Dalla rassegna stampa Cinema

La trama in movimento degli immaginari

Si è chiusa la Mostra di Pesaro, vince «Familia Tortuga» di Rubén Imaz Castro. Tra Comencini, Toti, Ivàn Zulueta e i cineasti esordienti, la sfida del contemporaneo

Pesaro
Ha vinto Familia Tortuga , il regista sembra un ragazzetto, molto più giovane dei suoi ventotto anni, è messicano (è nato nel 79 a Città del Messico), si chiama Rubén Imaz Castro, il film, un esordio, ha origine nel suo saggio di diploma ma a Pesaro è arrivato già con un bel bagaglio di premi e entusiasmi. Ha conquistato infatti i pubblici di San Sebastian e Rotterdam, solo per citare due tra i festival internazionali di prestigio e quest’ultimo tra l’altro lo aveva sostenuto nei progetti produttivi del fondo Hubert Bals – nel 2004 Castro aveva partecipato al Talent Campus di Berlino, altro appuntamento di sviluppo per la produzione, con il cortometraggio Cicatriz . È davvero così sconvolgente Familia Tortuga ? In fondo no però Imaz Castro che tra i suoi riferimenti mette Maria Novaro ( Danzòn ), quasi a indicare un’affinità con un’onda messicana più eccentrica e precedente a quella dei vari Del Toro e Inarritu, cerca il confronto con quel cinema «impuro» che più lavora sulla sostanza del contemporaneo. La scommessa di Familia Tortuga è infatti la sua indipendenza come dichiarazione di poetica (e politica), il fatto che armato di una digitale, sul confine del genere, quasi un documentario di finzione – o una finzione documentaria – il regista segue una famiglia dal suo interno nei giorni sucessivi alla morte della mamma. La vecchia casa dove hanno sempre vissuto è piena di gingilli, pesante, cupa, niente a che fare con l’idea felice che ne vanta, anche a proteggersi, l’anziano zio. Al contrario tra quelle mura ognuno vive per sé, il lutto come sempre accade invece di avvicinare li allontana radicalmente e per sempre. Lo zio sognatore innamorato della sorella non accetta il crollo e coltiva ostinato l’illusione di un futuro in armonia. La figlia (Luisa Pardo, presenza di una fisicità forte) ruvida, solitaria, fuma ero e crack con le lattine di coca, il fidanzato un po’ la vuole, un po’ come tutti i musicisti si fa sorprendere a letto con la groupie di turno. Il fratello è fanatico del calcio e gay, nel silenzio della sua stanza si tira una linea di mascara sugli occhi. Il padre gli dice: «tutto bene?» e senza aspettare risposta: «l’importante è che non sei omosessuale». Quest’ultimo da parte sua, il padre cioè, non si capisce se uomo d’affari o sindacalista beve, mente, immaginiamo l’inferno di frustrazione della moglie col viso triste da ragazza anni sessanta nella vecchia foto in bianco e nero… Si è detto anche che Familia Tortuga è un altro segno di vitalità del cinema messicano nelle ultime generazioni. A parte tutto questo però ha fatto bene il festival di Pesaro a metterlo in gara perché è un’ipotesi di quel «nuovo cinema» su cui lavora dalle sue origini. E non per il basso budget o l’uso della «telecamerina» (poi un hd) a distanza ravvicinata coi personaggi, c’è intanto anche nelle incertezze il tentativo comune a diversi titoli della selezione di lavorare attraverso i loro mezzi all’invenzione di una forma, un tempo, uno stile, un’immagine/immaginario . Quest’anno in particolare la trama del festival sembrava insistere su questo, e la risposta del pubblico dimostra che è ancora possibile disseminare passioni rendendole popolari. Sia che si guardi Lo scopone scientifico – film di chiusura dopo la premiazione nella retrospettiva Luigi Comencini – che un film di Ivan Zuelueta, l’anarchico visionario spagnolo protagonista di un altro omaggio. Anzi una scoperta visto che è rimasto ai margini, negli anni della dittatura liberava un underground di resistenza clandestino e lisergico mescolando stupori di pazzia, Tomas Milian estremista, i film b anni 70, viaggi provocatori di vita che si fa cinema come arma di resistenza e lotta contro la patina del regime – Arrebato , 79, viene considerato ancora oggi un film maledetto. La stessa poesia rivoluzionaria che sprigionano le composizioni di Gianni Toti, frequentatore abituale del festival di Pesaro, e puntiglioso ribelle sempre pronto a lanciare le sue polemiche sulla necessità di una visione mai riconciliata, che questa edizione 43 ha giustamente ricordato a pochi mesi dalla morte nel catalogo lo vediamo anche insieme a Alberto Grifi, li unisce una passione di poesia (oltre a Zavattini) rivoluzionaria nella sostanza e nell’uso della visualità. Toti e la sua «poetronica», dalle proiezioni – l’evento è stato curato da Sandra Lischi – di Tupac-Amauta-Premier Chant (97), il primo canto sugli olocausti planetari nell’America latina, a Gramsciategui (99) ovvero l’epopea di Josè Carlos Mariategui, grandissimo intellettuale marxista peruviano che fondò il partito socialista, intrecciata a quella di Antonio Gramsci, gli studenti che da sempre affollano il festival uscivano conquistati. La sua poesia è memoria lacerante del Novecento, sperimentazione continua e produzione, vita anch’essa al lavoro sullo schermo, il giocoè scomporre e comporre verso nuovi e diversi significati della realtà. Dunque il punto è ancora una volta: quale immagine, quale cinema, quale uso dei mezzi. Se il digitale è prezioso contro censure di mercato etc da solo, ma questa è vecchia discussione, non basta a liberare un senso e un cinema. C’entra la luce, la narrazione, la capacità di cogliere il tempo e di inventare la realtà – si rivedrà questi giorni al festival del documentario di Marsiglia che si apre oggi No quarto da Vanda di Pedro Costa, al centro di una personale, magnifica lezione sull’indipendenza del digitale dal suo essere soltanto sistema produttivo. Sono invece i sistemi mentali, cardiaci, di memoria e necessità che contano, il cinema di Costa o di Jia Zhang-Ke, l’urgenza di un confronto continuo con un altrove e con altro. Un po’ il contrario di un film – sempre nel concorso pesarese ma va bene anche la contraddizione – come Anna M di Michel Spinosa che non vuole fare (lo dichiara nelle note di regia) Attrazione fatale però dialoga col genere che quel film maneggiava con sapienza. Lui ci scivola invece sopra, nell’Europa sonnacchiosa di un’Adele H. ossessiva senza sorprendere sanata dalla preghiera, dove la complicità femminilequasi-lesbica è per fortuna il guizzo inaspettato. Fuori gara Ritrarsi di Tommaso Cotronei, anche lui cineasta di indipendenzae ostinata, una versione ancora «aperta» (e questo si vede), il film sta cercando se stesso . Il regista autore di Lavoratori , assistente prima di De Seta, prova a entrare stavolta nel quotidiano di una coppia anziana in Calabria. Campagna, isolamento, il rito dei giorni e di un essere «fuori dal tempo» che entra attraverso la voce fuoricampo della tv, il comizio di Prodi nel finale della campagna elettorale, l’uomo che ci finisce in mezzo e si perde a Roma tra le vetrine del centro… Detta così può sembrare eccessivamente semplice, in realtà più che una successione di fatti l’evidenza e la materia di questo lavoro (e della sua narrazione) sta nel confronto col tempo. Il senso del tempo dentro all’immagine, il tempo del cinema e della vita, il tempo come durata e scorrere quasi in battuta d’arresto nel frame di un’esistenza che non ci riguarda più. Il resto, la Storia piccola o grande, si disegna nella libertà di ognuno, nella relazione lasciata in costruzione con quello strano mondo.

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