Dalla rassegna stampa Libri

Edmund White, nell'inferno americano

Dall’omofobia del tempo di Roosevelt al «marxismo» degli italiani

«Gli interessi erotici di Genet confermavano le sue idee politiche»

Quante vite ha vissuto Edmund White? Tante, tantissime, infinite. Tutte, sempre e comunque, complicate. Nonostante il talento, nonostante il successo, nonostante sia considerato «uno dei maggiori autori della letteratura americana contemporanea»: romanziere, commediografo, critico letterario, autore di una tetralogia cult ( Un giovane americano, La bella stanza è vuota, La sinfonia dell’addio, L’uomo sposato pubblicati in Italia da Baldini Castoldi Dalai) e di una biografia di Jean Genet ( Ladro di stile, edizioni Net) che gli è valsa il National Books Critics Circle Award.
Il «lato oscuro» di White è quello privato, quello dell’omosessuale dichiarato che ha vissuto la realtà degli Stati Uniti «sedati e omofobi» dell’era Eisenhower e quella della rivoluzione post-Stonewall, il dramma dell’Aids (lo stesso White è sieropositivo nonché fondatore della GMHC, la prima associazione mondiale per la lotta alla malattia) e la solitudine del «gentleman opulento che oggi scherza con Martin Amis e Salman Rushdie». Un «lato oscuro» che White non ha mai nascosto né rinnegato e che si ritrova costantemente descritto dai suoi personaggi.
Tutte queste vite (private ma non troppo) fanno capolino nell’autobiografia di White appena pubblicata da Playground dove «mescolando dramma e ironia», lo scrittore mette in scena se stesso, senza vergogna: i suoi analisti e suo padre, sua madre e le sue «marchette», le sue donne e i suoi «biondi», la sua Europa e il suo Genet, i suoi master in letteratura e il suo Foucault («non mi sembrava tanto un filosofo, quanto uno storico che cercava di ribaltare le idee preconcette sul passato»).
Il risultato è un mix riuscitissimo che colpisce per la sincerità, per lo stile che alterna felicemente lacrime e riso, per il fatto di essere quanto di meno camp si possa immaginare. E già questo per uno scrittore omosessuale è un bel successo: «Ho sempre letto per migliorarmi, mai per passare il tempo — scrive White di se stesso —. I miei libri sono ambigui perché mescolano i generi e nascono scartando molte pessime idee interessanti». C’era il rischio che questa autobiografia finisse per essere una lista della spesa fastidiosamente raffinata: Greenwich Village e Judy Garland, i dipinti di Fantin-Latour e Ma mère a l’oye di Ravel, le dark room e
Bonjour tristesse, gli schnitzel e Seven rooms of gloom di Blondie. Niente di male, in fondo è già successo anche a Truman Capote e a Gore Vidal. Ma al di la delle citazioni continue, My lives evita il rischio, colpendo soprattutto per una verità (divertentissima oppure cruda) che non risparmia nessuno. A cominciare dagli stessi omosessuali americani definiti «marxisti, maoisti, freudiani, non esenti da un certo autoritarismo, leggono Nietzsche senza averne la forma mentis ».
Ecco così l’amato Genet: «I suoi interessi erotici di solito confermavano le sue preferenze politiche, se lo attiravano i soldati palestinesi era perché abbracciava la loro causa». E poi Foucault: «Quando Reagan venne eletto, entrò nel panico, interpretò quella vittoria come un ritorno del fascismo». Sempre di Foucault, qualche anno più tardi, scriverà con cinismo: «La trasformazione provocata in lui dall’Aids era incredibile. Ormai era uno scheletro con la testa pelata, il metallo dei denti e gli occhiali leggeri. Sembrava finalmente un tedesco, la sua più grande ambizione». Quando morirà, la sua morte «colpirà tutti di sorpresa, lui compreso».
Esilaranti (da leggere, molto meno da vivere) sono le pagine dedicate alla giovinezza a Cincinnati (White è nato nel 1940). Sua madre faceva la psicologa e Edmund era «la sua cavia preferita», sottoposta continuamente a test, il primo quando aveva soltanto otto anni («Mi sembrò quasi compiaciuta nel dirmi che ero uno psicotico borderline con forti tendenze psicotiche»). A quattordici anni lui le comunica di essere omosessuale, lei lo spedisce subito dall’analista (freudiano) o meglio dal primo analista di una lunga serie. A proposito del padre, White scrive: «Aveva votato per Roosevelt due volte e pensava che ogni americano avesse diritto a una chance, tutti tranne i negri e gli omosessuali».
«L’Aids e un sindaco severo hanno fatto abbassare il livello culturale di New York, ma d’altra parte si è abbassato anche quello dell’America in genere» si legge in My lives. E l’Europa? «Faccio parte dell’ultima generazione di americani ossessionati e intimiditi dall’Europa, quelli che andavano fieri del Piano Marshall, quelli che pensavano che gli europei avrebbero dovuto esserci grati per sempre». Degli inglesi scrive: «Lo scetticismo e la combattività degli intellettuali e la costante paura di sembrare pretenziosi li hanno resi diffidenti rispetto alle mode accademiche americane e francesi eccetto forse per il femminismo».
Neppure l’amatissima Douce France, seconda patria di White, è esente da critiche: «Dopo la vittoria socialista di Mitterrand, i capitalisti cominciarono ad abbandonare il Paese. E così due dei leader spirituali parigini come Guy de Rothschild e sua moglie Maria-Hèlene scelsero New York temendo per il destino del loro patrimonio terriero». Quando poi vengono nominati due ministri comunisti, tutto precipita: «Le vedove di guerra si videro confiscati i loro lingotti d’oro e i gaullisti si immaginarono i carri armati russi già alle porte di Parigi». Solo gli italiani sembrano riuscire in qualche modo a salvarsi: «Come molti americani li giudicavo con estrema sufficienza. Dovetti ricredermi quando vidi che non erano i bonaccioni pigiatori d’uva che mi aspettavo ma marxisti nevrotici, che odiavano Nixon e che amavano i loro venti gatti».

• Il libro: Edmund White, «My lives», traduzione di Giorgio Testa, Playground, pagine 352, e 17

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