Dalla rassegna stampa Cinema

Schnabel, la star dell’arte di cambiare

INCONTRO con l’eclettico artista newyorkese, a Roma per una personale che si apre oggi a Palazzo Venezia. Ma non ci sono solo quadri nel suo carnet: porterà un film al Festival di Cannes e un «documentario» su Lou Reed a Venezia

Con un viso ben in salute e pizzetto vagamente alla De Niro, ma di stazza un po’ più robusta, Julian Schnabel si muove sornione tra le stanze di Palazzo Venezia a Roma dove espone una trentina di tele (a cura di Sperone e Voena). Precedute a pian terreno da un’auto rossa fiammante dello sponsor, le espone senza fronzoli, appoggiate a un rialzo, appese ai muri, piene di rossi, di grigi (quelle scarne dedicate a Jane Birkin), verdi. I tre quadri nella prima sala ricordano enormi graffiti metropolitansi, a pelle sembrano i più efficaci della mostra, ma quel che emerge in una mattinata in quelle antiche sale cariche di troppe memorie è anzi tutto lui, l’uomo, il personaggio. Si districa perfettamente a proprio agio davanti alle telecamere: per le interviste di rito ordina, giustamente, ai presenti di interrompere il chiacchiericcio per non disturbare il lavoro degli intervistatori, già che c’è impartisce istruzioni per le luci o suggerisce a chi lo intervista di lasciar fare l’operatore, che sa meglio di tutti come lavorare. È come su un set. Chi ha in mente il cliché dell’artista triste e solitario cambi prospettiva: immagini piuttosto il capo di un affollato cantiere com’era un pittore, nonché abilissimo imprenditore di se stesso, come Giotto amatissimo dall’artista nordamericano insieme ad antichi maestri quali Beato Angelico e Caravaggio. Ma forse è più appropriato pensare a un maestro delle corti tardo-rinascimentali, di quelli che dipingevano enormi tele, allestivano festeggiamenti regali, disegnavano, dal talento tiforme e dalla personalità straripante. Un po’ alla Rubens, per citare un caposaldo che i quadri formato gigante e l’esuberanza cromatica di Schnabel rievocano in qualche modo. E in questa tradizione si tuffa spavaldamente Julian l’americano, il pittore ormai anche regista cinematografico con un film in arrivo al festival di Cannes e uno su una performance di Lou Reed alla Mostra di Venezia.
Newyorkese del 1951, Julian è uno dei pittori più celebrati al mondo. È uno che mescola campiture astratte, scritte da graffitaro, gocciolamenti, figurazioni, ritratti e cocci di piatti. È salito alla ribalta internazionale nei primi anni 80 in parallelo alla Transavanguardia italiana, quando di qua e di là dall’oceano venne riabilitata la pittura ma in versione post-moderna, «sporcata» da segni e dal passato remoto e recente, carica di colori. È infatti anche lui un artista che ama il colore ed è facile immaginarlo mentre si imbratta nel suo studio. In realtà è un personaggio complesso, sfaccettato, probabilmente difficile da afferrare nella sua pienezza in un luogo pubblico. Gli piace debordare. Oltre che pittore e scenografo, Schnabel come regista approda ora al Festival di Cannes con il suo terzo lungometraggio dopo quello del ’96 dedicato al pittore-amico Basquiat e quello del 2000 Prima che sia notte, sullo scrittore gay esiliato da Cuba Reinaldo Arenas: «Il mio nuovo film Lo scafandro e la farfalla – spiega alternando in conferenza stampa e a quattr’occhi inglese, un po’ di italiano, un po’ di spagnolo – è tratto dal romanzo omonimo di Jean-Dominique Bauby. Era un bravo giornalista, era caporedattore della rivista Elle. Un giorno, a 42 anni, si è svegliato in un ospedale di Calais». Era il ’95, Bauby, colpito da un ictus, era paralizzato. «Poteva muovere solo la palpebra dell’occhio sinistro». Con questa unica possibilità, tramite computer il giornalista dettò il suo romanzo-diario immaginando posti fantastici. «Nel libro – insiste Schnabel – quell’uomo dice: ero cieco e sordo, c’è voluto un disastro per trovare la mia vera natura. Forse quando siamo in salute siamo distratti. Lui aveva perso tutto tranne l’immaginazione e la memoria ed è allora che ha scoperto una libertà totale». Questo desiderio di sentirsi svincolato, libero, è suo, di Schnabel, ci vuol poco a intenderlo, ma un film così vuole inevitabilmente premere anche su altri tasti: «Mio padre morì nel 2004. Non era mai stato malato, allora venne a casa mia, era impaurito e io non sapevo prevenire la sua paura di morire. Con Le Scaphandre et le Papillon, in concorso a Cannes, girato in francese con attori francesi, vorrei aiutare la gente a pensare alla morte con consapevolezza». Qui in Italia viene da pensare al caso Welby, anche perché basta citarlo dal palcoscenico del Primo Maggio per scatenare le ire vaticane. Schnabel vuole forse suggerire una riflessione sullo scegliere la propria morte senza inutili sofferenze quando non c’è scampo? «Il film non va tanto in questa direzione – risponde -. Il libro di Bauby aiuta a essere nel presente, a capire come la vita può essere importante anche quando è caos». E lui, Schnabel, nel ruolo di artista-demiurgo tutto fare sembra nuotare come un pesce nell’acqua. Con un punto fermo: sentirsi libero di adottare formule stilistiche anche diverse tra loro.
«L’unità non è qualcosa che avevo bisogno di mostrare attraverso la similarità di aspetto tra un dipinto e l’altro. Non mi sentivo legato a nessuno stile o firma che potesse far capire alla gente che si trattasse di una mia opera», disse in una frase citata dal catalogo del Pecci di Prato, dove tenne un’ampia personale 17 anni fa. Ripete oggi: «Ci sono stati grandi artisti americani che hanno seguito un’immagine. Rothko le sue superfici, Pollock gli sgocciolamenti. Per me è importante non avere un modo di dipingere come se fosse una firma». Spiegato in altro modo: tanti adottano una formula, un’idea che ha funzionato una volta viene ripetuta, variata, approfondita, ma sempre quella rimane. Schnabel tra le righe critica e vuole mutare per restare se stesso. «Anche girare film fa parte del mio raccontare come lo fanno i dipinti». E nell’alternanza permanente tra pennello e cinepresa inserisce il secondo appuntamento cinematrografico in cartellone per il 2007: «Alla Mostra di Venezia porterò le riprese di una perfomance di tre giorni a Brooklyn in cui dei miei dipinti incollati tra loro hanno fatto da scenografia a Lou Reed che suonava Berlin, il suo disco del ’73, che allora non ebbe fortuna ma che considero un capolavoro». È un film su Berlin, dunque, sul rocker newyorkese che ha resuscitato questa sua creatura difficile.
Magari non è così, però Schnabel dà l’idea di uno che cerca l’ebbrezza. Senza tormentare il corpo. «Faccio surf», afferma davanti a un microfono. Non avrà il fisico di un atleta greco, però si vede quanto è orgoglioso di questa sua attività. «Quando dipingo perdo il senso del tempo, del corpo», dice ribadendo la fisicità del suo rapporto con la pittura. Questa fisicità i dipinti la trasmettono. Anche quelli pieni di cocci di piatti su cui ha steso figure strane. Già Spoerri e il Nouveau Réalisme, poco meno di 50 anni fa, usarono piatti e bottiglie come vere e proprie opere, ma Schnabel ne prende le distanze: «Faccio altro». In effetti sì, fa altro. I suoi cocci non hanno senso politico. I tempi sono altri. Ma la disinvoltura con cui, all’inizio del XXI secolo, può portare a Palazzo Venezia quadri fatti di cocci, resta figlia del coraggio di gente come Spoerri. Anche in queste avanguardie l’artista nordamericano si inserisce come nel solco di una tradizione che non rompe.

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