Dalla rassegna stampa Cinema

Quel reportage selvaggio

«Borat» di Larry Charles, la candid camera del giornalista kazako

Tra i Marx Brothers, Peter Sellers e Monthy Python, Borat è stato l’oggetto cinematografico più sorprendente del 2006, la meteora che ha proiettato il comico ebreo/inglese Sasha Baron Cohen dalla rarefatta audience della tv britannica di tarda serata, o di Hbo, ai multiplex di tutto il mondo. Ormai lo sanno anche le pietre, il film è un road-mockumentary situazionista nel quale un dolce, giocoso (finto) telegiornalista kazako confeziona per il pubblico del suo paesello natale (allegro teatro di incesti, folkloristiche cacce all’ebreo e abusi vari) una serie di cartoline al vetriolo dagli States. Che si tratti dei suoi exploit masturbatori sulla newyorkese Fifth Avenue, di una lezione di buone maniere durante una cena alla tavola del ricco vecchio sud (dove invita una prostituta nera), di aizzare al linciaggio il pubblico di un rodeo della Virginia, di spiegare il suo amore per Pamela Anderson a un gruppo di veterofemministe, o di attraversare nudo e di corsa la hall di un albergo del Midwest inseguito da un produttore altrettanto nudo, peloso e grassissimo, la ricetta del corrispondente Borat Sadjev (Baron Cohen) è perfetta, in quanto non manca di tirare fuori il meglio (che è poi il peggio) del suo interlocutore.
Larry King dovebbe farsi insegnare… Come il Daily Show di Jon Stewart e il Colbert Report, fanno ogni sera sulla rete via cavo su Comedy Channel, Borat produce una parodia del giornalismo che ha in sé più verità del telegiornale. Non a caso, anche gli altri due personaggi inventati da Baron Cohen per i suoi sketch televisivi (il rapper demente Ali G e il fascista austriaco Bruno – su cui si sta già girando un film) sono reporter.
L’autunno scorso, prima dell’uscita americana di Borat, il presidente del Kazakhstan si era lamentato del film personalmente con George W. Bush. A mo’ di controinformazione, il suo governo ha persino acquistato una costosissima pagina pubblicitaria sul New York Times. Senza accorgersi che, in realtà, il Kazakhstan di Sadjev è un luogo meno arcaico e retrograde dell’America di oggi. Garantito.
Presentato in prima mondiale al festival di Toronto, oltre che da Cohen e dal regista Larry Charles, anche da Michael Moore, Borat ha meno a che vedere con i lungometraggi del regista di Flint (di cui non condivide il taglio molto costruito) che con la sua defunta serie televisiva, Tv Nation. La parola d’ordine di questo selvaggio reportage in candid camera (più o meno quella di Nanni Loy!) è infatti caos. E, naturalmente, offendere più che si può. Non sorprende che, dopo una falsa partenza con un altro regista, Sasha Baron Cohen (anche produttore) dietro alla macchina da presa abbia voluto Larry Charles, che non solo è tra gli ideatori di Seinfield ma anche di una delle più belle e strane serie tv in produzione nei palinsesti di Hbo, Curb Your Enthusiasm, una sitcom sulla vita del misantropo sceneggiatore Larry David. Sempre nella filmografia di Charles, è da segnalare lo sballatissimo Masked and Anonymous, interpretato e voluto da Bob Dylan.

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