Dalla rassegna stampa Cinema

Van Sant: "I miei ragazzi terrorizzati dall´età adulta"

Il regista di “Elephant” torna a raccontare gli adolescenti in “Paranoid Park”

CANNES – Delitto senza castigo a Portland nel mondo degli skaters. E Paranoid Park, il film di Gus Van Sant, che ieri è stato accolto con uno degli applausi più convinti riservati ai titoli del concorso. Se in “Elephant”, che raccontava il massacro al liceo di Columbine, c´era la determinazione insensata ad uccidere e “Last days”, omaggio indiretto a Kurt Cobain, ricostruiva il percorso doloroso e consapevole verso il suicidio, in Paranoid Park la morte è accidentale. E il sedicenne Alex che uccide non volendo una guardia giurata ed è con la sua voce fuori campo che il film racconta il dubbi che lo tormentano, la solitudine in cui si chiude, i tentativi di negarsi il senso di colpa, la scelta di tacere la verità al poliziotto che indaga.
Il film è girato in 8 e in 16 millimetri, con l´uso insistente del ralenti soprattutto nelle esibizioni di skateboard rappresentate come una danza, complice un direttore della fotografia speciale come Christopher Doyle (Wong Kar Wai) e con il gioco continuo di scomporre i tempi sfidando la consequenzialità. «Ho messo insieme i diversi stili di altri miei film lavorando con la massima libertà. Alex che avanza nel corridoio della scuola, assorto e assente, ha la stessa solitudine sorda alla realtà intorno dei ragazzi della scuola di Columbine. Con l´uso degli 8 millimetri ho pensato di avvicinarmi meglio al linguaggio del documentario», dice il regista, che è tornato a girare a Portland, la città in cui vive e in cui sono ambientati i suoi primi film. «La sceneggiatura è tratta da un libro di Blake Nelson e Paranoid Park è un po´ una leggenda a Portland. Sono piste di skate costruite sotto i ponti della città dai ragazzi stessi, clandestinamente con materiale rubato in diversi cantieri, e se un tempo era una zona malfamata dove si era infiltrata la prostituzione giovanile, oggi è diventata la pista più importante d´America, con le sue curve, i gradini, le strutture scoscese permette le acrobazie più ardite».
La libertà dello stile ritorna nelle scelte della colonna sonora, che va dal rap frastornante a musiche hitchcockiane e a Nino Rota. Costante resta la fedeltà all´umanità che Van Sant ama raccontare: l´età dell´adolescenza. «Quando avevo 12 anni ero molto spaventato, pensavo diventare adulto sarebbe stato come entrare in una giungla in cui sei costretto a lottare per sopravvivere. Forse perché ero timido. E continuo a pensare che la difficoltà di crescere sia di ogni generazione, oggi in particolare, visto che oltre alla giungla c´è anche il rischio di andare a buttare la vita in Iraq o in una qualunque altra guerra».
Nei dialoghi del film il riferimento all´insensatezza della guerra in Iraq è ripetuto. «Non è merito mio», dice il regista, che ha fatto il cast, ricco di ragazzi non professionisti come Gabe Nevins (Alex), usando annunci radiofonici e il sito MySpace. «La sceneggiatura era molto aperta, ho chiesto a tutti di usare nei dialoghi cose di cui parlano abitualmente e mi ha sorpreso che l´Iraq entra nelle loro conversazioni. E stata una sorpresa molto piacevole, che contraddice l´idea diffusa che gli adolescenti siano indifferenti alla realtà del mondo. Forse se ci sono tanti sedicenni così, si può accendere una piccola speranza per un´America migliore di quella di oggi».

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Il messicano Reygadas e l´austriaco Seidl

Adulteri e derelitti ecco l´altro cinema

il concorso

PAOLO D´AGOSTINI
DAL NOSTRO INVIATO
CANNES – Nonostante l´impatto di Gus van Sant e della sua impeccabile prova di stile, ad oggi il titolo più capace di ispirare un forte partito di sostenitori è Stillet licht (luce silenziosa) di Carlos Reygadas, il regista messicano di “Batalla en el cielo”. Per sapere chi sono questi nordici biondi che abitano in Messico ma parlano una mistura di tedesco, olandese e fiammingo, bisogna informarsi perché il film non lo spiega. Ispirandosi al protestantesimo anabattista svizzero nel XVI secolo l´olandese Menno Simons fondò una setta che pratica pacifismo e antimilitarismo radicali. Ragione che spinge la comunità a fuggire in Prussia e Russia, poi in Canada e Stati Uniti. E siamo al XX secolo quando, approdati nel nord messicano, i Mennoniti come gli Amish continuano a vivere senza elettricità, telefono, tv. Secondo regole puritane e costumi ultratradizionalisti.
Precipitato in un lacerante e dignitoso stato di inquietudine davanti a se stesso e alla legge della comunità per essersi innamorato di Marianne pur continuando ad amare la moglie e madre della sua numerosa prole, Esther, il capofamiglia Johan deve fronteggiare l´apparente bivio tra pace e amore. La punizione divina parrebbe presentarsi con l´infarto che stronca l´addolorata Esther, ma il bacio di Marianne alla morta – il bacio dell´amore e della richiesta di perdono – produce il miracolo della resurrezione. E le prime parole della nuova vita di Esther sono «povero Johan». Dite che il regista eleva a parabola la banalità di un adulterio e le solite smancerie maschili da botte piena e moglie ubriaca? Ma se vedrete il film resterete incantati dalla lenta e «pesante» solennità delle sue due ore e 22 minuti (nel senso di Olmi: antidoto alla vacuità) e suggestionati dall´ambizione di rifare Dreyer nell´epoca di Internet.
Non è purtroppo divertente neanche un po´ né riserva alcuna piccante o consolante sorpresa erotica Import Export di Ulrich Seidl, al cui confronto l´altro cupo austriaco Michael Haneke è un burlone. Storia incrociata di un´infermiera ucraina e di un giovane poco di buono viennese. Lei tra miserabili canali tv porno dove deve mostrare il didietro e un cronicario dove le toccano i compiti più bassi, lui tra un penoso tentativo di fare il vigilante e una famiglia di grado morale zero. Senza conoscersi mai si scambiano i destini. Il ragazzo all´est, la ragazza all´ovest. Nel comune tentativo di emanciparsi dai rottami e di reclamare un futuro, incarnano un paradossale e antiretorico messaggio europeista. La purezza di stile non certo scevra di catastrofismo in Paranoid Park dell´ex Palma d´oro Gus van Sant è, al confronto di ambedue i precedenti, una boccata di aria fresca e spettacolare.

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