Dalla rassegna stampa Cinema

FREARS re di cannes

Ama il cinema fatto di immaginazione e ottima recitazione. Sceglie storie intime che raccontano il mondo. ‘L’espresso’ svela i gusti e le idiosincrasie del presidente della giuria del Festival che apre il 16 maggio

Sì, ho fretta di rientrare in Europa, confessa, Stephen Frears, sospirando all’altro capo del telefono della sua stanza d’albergo a Los Angeles. Frears non è tornato a casa, a Londra, dalla metà di febbraio, dopo la cerimonia degli Oscar, dove la magnifica Helen Mirren, protagonista del suo ‘The Queen’, ha vinto la statuetta come miglior attrice. È passato direttamente dalle serate mondane di Santa Monica agli studios tv dove ha accettato la regia dell’episodio pilota di una serie per la Cbs, ‘Skip Tracer’, scritta dai due autori di ‘Sopranos’, Robin Green e Mitchell Burgess. “E io che credevo di risposarmi”, dice scherzando: “I metodi di lavoro europei e americani sono a volte così diversi che li si potrebbe credere opposti”. Nella sua lunga e ricca carriera Frears ha già avuto l’occasione di sperimentare i sistemi di produzione a Hollywood, ma lo choc culturale non sembra attenuarsi col tempo. Nato nel 1941, cresciuto a Nottingham, in un ambiente borghese Frears ha studiato a Cambridge. Al grande pubblico si è rivelato in Inghilterra, con ‘My Beautiful Laundrette’, scritto da Hanif Kureishi nel 1985. Sono seguiti ‘Sammy and Rosie vanno a letto’ e ‘Prick Up, l’importanza di essere Joe’, premiato a Cannes nel 1987. L’anno successivo, con ‘Le relazioni pericolose’, Oscar per la miglior sceneggiatura, ebbe il successo che conosciamo. I suoi film americani, ‘Eroe per caso’ e ‘Mary Reilly’, male accolti dal pubblico, lo hanno fatto tornare a storie più umili, ma commoventi e comiche: ‘The Snapper’, ‘Due sulla strada’, ‘Alta fedeltà’, tratto da un romanzo di Nick Hornby. Gli anni di Blair hanno ispirato infine il suo maggior successo, ‘The Queen’.

Quando dunque rimetterà piede sul Vecchio Continente, Frears non avrà il tempo di riposarsi dalle sue fatiche californiane: dovrà fare le valige in 24 ore per raggiungere Cannes dove ricopre il ruolo, scomodo e affascinante, di presidente della giuria della 60 edizione del Festival, che apre il 16 maggio. Lo attendono un compito storico e una fatica titanica. Ma questo lo eccita come un bambino. “Sarà una gioia scoprire i grandi film del mondo intero in questa cornice così strabiliante”, dichiara. Cannes è sempre stata non solo una vetrina per star e mondanità, quanto un luogo dove trovano la loro consacrazione i registi. E quest’anno di grandi e affermati registi, ce ne sono tanti: da Wong Kar Wai a David Fincher , quello di ‘Fight Club’ tratto da Palhaniuk, a Julian Schnabel a Gus Van Sant a Quentin Tarantino a Emir Kusturica: tutti in concorso. La battaglia per la palma d’Oro sarà durissima.

È un rito: ogni anno, la composizione della giuria e la sua presidenza vengono messe sotto la lente da critici che cercano di analizzare i gusti del presidente di turno e di definire il carattere dei membri della giuria. Nel 2004, l’anno in cui ‘Fahrenheit 911’ di Michael Moore vinse la Palma d’oro, sorprese il fatto che Tarantino, poco noto per il suo attivismo politico, facesse una simile scelta. Emerse allora, che dietro il regista si profilavano forti personalità, in particolare quelle di due attrici impegnate, l’inglese Tilda Swinton e la francese Emmanuelle Béart. Un anno dopo, quando il presidente della giuria, Emir Kusturica, preferì ‘Broken Flowers’ di Jim Jarmusch, le personalità di Agnès Varda e di Benoît Jacquot hanno avuto un grosso peso nell’attribuzione della Palma d’oro ai fratelli Dardenne per ‘L’Enfant’. Quest’anno, la presenza, accanto a Frears, di Michel Piccoli, grande figura del cinema francese noto per le sue prese di posizione politiche radicali, dovrebbe esercitare un’influenza sulle scelte. Ma le personalità delle attrici Maggie Cheung, Toni Collette, Sarah Polley, del premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, dei registi Marco Bellocchio e Abderrahmane Sissako sembrano comporre un insieme capace di soprendere. E allora, chi farà vincere Frears (e la sua giuria)?

Il presidente, ovviamente, non rilascia interviste ufficiali. Ma non è difficile sapere come la pensa. E per comprendere quello che ha in mente, bisogna riandare agli inizi. I suoi anni di apprendistato con Lindsay Anderson e Karel Reisz, un ragazzo ebreo profugo dalla Cecoslovacchia, approdato in Gran Bretagna a 11 anni, nel 1938, daranno vita, verso la metà degli anni ’50, a fianco ad Anderson e Jack Clayton, alla nouvelle vague britannica, battezzata per l’occasione Free cinema. Rendendo un omaggio al suo maestro scomparso nel novembre del 2002, durante un programma della Bbc, Frears ricordò agli inglesi quel che avevano dimenticato: “Questi giovani hanno spezzato il sistema esistente, hanno reinventato il cinema e dimostrato per la prima volta che delle vite normali potevano offrire il materiale drammatico per un film. Hanno cambiato la mia vita, ma soprattutto, hanno cambiato il mondo”. Racconta Frears che quanto vide, a 19 anni, ‘Saturday Night, Sunday Morning’, di Karel Reisz, fu per lui “una rivelazione”. Da questa rivelazione iniziale nacque, nel giovane regista, il gusto per le storie intime, per un’interpretazione forte e ben marcata, l’amore per gli attori che egli rivelerà in seguito al mondo, e la preoccupazione, spesso, di ricollocare le storie personali in un contesto storico e politico particolare. “Diffido di film tecnicamente brillanti, ma che mancano d’immaginazione”, ama dire.

Cercherà di far vincere a Cannes un’opera realizzata con più immaginazione che effetti speciali? Vedremo. Intanto, confessò qualche anno fa che fu molto colpito dall’ultimo film del regista ed ex ministro della Cultura della Corea del Sud, Lee Chang Dong. Abituato a storie forti, Chang Dong aveva commosso i partecipanti al Festival di Venezia del 2002 con ‘Oasis’ la cui storia d’amore, tenera e violenta insieme, fra una giovane paraplegica e un sempliciotto, era stata premiata in molti festival internazionali. Oggi, ‘Secret Sunshine’, in concorso a Cannes, racconta una storia simile, forte e straziante, di un amore non come gli altri in cui l’attrice Do Yeon Jeon brilla nel ruolo di una giovane vedova. Il realismo poetico del regista Lee Chang Dong eserciterà forse maggior attrazione su Frears rispetto allo stilismo, che lui giudica talvolta superficiale di Kim Ki Duk, anch’egli in gara con ‘Breath’.

Lo stile di Frears, impastato di un pudore che si accresce con l’età, non dovrebbe trovare consonanze con film come quelli della francese Catherine Breillat (‘Une vielle Maìtresse’), dell’austriaco Ulrich Seidl (‘Import export’) e del messicano Carlos Reygadas (‘Stelle licht’) la cui oscenità ricercata e la ricerca della grazia attraverso il sesso appaiono agli antipodi della sensibilità del regista britannico. Frears rinfaccia a questi suoi colleghi di trattare spesso l’amore e le relazioni intime come un cancro da estirpare: un punto di vista molto lontano dal suo. E anzi, nel 2002, l’attuale presidente della giuria di Cannes aveva deciso di girare di nuovo una scena del telefilm ‘Lian’, in concorso a Venezia, per mostrare meglio la tenerezza dei genitori del piccolo ragazzo, che stavano per fare l’amore: “Tutti si sono chiesti perché ho voluto rifare quella scena, che è poi la mia preferita nel film. Lo hanno capito quando hanno visto le nuove copie”. Frears in effetti è considerato un maestro del lirismo non detto. Così potrebbe trovare un vero punto d’incontro con i due cineasti russi presenti quest’anno a Cannes: Aleksander Sokourov con ‘Aleksandra’ e Andrei Zvyagintsev con ‘The Banishment’. Vi è infatti un’autentica corrispondenza fra un Sokourov alla ricerca dei fantasmi della grande Russia e dell’ex Unione Sovietica e Frears, anch’egli, a suo modo, entomologo dei fossili dell’impero britannico: “Ho scoperto Sokourov nel 2003 con ‘L’Arca russa’ e il film ha funzionato in Gran Bretagna”. L’universo di Zvyagintsev, autore di un film come ‘Ritorno’, una scoperta alla Mostra di Venezia del 2005, ha anch’egli qualcosa in comune con quello di Frears: un non detto poetico su soggetti come la famiglia.

Per tutte queste ragioni Frears è molto distante dallo stile, ad esempio, troppo esplicito di un Tarantino, di ritorno sulla Croisette con ‘Death Proof’. Né del resto può essere sensibile agli eccessi di un Emir Kusturica, anch’egli presente con ‘Promise Me This’. Non va dimenticato che Frears è un regista che rifiuta di mostrare un aereo che si schianta, come nel troppo sottovalutato ‘Hero’ interpretato dal formidabile Dustin Hoffman. Per illustrare la tragedia, preferisce filmare il volto di un uomo sconvolto.

Se fin dai primi anni di Margaret Thatcher Frears è stato il regista che ha rivelato la realtà sociale della Gran Bretagna, in particolare con ‘My Beautiful Laundrette’, non potrebbe certo condividere la violenza del suo giovane collega turco, Fatih Akin (presente con un film girato in Germania ‘Auf der anderen Seite’) per il quale i problemi di identità si risolvono nell’alcol o nelle risse. In compenso, Frears dovrebbe trovare negli americani Gus Van Sant (‘Paranoid Park’), James Gray (‘We own the night’) e David Fincher (‘Zodiac’), lo stesso gusto per il racconto, la finzione e il ritmo, meno l’humour inglese. Perché è anche questo che caratterizza il cineasta inglese: l’umorismo e l’irriverenza, che forse ritroverà riuniti nel solo film d’animazione in concorso a Cannes, ‘Persepolis’, dell’autrice francese d’origine iraniana Marjane Satrapi i cui fumetti, che raccontano l’adolescenza di una giovane persiana profuga in Francia dopo la caduta dello scià che scopre, con grande stupore, la cultura francese, sono stati trasposti sullo schermo. La ricerca stilistica sperimentale (‘Persepolis’ è un cartone animato in bianco e nero), il racconto di una storia intima dentro una cornice politica ben definita, la comicità delle situazioni, sono elementi che possono commuovere Frears. Un’occasione, per lui, di offrire la Palma d’oro al cinema francese che ammira, vent’anni dopo quella assegnata a Maurice Pialat per ‘Sous le Soleil de Satan’.

Vi sono presidenti che ricompensano i registi che assomigliano a loro e altri che ammirano il coraggio e il talento di autori di film che avrebbero voluto realizzare loro stessi. Frears appartiene a questa seconda categoria, quella dei presidenti generosi.

traduzione di Mario Baccianini

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