Dalla rassegna stampa Cinema

Oscure trame attorno al Congresso Usa

Battute al vetriolo in «The Walker» di Paul Schrader, Marianne Faithfull divina beat in «Irina Palm» di Sam Garbarski e «El otro», il realismo «astigmatico e asmatico» del film argentino di Ariel Rotter

Berlino Un monumento della new Hollywood, il regista, sceneggiatore e teorico del cinema Paul Schrader, presidente della giuria alla Berlinale, presenta, ovviamente fuori gara, il thriller sofisticato The Walker (Accompagnatore di classe). Scritto iniettando vetriolo nelle battute, come ai tempi di Lubitsch, e girato mettendo dietro la cinepresa non soldi ma occhi di talento, un cuore penetrante e una cura coreografica dimenticata per le immagini (per far danzare le emozioni bisogna saper guidare carrellate circolari e dolly pensanti, come De Palma), il film contiene anche una frecciatina satirica dedicata a Scorsese e alla sua brama di Oscar: una garbata presa in giro della recente fascinazione gesuitica per le scienze occulte della Cia (Departed), dopo tanti copioni scritti insieme e antagonisti come Taxi driver (’76), Toro scatenato (’80), L’ultima tentazione di Cristo (’88) o Bringing Out the dead (’98)…
La storia si svolge oggi, dalle parti del Campidoglio. Attorno all’accoltellamento mortale di un lobbysta, il bruno e tenebroso Robbie Konosberg, amante segreto della potente Lynn Lockner, il cui cadavere dovrebbe mettere nei guai suo marito, un congressista troppo liberal (è Willem Dafoe, altro giurato berlinese) per i gusti teo-con, avvengono manovre indecifrabili dagli umani. E coinvolgono via via poliziotti irreprensibili come Calabresi, omertà di Palazzo, depistaggi media, arresti pilotati, inseguimenti tragici che schiacciano alla fine la più debole pedina del gioco, l’unica innocente, il «walker» in questione. Che è il cinquantenne omosessuale Carter Page III, gran giocatore di canasta e uomo di fiducia delle signore annoiate dell’high society. Finché proprio loro non decideranno di ignorarlo, scaricarlo, distruggerlo. Perché il Congresso appartiene alle Grandi Famiglie Ricche Associate e Omertose, repubbliane o liberal è secondario.
Già, si chiederebbe Walt Disney: ma allora «Chi ha ucciso cock Robbie?», parafrasando la celebre Silly simphony ispirata proprio a un complotto d’amore e sangue che, nel 600 londinese, fece fuori dalla politica uno scomodo e onesto parlamentare «infiltrato» (parte del set è proprio londinese). In questo caso si allude al «declino» e all’emarginazione di Carter Page III, che è la «pecora nera», l’ultimo rampollo di una ricca dinastia di magnati del tabacco, virginiani razzisti poi politici nixoniani coinvolti nel Watergate o procuratori immacolati come Rudolph Giuliani. È bello, ci dice il film, fare il traditore, trasformarsi in perdenti, preferire al sangue la deriva. Imitiamo tutti Carter Page III… Anche perché lui e il suo amante, fotografo e artista ossessionato dalla camera delle torture di Abu Ghraib (è Moritz Bleibtreu) scopriranno insieme la verità, contro tutti, riesumando la controinformazione, consigliabile anche per migliorare la tenerezza erotica di coppia. Insomma un film che invece di sparare alto in cielo, cerca di colpire ancora dritto nel cuore dello stato. Pratica che pochi ex sessantottini ancora hanno voglia di fare.
The Walker è una produzione indipendente di Deepar Nayar (Lynch e Wenders gli devono molto) euforizzante, anche se ci dà per inestirpabile la corruzione nel Palazzo. Produrre sensibilità satirica e un po’ di critica «radical» ci fa sentire più democratici che in Guinea Conakry? No, pensando da dove viene Obama, ma le grandi dame di Hollywood (Lauren Bacall, Lily Tomlin, Kristin Scott Thomas e Mary Beth Hurt) sono irresistibili caricature viventi da New Yorker. E il «walker», l’accompagnatore gay, colto e sensibile è un Woody Harrelson, con l’inseparabile, perfino in cella, parrucchino, degno di George Sanders, al tavolo da gioco, all’Opera o dall’arredatore. Schrader, cineasta che ha scolpito i decenni con film folgoranti ci racconta lo stesso uomo nei decenni che cambiano: «il solitario, l’outsider, il guardone alienato che non riesce a vivere la propria vita perché è affascinato da quelle degli altri: a 20 anni era un taxista rabbioso, a 30 un narcisista gigolò, a 40 un ansioso spacciatore di droga, ora, a 50, è un superficiale e generoso «cicisbeo da salotto».
A proposito di ’68. Marianne Faithfull, che a 17 anni cantava As tears go by, era il simbolo della rivoluzione sicura, l’amica di Ginsberg e Jagger, la «naked under leather» di Jeff Cardiff, interpreta a 60 anni, sempre da divina beat, un altro tipo di bomba sexy. È nella tragedia, in forma di farsa, in gara, Irina Palm, di Sam Garbarski (belga, in trasferta inglese e alle prese con una complicata co-produzione a 7). Interpreta, né troppo caricando né troppo sfumando, la protagonista Maggie, una signora pudibonda, gran fumatrice, della periferia operaia di Londra, che incrocerà nella sua vita orrende comari pettegole ma, per sua fortuna, anche un sordido sexy club di Soho. Ha disperatamente bisogno di milioni per salvare la vita del nipotino Oli, da operare in Australia (?) e suo figlio Tom è tremendo e inetto almeno quanto banche e usurai della zona. Così, improvvisatasi diva della prestidigitazione erotica, al di là del suo poco igienico maneggiar genitali, scoprirà anche sentimenti più profondi, e si innamorerà del rude proprietario di quelle ragazze «Lap dance», mister Mikos (il divo serbo Miki Manojlovic, ormai sembra Matthau). Pur dando una pessima prova di sensibilità sindacale, quando sarà la volta di salvare il lavoro della collega e «istruttrice», o quando non sciopererà per aumenti della produttività che causano infortuni sul lavoro (masturbare a ritmo techno-dance infiamma inevitabilmente certi nervi del braccio), Maggie dà al suo personaggio di precaria rabbiosa dentro, e antagonista, la furia egemonica tipica dell’operaia delle bio-manifatture insorta, tanto da spaccare l’irritante clima che si compiace della degradazione umana, e gode nel produrre sadismo «politicamente scorretto» contro le donne.
Di «scuola argentina» infine El otro (L’altro) di Ariel Rotter, sempre in gara, dove un avvocato di Baires in viaggio d’affari, Juan, compie un «detour esistenziale», quasi come Maggie. Cambia identità e programma, affitta una stanza d’albergo, gira sotto le mentite spoglie del coetaneo dottore in medicina che, durante la sua corsa in autobus, gli era improvvisamene morto al fianco. La breve deviazione nella vita di provincia, nonostante un inconveniente professionale imbarazzante, descritta con lo stile minimalista e inquieto tipico del realismo «astigmatico e asmatico» argentino, gli sarà salutare. Se le sue diottrie sono aumentate, tornerà ossigenato nei sensi e nell’istinto. Meno miope «dentro». Pronto alla paternità del quarantaseienne.

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