Dalla rassegna stampa Cinema

Al cinema la storia di Alex, 15 anni ermafrodita che non vuole scegliere

Presentato «XXY» con una polemica sull’imprecisione del titolo

ROMA — Nei tempi antichi gli ermafroditi erano considerati delle divinità. Oggi la storia di Alex divide. I medici prendono le distanze dal titolo del film di Lucía Puenzo, XXY, opera prima che ha vinto il premio della Settimana della critica al Festival di Cannes e in uscita il 22 giugno.
«Il titolo è totalmente fuorviante», dice Paola Grammatico, presidente del laboratorio di Genetica Medica del San Camillo-Forlanini. «In medicina XXY indica un disordine genetico preciso, quello della sindrome di Klinefelter, cosa totalmente diversa dall’ambiguità genitale, colpisce solo i maschi e non è legata a disturbi della funzionalità o identità sessuale ». Nulla da obiettare sul contenuto del film, «che è molto bello e racconta con grande sensibilità quelle che possono essere le problematiche di un ermafrodita e della sua famiglia ».
E sì che al titolo ha pensato molto la regista, la zampetta della «Y» è tagliata, una cicatrice, un’amputazione poetica, una metafora, «volevo un’immagine forte visivamente». Dice che non era mai stato girato un film che descrivesse il difficilissimo momento in cui un ermafrodita di 15 anni deve fare i conti con la propria sessualità, ad avere la prima esperienza sessuale, ad innamorarsi per la prima volta.
Alex, 15 anni, è interpretato da Inés Efron ed è protagonista di una storia che, per la delicatezza con cui è trattata, non è vietata. Dice la regista: «Non è un documentario, volevo capire cosa succede a persone intersessuali ». Nei suoi diari, Alex disegna la sua doppia natura. La famiglia lo porta nella direzione femminile, la mamma arriva con gli ormoni, il padre è un biologo tollerante, quando nasce dice: «È perfetto»; lascerà Alex libero di crescere come meglio crede. Solo che Alex sceglierà di non scegliere. «In un mondo che ti condiziona, e costringe a essere una cosa piuttosto che un’altra, Alex decide per la libertà. Al centro del mio lavoro c’è l’uomo», lo considera un film umanista. Lucía, figlia del regista argentino Luis Puenzo, ha girato in luoghi molto aperti vicino a Montevideo «dove ci si può parlare e nascondere alla morbosità degli sguardi».

V.Ca.

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