Dalla rassegna stampa Cinema

«300»: Serse, come somigli a Bush

PRIMEFILM Arriva il film di Snyder al centro di accese polemiche. C’è chi vi legge lo scontro Occidente-Islam. Chi Bush e la guerra in Iraq. Ahmadinejad grida al vilipendio dell’Iran. Però al pubblico piace

Proviamo a raccontarlo così: il sovrano di un paese immenso e potente attacca una piccola nazione che per religione e regole sociali è da lui profondamente diversa; lo fa anche perché suo padre, che ha regnato sullo stesso paese anni prima, ci aveva provato senza riuscirci. Ma la resistenza (con la «r» minuscola, per carità) del piccolo paese sarà sorprendentemente tenace. A cosa vi fa pensare? A Bush padre e figlio, e alle due guerre dell’Iraq? Perché no? Ok, ora veniamo al film di cui stiamo parlando: si intitola 300 e racconta la battaglia delle Termopili. Lo ha diretto Zack Snyder (L’alba dei morti viventi) ispirandosi al fumetto di Frank Miller (Sin City). È un film che sta facendo imbufalire tutti, tranne gli spettatori: negli Stati Uniti ha incassato quasi 130 milioni di dollari in meno di due settimane ed è in testa al box-office. L’ipotesi che Serse corrisponda a Bush jr., e che la Persia del 480 a.C. (effettivamente una potenza imperialista, all’epoca) corrisponda agli Usa di oggi è ovviamente tirata per i capelli: ma non più dell’altra lettura, quella che vede nelle Termopili la metafora dello «scontro di civiltà» fra Oriente e Occidente, e che presuppone l’equazione Sparta=Usa, Persia=Islam (per la cronaca, dovrebbe essere arcinoto ma è sempre meglio dirlo, nel 480 a.C. l’Islam non esisteva: Maometto sarebbe nato più di 1000 anni dopo). Per non parlare delle conseguenze che, da questa seconda lettura, hanno tratto Ahmadinejad e i suoi ministri, accusando il film di «vilipendio» dell’Iran: che è un po’ come se noi italiani ci incazzassimo se qualcuno ci dicesse che Romolo, avendo ammazzato suo fratello Remo, era un balordo.
Sembra incredibile doverlo fare di continuo, ma è d’uopo ribadire che 300 è solo un film. Certo, i film parlano del loro tempo. Ma forse sarebbe più interessante capire se 300 ci dice qualcosa sulla centralità della guerra nella modernità e, più in generale, nella natura umana. Snyder, il regista, ha sottolineato più volte come il film sia raccontato dal punto di vista degli spartani, ma non ne sposi affatto l’ideologia. Secondo Snyder è lecito dire che gli spartani erano, secondo i nostri standard, dei fanatici: un popolo che concepiva la guerra come unico stile di vita e allevava i propri figli alla disciplina e all’aggressività (per cui, e poi la smettiamo, potremmo dire che somigliavano sia ai marines di Full Metal Jacket sia ai talebani raccontati da Daniele Mastrogiacomo nei suoi reportage post-prigionia). Non a caso nella prima parte del film gli spartani comandati da Leonida uccidono senza esitare gli ambasciatori di Serse, cosa ben poco urbana. Poi, è chiaro, le circostanze delle Termopili (300 opliti spartani che tengono il passo contro forze soverchianti, sapendo di morire, ma decisi a dare alle città greche il tempo di organizzare la controffensiva) non possono che essere descritte, al cinema, in chiave eroica. E con ciò chiudiamo dicendo che 300, essendo ispirato a un fumetto, è un film mitico, in cui i persiani sono mostri crudeli e gli spartani guerrieri ringhianti. Non c’è nemmeno un’oncia di realismo nel film, che del fumetto di Miller mantiene anche la grafica anti-naturalista: il che, paradossalmente, lo rende mediaticamente vulnerabile, perché è facile (oltre che stupido) applicare alle fiabe i dettami del «politicamente corretto». 300 è una fiaba moderna, violenta come le fiabe antiche. Ed è un bel film, checché ne dicano gli ayatollah.

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