una vita in fuga, solo e senza amore».
NOZZE D’ONORE
La scena del matrimonio: al centro Luigi Lo Cascio, alias Saro Scordia; la sposa è Ornella Giusto, mentre il testimone di nozze è Gaetano Bruno
• FAB•IZIO GIFUNI Amico di infanzia di Saro, crescendo sceglie un altro percorso e si schiera nella «trincea» opposta: fa il magistrato
• LUIGI LO CASCIO È Saro, il protagonista: un ragazzino che diventa un uomo di Cosa nostra, ma che poi decide di cambiare vita
• DONATELLA FINOCCHIARO È Ada, la donna che Saro ha sempre amato. E sarà lei il cardine del suo percorso di pentimento IL CAST Il regista è Andrea Porporati (nel tondo). Nel cast ci sono: Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro, Gaetano Bruno, Ornella Giusto, Fabrizio Gifuni

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.