Dalla rassegna stampa Cinema

Philippe Vallois: un parfum nommé Cinéma

Perché un omaggio a Philippe Vallois, autore semisconosciuto in Italia? …

Perché un omaggio a Philippe Vallois, autore semisconosciuto in Italia? È sempre stata una nostra prerogativa, quella di cercare, di scoprire e far conoscere autori e “nuovo” cinema. Con Vallois ci avevamo già provato fin dalle prime edizioni del Festival, ma allora non esisteva ancora internet e fu difficile contattarlo. Non ci riuscimmo. Nell’edizione numero 20 del Festival nella sezione Concorso Video venne presentato un suo lavoro dal titolo Un Parfum nommé Saïd, ma dopo tanti anni non avevo collegato Vallois a quei film che avevo visto venti anni prima. Sicuramente Vallois rimase contento del nostro Festival e quest’anno ci ha mandato in visione il suo nuovo lavoro Sexus Deï, che mi piacque subito e mi incuriosì al punto da andare a indagare meglio chi fosse l’autore. Era quel Philippe Vallois che negli anni ottanta, con Ottavio, non eravamo riusciti a contattare! Volevamo presentare Johan, journal intime homosexuel d’un été ’75 (1975), Nous étions un seul homme (1979) e Haltéroflic (1983). Tutti film che ora vedremo nel tributo a lui dedicato.

È quindi con grande piacere che rendiamo omaggio al pioniere del cinema gay in Francia. Fatta eccezzione per Un chant d’amour (1950) di Jean Genet e Les Amis (1970) di Gérard Blain, per lungo tempo infatti è stato pensato, ingiustamente, che Race d’Ep (1979) di Lionel Soukaz fosse l’inauguratore di una nuova strada per il cinema gay, invece fu proprio Johan di Vallois a uscire nel 1976, ovviamente classificato con la X significante “esclusione” dai grandi circuiti e accesso solo in sale specializzate con tutte le limitazioni economiche annesse. Il film che segnò la carriera e la vita di Vallois è la ricostruzione della storia d’amore che all’epoca il regista stava vivendo con il “pericoloso” Johan. Questi doveva esserne l’interprete, ma fu arrestato prima dell’inizio delle riprese. Il progetto andò avanti, e venne selezionato per il festival di Cannes. Per anni si erano perse le trace di quest’opera, poi nel 2006 finalmente il film viene rieditato in Dvd, scene tagliate all’epoca incluse.

Ma già prima, nel 1973, cominciando ad accettare le sue preferenze sessuali, Vallois si era chiesto perché le esperienze amorose e sessuali che lui stava vivendo quotidianamente fossero ancora vietate al cinema e aveva provato a raccontarle in Les Phalènes. Benché non appartenesse né ai circoli degli intellettuali parigini, né tanto meno ai movimenti militanti sulla post FHAR (Front Homosexuel d’Action Revolutionnaire), Vallois aveva deciso che avrebbe raccontato il suo mondo attraverso la macchina da presa.

Il suo cinema passa attraverso la sua vita, le sue emozioni, le sue passioni: Nous étions un seul homme (1979) inizialmente doveva essere un film hard, prodotto da uomini d’affari che volevano aprire un cinema porno, ma durante la stesura della sceneggiatura presero sopravvento i suoi trascorsi personali e la parte psicologica facendolo diventare un “altro” film che, sebbene rifiutato a Cannes, vinse numerosi altri festival e raccolse premi importanti. Nel 1983 girò Haltéroflic, altro film che intreccia la sua vita nto in seguito all’incontro con Illia, un ragazzo greco. “Avevo voglia di divertirmi, di deridere i miei fantasmi pur prendendoli sul serio…”, dice Vallois del film. Gli anni Ottanta/Novanta – come capitò a molti di noi – lo costrinsero a fronteggiare l’uragano dell’AIDS, e a affrontare la perdita di amici e del compagno Jean nel ’92. “Per curare la depressione non faccio riferimento al mio psicologo, ma alla mia camera Hi-8…”, disse in quella occasione. Ed ecco nel 2001 Un parfum nommé Saïd, dopo aver vissuto una tormentata storia d’amore con un giovane marocchino, Saïd, per l’appunto. “Ne faccio un film, col suo accordo, che mi permette di superare il mio tormento…”, era ancora una volta il suo commento.

Nel 2003 Philippe Vallois incontra Christophe che diventa il “movente” del suo film più recente, Sexus Deï, realizzato montando diversi periodi di vita: un viaggio in Marocco con Christophe e immagini girate tra le rovine del Libano negli anni ’80 e finalmente il tentativo di superare definitivamente il lutto per la perdita di Jean. “Un film in cui io, il ‘peccatore’, cerco di riconciliarmi con la religione della mia infanzia, un film in cui la sessualità è presente nelle mie riflessioni su Gesù”.

Il vissuto, il progredire della quotidianità e della propria esperienza esistenziale, la realtà filmata; cinema intriso d’amore, di ogni genere di sentimento: adoro quando il cinema disseta la vita, quando la vita si nutre di cinema! Quelle vite che contano proprio perché si manifestano apertamente, che sono politica dei sentimenti, coscienza dell’importanza delle passioni.

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