Dalla rassegna stampa Cinema

Brialy, un capolavoro

L’attore francese, grande protagonista della Nouvelle Vague, è morto ieri a Parigi all’età di 74 anni. Il «bel Sergio» è stato diretto da registi come Chabrol, Godard, Rohmer, Truffaut, Vadim, Bunuel, Scola

«Non bisogna essere antiamericani ma anti-fascisti: combattere quel tipo di dispotismo che non è solo politico ma anche artistico. Contrastare chi vuole imporre ai popoli che hanno una propria identità il pensiero unico».
Così l’attore francese, scoperto da Chabrol e Godard, interpretava il suo ruolo di «ambasciatore d’Europa», quando l’abbiamo incontrato a Roma, simpaticissimo e gentilissimo, sei anni fa. Jean-Claude Brialy, scomparso ieri all’età di 74 anni, per i più giovani era soprattutto «nonno Mattia» di Concorrenza sleale, di Scola. E i suoi rapporti con il cinema italiano sono stati sempre intensi e profondi: è stato diretto da Rossellini (anche se fu rimontato da Sandra Milo, potente donna del produttore, e malissimo, il suo Vanini Vanini), Bolognini (La notte brava), Fulci (Operazione San Pietro), Vancini (La banda Casaroli), Nelo Risi (Una stagione all’inferno), (Lattuada (La Mangragola), Pietrangeli (Io la conoscevo bene) e anche da Benigni nel Mostro.
Ma per noi, per i più sessantottini, era il volto e il corpo eccentrico della nouvelle vague, l’anti eroe di Chabrol, Truffaut, Godard, Rohmer, Rivette… Opere «scandalose» per rigore etico e politico e per la leggerezza del tocco che ci consigliarono di non giudicare mai più le persone dalle apparenze e di scoprire grazia, poesia e danza proprio lì dove non si cercano mai. Per esempio nello sguardo impuro di un feticista del ginocchio, Jerome-Brialy, sottoposto a escalation erotica dal suo oggetto di affezione di allora, non Beatrice Romand quindicenne berbera, ma l’amica e coetanea bionda Laurence de de Monaghan, in Le genou de Claire di Rohmer (’70).
Attore del cinema (oltre centocinquanta i suoi film) e del teatro, regista del cinema e della tv, scrittore (è appena uscito il suo ultimo libro, una divertentissima antologia delle frasi celebri o pungenti dette da attori e attrici), direttore dei festival di Angers e «Bouffes Parisien», proprietario del cinema Max Linder a Parigi e di un ristorante di classe, vedette della tv per il programma di France 2 «La Bicyclette Bleu», Jean Claude Brialy è stato proprio il perfetto «ambasciatore della cultura francese e europea»: dandy, mondano, seduttore charmant, ma anche appassionato di cinema (in qualità di «ambasciatore» della cultura diffondeva film francesi non ancora comprati sul nostro mercato), di intelligenza e umorismo devastante, capace di tenere sotto controllo tutti i registri comici e drammatici della recitazione ma anche tutti i registi, inanellando capolavori con Renoir (Elena e gli uomini), Malle di Ascensore per il patibolo e Le amants, Godard di La donna è donna, Chabrol di Le beau Serge e I cugini, Truffaut di I quattrocento colpi e La sposa in nero, Varda di Cleo dalle 5 alle 7 e Bunuel di Il fantasma della libertà.
Brialy, nato il 30 marzo del 1933 a Aumale (Algeria), è la parte «contadina», la meno nevrotica e più egemonica, quasi un anti-Leaud della «rive gauche»: nel 2000 aveva venduto 300 mila copie della sua autobiografia Le ruisseau des singes, un best seller imprevisto. «Pied noir», figlio di un colonnello, a 23 anni aveva già superato il suo sogno: era una «vedette», meno di una star (come Delon), ma più di un semplice attore. Per stile, simpatia, recitazione a metà tra follia pura e schietta ironia, può essere considerato il «Mastroianni francese».
Gli avevo chiesto se, facendo un bilancio della sua carriera e dei suoi successi, la «nouvelle vague» aveva vinto, oppure era stata sconfitta: «La nouvelle vague non esiste più. I movimenti artistici, come nella musica e nella pittura, a un tratto s’arrestano, non sono fatti per l’eternità. La nouvelle vague però ha cambiato il cinema del mondo intero. Robert De Niro, Al Pacino e Dustin Hoffman mi hanno detto che senza Jean-Paul Belmondo e Fino all’ultimo respiro di Godard, loro non ci sarebbero mai stati. Il divismo prima era differente: uomini belli, qualche volta magnifici e dagli sguardi brucianti come Clark Gable, Gary Cooper o Cary Grant, ma sempre eroi. Dopo Godard divennero vedette del cinema, invece, anche personalità fuori schema per la loro normalità, magari accanto a star più classiche, Redford, Gere e Gibson. Ma la nouvelle vague cambiò anche la forma del cinema, usando pellicola sensibile e non stratosferici sistemi di illuminazione, riprese in esterno e non immensi studi di posa, cineprese portatili e non ingombranti macchinari. Insomma era la libertà di creare in tutta libertà, senza sottostare al dominio dello Studio: questo fu l’insegnamento irreversibile della nouvelle vague anni ’50».

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