Dalla rassegna stampa Cinema

La festa di funerale filmata da Frank Oz è una sequenza tutta da ridere

Humor britannico, situazioni grottesche e assurde in «Funeral Party» girato dall’autore della «Piccola bottega degli orrori»

Locarno

Da una parte, l’adunata familiare per un funerale che diventa la miccia mortale di una commedia grottesca pronta a impasticciarsi nei suoi segreti più scabrosi. Dall’altra, il maremoto splatter che agita gli scontri texani con un’armata zombie, pantografata all’interno di un immaginario B-movie che non risparmia diluvi di viscere e testicoli mozzati.
Insomma, che c’è di strano? A Locarno, grazie a Frank Oz (Funeral party) e Robert Rodriguez (Planet terror), si muore e si ride nella stessa serata, accoppiando sullo schermo di Piazza Grande due sentieri cinematografici diversi l’uno dall’altro come il sole dalla luna. Entrambi, sì, pronti a usare l’evento mortale come espediente comico, ma inserito in giochi di ripercussioni e di misure che spiaggiano su orizzonti quasi opposti.
Il primo, infatti, già autore della Piccola bottega degli orrori, usa il più classico spartito della morte di un padre per far convergere in una stessa casa con giardino una parentela che si allarga a figure inquietanti come quella di un nano, pronto a palesarsi come l’amante nascosto del defunto mostrando foto decisamente compromettenti. E così, mentre nella casa girano pasticche allucinogene scambiate per valium, la dinamica del ricatto impressa dal piccolo «estraneo» innescherà una girandola di situazioni che troverà degna conclusione nella stessa bara esposta in salotto. Tra uomini nudi appollaiati sul tetto, isterici vecchietti in sedia a rotelle, scrittori dal braccino corto e donne incinta, l’ampia galleria dei caratteristi si fa affresco corale grazie ai ritmi neri di una sceneggiatura “comica” che matura raffiche di imprevisti ed equivoci come nella più classica tradizione di british humour.
Funziona e scorre fino alla fine, cosa che invece non possiamo dire con pienezza del film di Rodriguez, seconda parte del progetto Grindhouse realizzato con l’amico fraterno Tarantino. Intendiamoci, non che l’esplosione folle ed esuberante di un universo trash che rivitalizza stereotipi cavati dall’immaginario anni 70, non incocci larghi momenti di esilarante efficacia. È solo che l’accumulo grottesco di sketch, allineati uno dopo l’altro per due ore di proiezione, raggiunge dopo un po’ di tempo sentori di sazietà che ne affievoliscono l’impatto. Insomma, la pancia perennemente gravida di un horror citazionista e demenziale che muove esondazioni sanguinarie, camei di Bruce Willis in preda a una brufolosi da cadavere ambulante, wonder woman che rimpiazzano la gamba persa con una mitragliatrice usata a mo’ di protesi e tante altre succulenze post-human.
l.b.

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