Dalla rassegna stampa Cinema

Addio a Brialy, principe della Nouvelle Vague

Più di Jean-Paul Belmondo, l’insuperabile protagonista di Fino all’ultimo respiro di Godard, è stato certamente Jean-Claude Brialy, deceduto ieri all’età di 74 anni (la stessa di Belmondo), a rappresentare sullo schermo lo spirito della Nouvelle Vague…

Più di Jean-Paul Belmondo, l’insuperabile protagonista di Fino all’ultimo respiro di Godard, è stato certamente Jean-Claude Brialy, deceduto ieri all’età di 74 anni (la stessa di Belmondo), a rappresentare sullo schermo lo spirito della Nouvelle Vague, il suo aspetto più autentico, la sua vena segreta: meno anarchica di quella di Belmondo (e Godard), più discreta, introspettiva, un po’ cinica, elegantemente sfrontata. Perché della Nouvelle Vague, di quel movimento che, nato in Francia alla fine degli Anni 50, ha rinnovato dalle fondamenta il cinema non solo francese, ma mondiale, Brialy fu uno degli artefici, insieme ai registi suoi amici, da Godard a Chabrol a Rivette. Furono loro che, quando Brialy venne a Parigi (figlio di un colonnello francese, era nato a Aumale in Algeria il 30 marzo 1933), dopo aver frequentato il Conservatorio di Strasburgo ed esordito a teatro con buon successo, lo coinvolsero nei loro esordi cinematografici, affidandogli piccole e grandi parti nei loro primi film, di corto e di lungometraggio.
E fu soprattutto Chabrol, che lo fece recitare in Le beau Serge (1957) e in I cugini (1958), a portarlo al successo di critica e di pubblico. In quei due film, e in altri di quegli anni, da La donna è donna (1961) di Godard a Adieu Philippine (1961) di Rozier, da L’educazione sentimentale (1961) di Astruc a Cléo dalle 5 alle 7 (1962) della Varda, sino a La sposa in nero (1967) di Truffaut, Brialy seppe tratteggiare dei personaggi che univano a una simpatia congenita quel suo gusto ironico, a volte persino sarcastico, che poneva un certo distacco fra l’attore e la sua interpretazione.
Il successo che ottenne, non solo in Francia, gli aprì altre vie. Ha lavorato con registi italiani come Bolognini (La notte brava, 1959), Vancini (La banda Casaroli, 1962), Pietrangeli (Io la conoscevo bene, 1965), Lattuada (La mandragola, 1965), Nelo Risi (Una stagione all’inferno, 1970) e più recentemente Scola (Il mondo nuovo, 1982; Concorrenza sleale, 2001); ma anche con Buñuel (Il fantasma della libertà, 1974), Cayatte (Uno dei tre, 1962), Tavernier (Il giudice e l’assassino, 1975), Lelouch (Bolero, 1981) e moltissimi altri, da Duvivier a Molinaro, da Vadim a Téchiné. Purtroppo smarrendo a volte quelle doti che lo avevano reso famoso agli inizi della carriera. Doti che invece dimostrò in alcuni film da lui girati, soprattutto Églantine (1971), L’oiseau rare (1973), Les malheurs de Sophie (1981), molto meno Male d’amore (1974), l’unico arrivato in Italia, nei quali seppe creare personaggi e descrivere ambienti borghesi con grande sensibilità e discrezione.

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