Dalla rassegna stampa Cinema

Gus Van Sant, l’incubo va sullo skate

Puro turpiloquio in “Import Export” di Seidl su una badante ucraina

CANNES
Storie vere, film desolati. Nel film fuori concorso A Mighty Heart di Michael Winterbottom, un giornalista americano del Wall Street Journal a Karachi indaga sul terrorista Richard Reid. Una sera esce, avverte la moglie Mariane che tornerà tardi per cena. Non torna. Lei non lo vedrà mai più. La morte tragica di lui, la propria gravidanza avanzata a sei mesi, la inducono a scrivere il libro «Un cuore grande» in cui racconta la sparizione del marito, i propri sforzi per trovare il suo assassino e ritrovarlo, la propria volontà di far conoscere al figlio Adam quel padre che il piccolo non incontrerà mai. Il libro scritto dalla vedova di Daniel Pearl è commovente, disperato. Il film prodotto da Brad Pitt con Angelina Jolie protagonista è meno emozionante ma ben fatto. Michael Winterbottom, inglese, 46 anni, un tempo regista molto duro (Butterfly Kiss, Benvenuti a Sarajevo), con l’andare del tempo si è fatto più compassionevole, pietoso; Angelina Jolie è a volte troppo sentimentale.
Storie quasi vere e terribili. Nel nuovo film di Gus Van Sant un sedicenne per caso colpisce con lo skateboard una guardia nella zona peggiore del parco di Portland detta Paranoid Park (che dà anche il titolo al film) e la uccide. Decide di non dire niente a nessuno: ma il rimorso, la paura dell’avvenire, il timore di venir scoperto tormentano la sua vita sino al punto di voler morire. E’ dominato dal bisogno costante di casa sua, dal desiderio di distruzione e autodistruzione, dall’inseguimento della morte: altrettanto sognano e desiderano i suoi amici del Paranoid Park.
Sono storie prese a prestito dalla realtà le disavventure delle ragazze ucraine che vengono verso Occidente in cerca di lavoro e felicità, che si ritrovano cameriere, badanti, prostitute. Import Export di Ulrich Seidl racconta della ragazza Olga, giovane infermiera e madre che vuol lasciare la campagna, arriva in Austria e diventa inserviente in un ospedale per vecchi. Un ragazzo austriaco pieno di debiti compie, nel senso inverso, lo stesso percorso, e trova lavoro in Ucraina. Tutti e due lottano per aver fiducia in se stessi e dare un senso alla propria vita.
Ulrich Seidl è il regista austriaco, 55 anni, che abbiamo conosciuto alla Mostra di Venezia nel 2001, quando vinse con Hundstage il gran premio speciale della giuria. Il suo talento sta nell’intuito del dolore, nella capacità intensa di cogliere la desolazione e la bruttura. In Import Export la sua protagonista Ekateryna Rak si aggira nelle camere e nei corridoi dove giacciono a letto i vecchi ammalati, viene costretta a mascherarsi per partecipare a una festa, finisce nell’appartamento dove un commerciante russo la usa come un cane, peggio di una prostituta. Il film è triste ma a tratti, trasformandosi in grottesco, fa anche ridere. Il linguaggio è puro turpiloquio.

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L’inquietudine viene da Oriente

GIANNI RONDOLINO

CANNES
Una storia estrema, di quelle che piacciono al regista coreano Kim Ki-duk e l’hanno reso famoso in tutto il mondo, da quando, nel 2000, alla Mostra di Venezia L’isola scandalizzò il pubblico e parte della critica. Una storia che racconta con semplicità e intensità emotiva in Soom (Respiro) in concorso e mette a confronto, sulla soglia del suicidio e della morte, due esistenze diverse, contrapposte, e tuttavia, per taluni aspetti, simili. Da un lato Jin, assassino condannato a morte che ha tentato più volte di suicidarsi in cella; dall’altro Yeon, giovane donna, sposata e madre di un bambino, tradita dal marito. In mezzo l’esperienza della morte: l’imminente condanna capitale di Jin, rimandata di giorno in giorno a causa delle sue condizioni di salute, e il passato di Yeon che, bambina, si trovò quasi come morta annegata per alcuni minuti. Gli incontri dei due in prigione, sorvegliati via video dal direttore del carcere, trasformano a poco a poco i protagonisti quasi in amanti, in un crescendo di tensione erotica sottesa, mediata dal passare delle stagioni che la donna ricostruisce scenograficamente, con fiori e carte da parati, nella stessa squallida stanza dove si incontrano. E’ questa storia, paradossale ed estrema, che coinvolge anche il marito di Yeon e la loro vita famigliare, a fornire a Kim Ki-duk il pretesto per un film tutto condotto sul filo dell’inquietudine, in cui la sessualità si coniuga con la tristezza del vivere, e questa con la finitudine dell’uomo. Una circolarità che fa di Soom un’opera, magari esile ma indubbiamente intensa.
Tre famosi registi di Hong Kong si sono messi insieme per un film che parla di tre amici di Hong Kong, che cercano di fare fortuna e rimangono coinvolti in una storia complicata di gangster, poliziotti, mogli fedifraghe e soprattutto un antico tesoro, seppellito nei sotterranei di un edificio pubblico, portato fortunosamente alla luce, che vale milioni di dollari. Il denaro, che compare all’inizio del film sotto forma di biglietti di vari paesi, è non solo il motore dell’azione drammatica, ma soprattutto la ragion d’essere di tutti i personaggi. Il triangolo, presentato fuori concorso nella Sezione di Mezzanotte è diretto con grande maestria, secondo lo stile di Hong Kong di moda oggi, congiuntamente da Tsui Hark, Ringo Lam e Johnnie To: una sorta di concentrato del loro cinema. I tre amici, un antiquario, un taxista e un piccolo-borghese tradito dalla moglie, sono come trascinati a commettere un furto da un bisogno di soldi che va oltre la reale necessità: quasi una forza irrazionale, un male interiore, che li corrode e li spinge a infrangere le regole del gioco sociale, e anche l’amicizia. E sarà questo scacco esistenziale a concludere una vicenda che riflette, attraverso le luci di Hong Kong, il male di vivere contemporaneo.

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