Dalla rassegna stampa Cinema

Cannes - Gli acrobati della vita

I ragazzi di Gus Van Sant incontrano la morte lungo i corridoi del college, Elephant, nel viaggio extrasensoriale di Kurt Cobain, Last Days, e sulle curve acrobatiche di Paranoid Park (acquistato per l’Italia dalla Lucky red), che ieri ha segnato un punto alto nel concorso di Cannes n. 60…

«Paranoid Park» di Gus van Sant, in gara un film sull’adolescenza turbata di skaters ai confini della realtà. Il regista di «Elephant» e «Last Days» torna a parlare di un mondo pre-adulto mentre i grandi danno l’esempio facendo la guerra in Iraq

I ragazzi di Gus Van Sant incontrano la morte lungo i corridoi del college, Elephant, nel viaggio extrasensoriale di Kurt Cobain, Last Days, e sulle curve acrobatiche di Paranoid Park (acquistato per l’Italia dalla Lucky red), che ieri ha segnato un punto alto nel concorso di Cannes n. 60. Muto e in movimento, ma con una colonna sonora che fa venire i brividi, strappata alle emittenti radio, anche di classica e di post-punk, del tempio Grunge, il film è l’avventura intima di un sedicenne, Alex (Gabe Nevins) corpo solitario dislocato in uno spaziotempo irreale, che segue traiettorie variabili e si perde.
Paranoid Park sta tra la strage di Columbine e quella di Virginia Tech, quasi un prequel di Elephant (Palma d’oro) o un seguito. Adolescenti che passeggiano in un «esterno» intriso di guerra, da cui neppure l’alone dell’inconsapevolezza riesce a proteggerli. «Fuori» c’è l’età adulta, quella che Gus Van Sant associa all’Iraq, ed è per questo che preferisce i suoi pre-uomini, fantasmi deambulanti, angeli catatonici come Alex, lo skateboarder di Portland, Oregon. La città dove si è stabilito il regista, pittore,musicista, fotografo, sceneggiatore, produttore, definito dai Cahiérs «senza alcun dubbio, l’avamposto dei cinema contemporaneo ».
Alex uccide senza volerlo una guardia giurata che veglia sui treni in transito, lo spinge per difendersi mentre se ne sta appeso al vagone insieme a un tipaccio incontrato al parco dalla fama equivoca, e l’uomo diventa un freak strisciante, tagliato in due da un convoglio che lo affetta sui binari. Alex cercherà di sognare per sopraffarre l’incubo, di scrivere esorcismi sui quaderni di scuola per cancellare quella notte al Paranoid Park. «Nessuno ha l’età giusta per frequentarlo», è un crocevia tossico, un giardino di pietra dove si danno convegno esistenze estreme.
E l’ipnosi è facile nel rullio dello skate che disegna spirali e che Gus Van Sant riprende con il super8 montato sulla tavola.
Splendide sequenze mischiate alle immagini girate in 35mm e a riprese video rubate per strade di ragazzini su rotelle, magici equilibristi a suon di musiche intercettate da una radio di Portland.
C’è un tocco Won Kar-wai nel film, una variazione di stile rispetto ai «quadri » di linee essenziali degli altri film, sequenze aeree, fluttuanti e questo grazie anche al direttore della fotografia Chris Doyle, che ha lavorato con il cineasta di 2046, e con altri registi cinesi come Chen Kaige e Zhang Yimou.
Gus Van Sant si perde nei primi piani di Alex, sfinge bambina che non cambia espressione (neanche in conferenza stampa) ma dilata gli occhi nello stupore di essere colpevole senza esserlo, chiuso in un mondo insonorizzato, davanti all’interrogatorio dell’ispettore che cerca l’assassino del poliziotto nella comunità dei skateboarder.
Sensualità immensa, all’opposto di quella voyeur di Larry Clark. Gus assomiglia ai suoi attori non professionisti (trovati sul sito Myspace), ha la stessa flagranza di sguardo, è un Peter Pan felice di starsene fuori dalla generazione dei padri. Quello di Alex appare fuori fuoco, lontanissimo dal figlio che rinuncia a condividire con lui il suo dramma, e solo per pochi secondi lo vediamo emergere dalla foschia con una faccia spenta e gli avambracci tatuati.
Anche la madre, dalla quale il padre sta per divorziare, è un’ombra vista di spalle o in lontananza, assente. Nessuno è disposto a sentire la confessione di Alex, sempre più autistico, poeta triste sulla riva del mare, tranne una minuscola compagna di scuola, Macy (Lauren McKinney), aspetto e personalità androgini.
Il sesso è molesto per l’innocenza disumana di Alex, come la sua girl-friend Jennifer (Taylor Momsen, la sola professionista) una specie di Barbie interessata a perdere al più presto la verginità.
La conversazione dell’addio tra Alex e Jennifer è, come scrive Antoine Thirion, un luogo di transizione «dove l’era della steadycam si ricongiunge con quella del cinemamuto». Lui di spalle e lei che reagisce con sgomento, sorpresa, disgusto mentre le sue labbra si muovono senza alcun suono.
L’alterità dei corpi rispetto al dialogo produce una danza enfatizzata dall’uso (moderato) del ralenti. Un effetto di energia trattenuta, allusioni a una realtà non fotografabile. La storia è stata modificata rispetto al testo di riferimento, il romanzo di Blake Nelson, scrittore di Portland e di teenager.
È una voce fuori campo che introduce il racconto in prima persona, l’avventura psicologica di Alex, che come Gus all’età di 12 anni imparò a guardare il mondo adulto come una giungla dalla quale difendersi.
Alla domanda «Perché è così pessimista rispetto agli adulti?», il regista di Will Hunting (9 nomination all’Oscar) bello, radioso, sorridente, risponde con la voce off della piccolissima Mc Kinney: «Perché io credo che la guerra in Iraq sia ingiusta, sia tutta un pretesto». Nell’aldiqua del reale, Alex continua a camminare verso il nulla. Spettro in dissolvenza.

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