Dalla rassegna stampa Cinema

Cheryl Dunye - Inventare storie nostre - Nessuno lo fa per noi

«Grazie al cinema e alla tv i gay neri sono ormai accettati dall’opinione pubblica. Sul lato femminile invece, essere nera e lesbica significa ancora invisibilità». Incontro con Cheryl Dunye, regista african-american

Torino – Nel ’98 portò al festival da Sodoma a Hollywood di Torino il suo film d’esordio, The Watermelon Woman, un delizioso mockumentary che «immagina la verità», una cinelove-story lesbo, e black & white, d’epoca «muta». Nel 2007 Cheryl Dunye è tornata al gay&lesbian festival come giurata per assegnare il premio che aveva vinto 10 anni prima, dopo il Teddy award a Berlino e tanti altri in giro per il mondo.
Questa cineasta african-american che, come Obama, è nata in Africa (in Liberia) e cresciuta in Usa (a New York), combattente per i diritti delle donne nere e lesbiche (e non solo), merita assolutamente lo strappo alla regola di una intervista (visto che sono ufficio stampa del festival). Così prima della sua partenza, la raggiungo: «The Watermelon woman non fu soltanto il primo film lesbico della comunità nera, ma ha contribuito a far nascere un nuovo genere – esordisce Dunye, piacevolmente seduta sul divano – per me ebbe una grande importanza: ricercare una verità storica e nello stesso tempo raccontare la mia contemporaneità».
Fu questo il motivo per cui lo interpretò lei in persona, senza utilizzare un’attrice. Ha mescolato materiali d’archivio in 16 mm. con immagini girate ex novo. «Per indagare ciò che è vero e ciò che è pura memoria del passato, e come questa memoria ha influenzato il personaggio, cioè me, donna nera, lesbica, vissuta negli Usa».
Sono passati 10 anni e in Italia il film è ancora semi-sconosciuto, quanto la sua autrice (nonostante l’uscita di My Baby’s Daddy, «Il padre di mio figlio», grande successo al botteghino Usa e produzione Miramax). Anche negli Usa però la situazione non è migliorata nel frattempo, benché Dunye ci riveli che, secondo lei, il cinema lesbico è cambiato in modo radicale, così come è cambiata l’«identità lesbica».
In che modo, le chiedo, e lei risponde con un altra domanda: «Grazie al cinema e molto di più grazie alla tv, dove la donna lesbica è entrata come personaggio forte nei telefilm mainstream, è arrivata una grande visibilità. Ma quale effetto ha prodotto nella società e nella percezione della realtà?».
È cambiato qualcosa rispetto alla storia e alle difficoltà narrate in Watermelon? «Poco o nulla – dice con tono amaro, aggiungendo che lei da tre anni vive in Olanda – Ci sono ancora tante lotte da fare, soprattutto negli Usa, dove le troppe morti, per esempio, sono dimenticate. Esiste uno show televisivo gay, Noah’s Ark (L’arca di Noè), con attori e personaggi neri, e che è molto seguito, segno, questo, che i gay neri sono più accettati dall’opinione pubblica. Sul lato femminile invece, essere nera e lesbica significa ancora invisibilità e tutte le difficoltà connesse. Ci sono corti e documentari che ne parlano, in alcuni (rari) casi una donna nera lesbica è stata incorporata come personaggio nella narrativa, ma nel cinema di finzione rimane tanto lavoro da fare».
Una donna faro era stata ed è tuttora la poetessa nera Audrey Lorde, che sentì, nel malessere del suo vivere, la necessità di battersi per conquistare i propri diritti, dato che non esisteva nessuno che li rappresentava per lei. «Ora ci si chiede quale sia stata l’importanza vera del suo lavoro, quanto sia stato sfruttato sul piano puramente commerciale e quanto invece istilli potenza sul piano politico. Va detto che il personaggio di Jennifer Beals, donna afro-americana indipendente e consapevole di se stessa nella serie L-World è un po’ quello che vorremmo nella ficition di ampio respiro. Dove non si tratta di creare un’altra immagine della donna lesbica ma di integrarla come donna tout court, al di là del fatto che sia nera, lesbica o della sua classe sociale. Va incoraggiato il dialogo tra il soggetto e la sua identità non classificabile per razza, classe sociale e sessualità». Un discorso politico, introdotto dai movimenti per i diritti civili. E qui Cheryl Dunye fa un altro passo in avanti, allargando questo discorso a un livello globale, per puntare verso una «politica al plurale», ossia «le politiche» al femminile. E cita l’esempio del Sudafrica di Nelson Mandela, dove nonostante difficoltà e contraddizioni etniche, è stato approvato (primo paese in Africa a farlo) il matrimonio per persone omosessuali, all’interno della stessa logica che aveva portato al processo di riconciliazione avviato tra vittime e carnefici dell’apartheid.
«Non bisogna fermarsi agli stereotipi, vedere solo il bianco e il nero, ma andare oltre, per scoprire anche tutto quel che c’è nel mezzo, ossia le varie sfaccettature presenti nelle relazioni e nei contesti, oltre a razza, classe sociale, sessualità: è questo il lavoro da fare nei film queer. Per farlo ci vogliono più collaboratori reclutati dalle file degli indipendenti veri di Hollywood, dribblando la mafia gay che gira attorno a molte grandi produzioni, evitando in questo modo l’affermazione di un immaginario al femminile. Che non vuol dire soltanto film di e su donne, ma film a tutto tondo che comprendono nuove storie, nuove relazioni, nuove tipologie, più rischi. Non possiamo fare da sole, ma possiamo assumerci le responsabilità, per chi li fa e per chi li vede, interrogandoci su impatto e conseguenze. Per esempio quale eco c’è stata per Boys don’t cry?».
Con il suo nuovo progetto Cheryl (che insegna alla Temple University di Philadelphia) tornerà negli Usa e, contemporaneamente, all’Africa: il protagonista è un artista, immigrato dalla Liberia a Amsterdam, che lavora nell’arte digitale. La coproduzione (Usa, Gb e Olanda) indaga anche sulle condizioni dei clandestini, attraverso interviste in cui ci raccontano le loro difficoltà. Saranno quattro immigrati, ma non presentati nella loro individualità, ma nella loro condizione comune, dato che quando si tratta di immigrati clandestini non si parla di persone singole ma di identità collettive miste, nere, gay o lesbiche o non. Sarà un film leggero, per comunicare che lo straniero non è dentro di noi e che così sentendo non ci si costruisce una ulteriore prigione».
Per cambiare bisogna creare un’altra consapevolezza nelle persone, onde evitare situazioni come il ragazzo sedicenne filippino suicidatosi a Torino agli inizi di aprile perché preso in giro a scuola dai suoi compagni di classe. «Qual era il fattore discriminante? – si chiede Cheryl Dunye molto sensibile all’argomento – la razza, la classe sociale o la (presunta) omosessualità?». La madre fa la donna di pulizie e lui era soprannominato Jonathan, il nome del ragazzo gay in gara al Grande fratello. «Oggi si può fare molto perché tanti hanno la telecamera – ribadisce poi con grinta – ma in genere ognuno fa per sé quando invece è importante creare reti per creare identità al plurale». Cresciuta negli anni settanta, Dunye precisa che da giovane lei non si era vista rappresentata né alla tv né in altri media. «Stavo aspettando invano quel tipo di personaggio, per cui dovevo farlo io, seguendo il motto dei primi movimenti black del do it yourself! Abbiamo imparato a non piangerci addosso perché sappiamo che dobbiamo essere noi a creare le nostre immagini. A metà anni ottanta si è visto con quale risultato i politici hanno imparato a farne uso, Reagan fu un vero maestro e Schwarzenegger non è da meno: entrambi sapevano bene come utilizzare i media per diventare presidenti. Quindi, perché noi non possiamo fare altrettanto/altrimenti per raggiungere i nostri scopi? Non importa fare chissà che cosa, bastano piccoli passi per crescere di volta in volta. L’importante è quello che vedi, poi rispondere e far vedere ciò che tu pensi e vuoi vedere».
Cheryl Dunye fa appello alle giovani generazioni, troppo passive, intente a rimanere a guardare, impaurite, e a non agire contro la chiesa: «Siete voi che dovete inventare le vostre storie, nessuno lo fa per voi! Oggi si trovano tutte le risorse tecnologiche sul computer, i tempi sono maturi per reinventare la propria vita, il futuro e il passato. Basta cambiare la propria responsabilità da spettatore in soggetto attivo. L’Europa sta cambiando radicalmente, la ricchezza sociale in rapporto alla ricchezza storica, le religioni in rapporto alle ideologie, e questi cambiamenti non li devono fare i politici da soli, ma proprio attraverso i media possono partecipare tanti, forse tutti». E prima di chiudere lancia un’idea anche al festival (ma non solo): «se il cinema sta morendo, create voi le vostre opere, creando laboratori». Di varie discipline, per rompere gli stereotipi anche rompendo i confini tra i media, mixandoli e ricombinandoli.

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