Dalla rassegna stampa Cinema

La traversée

La traversée è la storia di un uomo francese che cerca suo padre in America…

La traversée è la storia di un uomo francese che cerca suo padre in America.
“Quando da bambino pensavo a lui lo immaginavo come un uomo molto alto senza volto”, racconta il protagonista al compagno di viaggio e di vita Sébastien, sceneggiatore e vero ideatore di un film-narrazione che forse vorrebbe essere on the road, ma che di certo è più on the words.
La traversée è la storia di un uomo che cerca suo padre.
“Avevo un fratello immaginario che sostituiva la figura di mio padre… a volte mi masturbavo pensando a lui. Non avere un padre creava intorno a me un’aura magica che i miei amici non potevano possedere”, continua in voice-off Stéphane Bouquet mentre sullo schermo scorrono lente (sarà per farcele godere di più? sarà per entrar meglio nella psicologia del personaggio? o forse perché i cineasti francesi non concepiscono la possibilità del connubio introspezione-movimento?) le fotografie della sua infanzia, di sua madre, del morboso rapporto creatosi tra due ‘anime abbandonate’ (che delizia per le nostre orecchie bisognose di “patetico”, poter udire tali commoventi espressioni…).
La traversée è la storia di un uomo che cerca.
“Mio padre doveva essere come mia madre, ma in meglio… forse se lo trovassi non gli parlerei nemmeno”, confessa l’unico interprete di cui abbiamo il piacere di vedere il volto e il meno piacevole dovere di ascoltare la voce che da fluida diventa ‘fluviale’,e poi ‘liquida’ scorrendo senza sosta né cambi di tonalità o intensità per i novanta minuti (e per fortuna niente ‘supplementari’) della durata di una partita vinta… sì,ma a tavolino.
Unica altra presenza visibile e concreta, una chiromante dalla carnagione scura. La sua ‘materialità’ l’allontana da tutti i personaggi-fantasma di cui udiamo le voci attraverso i cavi del telefono (interessante notare che però, nonostante la storia sia a noi coeva, non c’è traccia di cellulari o computer, quasi quest’innato bisogno di ricerca fosse per sua essenza inalienabile e insieme atemporale) all’interno di una narrazione in equilibrio precario tra sogno e realtà, o meglio surrealtà (vedi ad esempio lo straniato e straniante scambio di battute telefoniche tra una madre-amata che si limita a snocciolare una serie di meravigliati “ah… sì?”, e un figlio-amante che non prova apparentemente né imbarazzo né emozione nel ritrovare il tanto cercato ‘padre per errore’).
Il breve dialogo che Stéphane intrattiene con la veggente è naturalmente ripreso in soggettiva, come quasi tutte le sequenze di un film che, rispondendo formalmente in questo modo all’esigenza di introspezione che lo caratterizza, rinuncia anche, ancora in virtù di una più agevole identificazione spettatore-personaggio (sempre che qualcuno di noi voglia rispecchiarsi in un imbranato e cinico ‘francese a New York’), a ogni dinamismo.
Anche il montaggio, essenza del cinema, non conferisce certamente ritmo e incisività a quello che il regista definisce “un film fatto per uscire da quello della mia vita e… per vivere!”.
La traversèe dovrebbe essere ‘ricerca’ (ma si conclude con il ritrovamento); vorrebbe essere ‘sentimento’ (ma non c’è contatto interpersonale e tutto si condensa in immagini fisse e commenti carichi dell’egocentrismo travestito da noncuranza del personaggio); riesce infine a essere ‘viaggio’ (ma dov’è il processo di formazione che la tradizione letteraria associa al genere?).
Un tour in macchina di cui si apprezza più il paesaggio autunnale colto attraverso i finestrini e forte di una buona fotografia, che alterna sapientemente immagini di belle abitazioni a carcasse morte di animali, che non lo schema narrativo o le ripetitive dichiarazioni-verità del protagonista su cui poggia l’intera costruzione filmica.
La scena finale poi, un campo lungo in cui vediamo la sagoma di Stéphane allontanarsi progressivamente dall’automobile in primo piano verso un orizzonte che più che ‘conquista’ (stile western) sembra essere ‘incertezza’, conferma, con lentezza e noia, il senso di alienazione e disagio che forse, nel suo valore euristico, può esser considerato l’elemento più significativo di un discutibile esperimento di narrazione per immagini.

da http://www.frameonline.it/

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