Dalla rassegna stampa Cinema

Proulx: libro o film raccontare è una magia

LA SCRITTRICE USA, autrice del racconto da cui è stato tratto il film Brokeback Mountain, parla del suo rapporto con il grande schermo e di quello tra letteratura e cinema. «Ho sempre avuto antipatia per i film Disney e ammirazione per I pugni in tasca»

Non mi è mai piaciuto particolarmente il cinema. Da piccola i pochi film che vedevo mi sembravano insulsi e prevedibili, oppure mi presentavano un mondo così immensamente e artificiosamente diverso dal mio che uscivo dalla sala depressa e carica di insofferenza per l’ambiente rurale del New England in cui viveva la mia famiglia, per la mia vita priva di quei novanta minuti di emozione e di colore, immersa in un paesaggio infestato di cespugli polverosi, garage prefabbricati di lamiera e calabroni, anche se mi rendevo conto che la realtà rappresentata nei film era inconsistente rispetto alla struttura labirintica e stratificata del mondo vero.
Come quasi tutti i bambini cresciuti in un contesto pretelevisivo, con una certa penuria di giocattoli e divertimenti, avevo una fantasia vivacissima. I film erano scialbi prodotti dell’immaginazione di qualcun altro. I libri erano più interessanti, perché duravano molto e ci si poteva immergere nella storia e nelle ambientazioni usando uno schermo mentale che non aveva limiti, e tornare al mondo reale con gradualità invece di essere scaraventati brutalmente dal buio della sala profumato di dolciumi a un marciapiede lercio sotto il sole abbagliante. Un libro si poteva leggere a proprio piacimento, centellinandolo e assaporandolo, facendolo durare per giorni e giorni. Ai personaggi si poteva dare qualunque volto o fisionomia, invece di ritrovarsi per forza davanti certe facce di divi fin troppo familiari. Il cinema ingozzava gli spettatori di storie per due ore scarse, ammannendogli un malloppo indigeribile di azione, immagini e dialoghi scontati. (Oggi, ovviamente, si tratta di dialoghi scontati e volgari.)
C’è un certo rapporto, non del tutto affettuoso, fra un lettore e un film, e un altro rapporto, anch’esso non del tutto affettuoso, fra chi scrive un libro e chi realizza un film basato su quel libro. Susan Sontag ci ha mostrato il complicato insieme di collegamenti e scollamenti fra la fotografia e il cinema. Un libro, tuttavia, non è qualcosa di fisso come una foto: un libro è un movimento fluido che avviene nella mente del lettore, la cui esperienza personale arricchisce la narrazione. In un certo senso, i film si possono considerare traduzioni dei libri per gente che ha una fantasia meno sviluppata o una minore soglia di attenzione.
Il primo film che ho visto in vita mia è stato Bambi di Walt Disney, un libro che avevo letto con passione, restando colpita dalla sottotrama oscura e inquietante che ero troppo piccola per capire. Anche se avevo solo sette anni mi sentii presa in giro dalla stucchevole leziosaggine nel film, e già allora mi resi conto che la storia del libro era stata danneggiata: fu l’inizio di un’inveterata antipatia per i film di Walt Disney. Anni dopo venni a sapere che la vendita dei diritti alla Disney aveva fruttato a Salten solo pochi spiccioli, e che i successivi sforzi dei suoi eredi per guadagnarci qualcosa di più, a fronte degli smisurati profitti della Disney, erano stati accolti con forti resistenze e battaglie legali. Ma se da bambina Bambi mi aveva delusa, da adulta, durante gli anni Sessanta, grazie all’avvento dei cinema d’essai che proiettavano film stranieri, scoprii che c’erano anche film e cineasti che affrontavano i recessi più oscuri della vita e del comportamento umano, e la materia effimera di cui sono fatti i ricordi. «Stranieri» all’epoca significava in genere soltanto europei: ma era comunque una boccata d’aria fresca rendersi conto che si poteva avere un’alternativa a quegli happy ending buonisti e melensi. I pugni in tasca di Bellocchio, ad esempio, lo trovai di una potenza incredibile, e a distanza di più di trent’anni molte immagini mi sembra di averle ancora davanti agli occhi.
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Negli Stati Uniti il cinema è solo questione di affari e di soldi; in altri paesi è più probabile che sia arte: i cineasti emergenti che provengono da luoghi e tradizioni meno affermate stanno realizzando film che ci aprono gli occhi su ricche culture che conosciamo appena, e mettono in luce l’ironia del destino e del caso piuttosto che celebrare scelte individuali più o meno salvifiche che mirano al successo e all’happy ending.
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Viviamo in un’epoca in cui sono le immagini, e non le pagine stampate, lo strumento più importante per comunicare informazioni o raccontare una storia. Le frasi brevi e spezzettate dei testi pubblicitari ci hanno portato a preferire i frammenti e le citazioni ai periodi intricati e serpeggianti di Henry James, alle pieghe sontuose della narrazione. In un interessante saggio intitolato The Power of Movies, How Screen and Mind Interact, Colin McGinn individua un rapporto fra i film e l’attività onirica dell’uomo: per McGinn i film sono una sorta di moderno Tempo del sogno. Benché faccia riferimento anche all’antico falò comunitario, il tema centrale delle sue riflessioni sul cinema è il sogno. Malgrado McGinn riesca a creare paralleli convincenti fra alcuni aspetti degli stati onirici e la fruizione del cinema, secondo me è la relazione preistorica tra gli esseri umani e il fuoco che ci fa trovare tanto irresistibili i film. Per quanti millenni gli uomini sono stati seduti vicini nell’oscurità a guardare la danza delle fiamme, che facevano apparire forme di volta in volta bizzarre o familiari nel cuore del fuoco, e davano calore e cibo cotto, respingendo il pericolo verso le tenebre notturne? Ce l’abbiamo nel sangue: in noi c’è una tendenza innata a guardare i film, che sono l’incarnazione moderna del falò. Il cinema attinge a quell’istinto atavico: stare seduti in una sala buia o in un salotto in penombra insieme ad altre persone a guardare un rapido sfarfallio di immagini fa parte integrante dell’essere umano, tanto quanto il sognare.
Al giorno d’oggi quasi tutti ci rendiamo conto che i libri e i film sono due modi molto diversi di raccontare storie. Eppure c’è ancora gente che esce dalla sala dicendo «Era meglio il libro» senza rendersi conto che era lo svilupparsi e l’accumularsi di dettagli piccoli e sottili, al ritmo della lettura, ciò che dava alla storia scritta la sua intensità e il suo valore. Penso anche che uno dei motivi principali per cui siamo attratti dal cinema sia la sua funzione narrativa. La conoscenza umana si è accumulata nel corso dei millenni proprio attraverso la narrazione. Per centomila anni le storie sono state il principale veicolo di trasmissione dell’esperienza umana in ogni campo: l’avventura, le norme morali, l’amore, la spiegazione del mondo e dell’universo, le informazioni pratiche, le credenze religiose, l’incoraggiamento e la ricerca di motivazione e sicurezza di sé. Il cinema usa tecnologie stupefacenti, ma se venisse a mancare l’elettricità e il mondo ripiombasse nelle tenebre ricominceremmo a raccontare storie attorno al fuoco.
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Il mio più recente contatto con Hollywood è stato il film basato sul mio racconto Brokeback Mountain (in italiano, Gente del Wyoming, n.d.t.). Non avrei accettato di far trasporre in film questa storia delicata e difficile di omofobia rurale se non fosse che la sceneggiatura volevano scriverla Larry McMurtry e Diana Ossana, che conoscono entrambi il West. Ho letto varie versioni del copione e ho anche dato qualche piccolo suggerimento. Ci tenevo in particolar modo a che il film non risparmiasse colpi, rappresentasse con autenticità il paesaggio del Wyoming (un altro posto non ideale per le riprese, perché nel Wyoming mancano quasi del tutto le infrastrutture necessarie a ospitare le troupe cinematografiche) e mantenesse la lingua originaria del racconto.
Ho incontrato Ang Lee solo una volta di persona, nelle Big Horn Mountains, dov’era ambientata la storia del libro. Anche se alla fine il film è stato girato in Canada, non nel Wyoming, ad eccezione di una scena sullo sfondo delle Teton Mountains, la direttrice della produzione è riuscita a trovare dei paesaggi canadesi straordinariamente simili alle fotografie che aveva scattato sui luoghi reali del racconto, e nel complesso le ambientazioni del film rispecchiano molto da vicino le Montagne Rocciose del Wyoming. A un certo punto dagli uffici newyorkesi della Focus hanno tentato di modificare la lingua dei personaggi, trasformandola in una parlata della East Coast, ma io ho protestato, scrivendo una lettera al produttore James Schamus. Diana Ossana, l’altra produttrice, mi ha detto che ha dovuto combattere con le unghie e con i denti per mantenere intatto lo stile originario dei dialoghi, scarno, tipico del West. Il risultato mi è sembrato un film di forte impatto, anche se non privo di difetti, primo fra tutti il fatto che il contatto fisico tra i due uomini, dopo l’episodio giovanile nella tenda, in pratica scompare. Probabilmente il regista contava sul fatto che il pubblico avrebbe comunque immaginato il perdurare di un legame fisico. O forse no.
Ho viaggiato parecchio e rilasciato molte interviste a sostegno della promozione del film. Forse l’occasione più divertente è stata la prima di Madrid, dove nell’atrio del cinema c’erano diversi bei «cowboy» stravaccati su balle di fieno, e sullo schermo Jack ed Ennis parlavano in un castigliano pieno di sibilanti. La cosa più triste invece è stata vedere il film perdere il primo premio alla notte degli Oscar, e scoprire che amazon.com, il New Yorker e il mio stesso editore avevano pubblicato l’intero racconto su internet, in un formato facilmente scaricabile, senza chiedermene l’autorizzazione, e rendermi conto che la Focus/Universal mi aveva fregato un bel po’ di soldi grazie a una clausola di quell’inutile contratto chiamata «Compensazione occasionale per rinvii e partecipazioni».
La prima volta che ho visto il film sono rimasta stupefatta dall’interpretazione intensa e sensibile di Jake Gyllenhaal e Heath Ledger. Ledger, in particolare, ha fatto uno splendido lavoro sul personaggio di Ennis, un uomo incapace di esprimersi e di accettarsi. La sua performance è colorata da una rabbia che cova sotto la superficie, forte e continua. Ho ricevuto un’infinità di lettere di uomini che non avevano mai dichiarato la propria omosessualità e, dopo aver visto Brokeback Mountain, spesso più di una volta, dicevano che il film e il racconto gli avevano cambiato la vita. Non volevano essere come Ennis. Non lo vorrebbe nessuno di noi.
Per diversi mesi il film è stato al centro dell’attenzione mediatica e ha ispirato ai comici imitazioni e parodie di ogni genere. Viene da chiedersi per quale motivo un film così triste sull’omofobia rurale abbia fornito tanti spunti umoristici, e la risposta sta in un aforisma di Oscar Wilde, secondo cui se una cosa non è seria, non fa ridere.

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