Dalla rassegna stampa Cinema

"Napoli Film Festival" Ozpetek racconta Troisi

“Ho cominciato con lui nel 1983, non riusciva a dire il mio nome…”

«Non aveva capito bene il mio nome, mi chiamava Verza. Ma ho un bellissimo ricordo di lui e di quella mia prima esperienza su un set». Ospite ieri del Napoli Film Festival, Ferzan Ozpetek racconta i suoi primi passi come assistente di Massimo Troisi per il film “Scusate il ritardo”, nel 1983. «Di solito chi comincia a fare il cinema comincia in questo modo: facendo le cose più umili, apparentemente le più inutili, senza beccare una lira. Ma è l´unico modo per imparare. Io mi considero una persona fortunata e credo di esserlo stato anche in questo», spiega il regista. «Troisi mi invitava a vedere i cosiddetti “giornalieri”, il resoconto delle riprese quotidiane: l´assistente volontario è l´ultima ruota del carro e di solito non partecipa a queste proiezioni, ma con lui era diverso. A fine riprese mi disse: “Verza, c´è una cosa per te in produzione”. Pur non essendo nei patti, aveva insomma trovato il modo di farmi pagare. Mi vergognai talmente tanto che non andai nemmeno a ritirare quei soldi: chissà che fine avranno fatto. Sul set Massimo aveva i suoi riti. Coltivava abitudini tutte sue, più britanniche che partenopee: non l´ho mai visto bere caffè, ma intorno alle cinque del pomeriggio si faceva portare tè e biscotti. È importante, per chi inizia questo mestiere, fare gli incontri giusti. Sono figure quasi paterne che poi ti porti dietro per sempre: penso a Troisi ma anche a Ricky Tognazzi e a Marco Risi».
Da sempre affascinato da Napoli, Ozpetek qualche anno fa aveva pensato di utilizzarla come set per “Cuore sacro”. «Il film racconta la povertà e alla fine non mi è parso giusto ambientarlo tra i poveri di Napoli. Perché la povertà di questa città è una povertà antica, dalle ragioni complesse: bisogna saperla raccontare, trovare i toni giusti. Così poi ho preferito ambientare il film a Roma: una città in cui la povertà è più segreta, più nascosta, meno proverbiale. La voglia di raccontare Napoli non mi è passata: prima però dovrei venirci a vivere almeno per un anno, per ambientarmi e trovare il modo giusto. Ho l´impressione che abbia molte cose in comune con Istanbul, la mia città. Ma non saprei esattamente dire cosa: forse il modo in cui la vita vi scorre».

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