Dalla rassegna stampa Cinema

«Tuli», quando il gender è fuori controllo

Al Forum, il film del regista filippino Auraeus Solito che racconta la ribellione di Daisy alle regole di religione e famiglia

Berlino Ecco che, quasi a metà festival, è arrivato il film sorpresa, di genio, l’it film come si direbbe in una storia della It girl Clara Bow – a proposito, la retrospettiva sulle figure indocili del cinema muto è imperdibile. Perché le cineteche italiane non si buttano subito a «importarla»? Si chiama Tuli, le protagoniste sono due ragazze nipotine o pronipoti delle «fanciulle metropolitane» di un tempo, con loro condividono bellezza, potenza, intuito, dolcezza e il desiderio radicale e spiazzante di inventare la propria vita e il mondo. Tuli, lo presenta il Forum, lo dirige un giovane delle nuove onde filippine, Auraeus Solito nato a Manila; trentenne circa, che alla Berlinale aveva già presentato il molto premiato The Blossoming of Maximo Oliveros, un film gay come in qualche modo Tuli è un film «lesbico», la definizione di «genere» è però riduttiva, Tuli è transgender , multigender, oltre il gender, maschile e femminile si fondono uno con l’altro come rifiuto dei modelli imposti dalla cultura machista e cattolica innestata alle tradizioni: padri che picchiano le mogli e considerano le figlie oggetti di scambio economico; caccia alle streghe, appena una donna dichiara indipendenza e la complicità con altre, diventa la prima colpevole (ma lo stregone è sempre uomo) di tutte le malattie e le disgrazie che colpiscono il villaggio; maschi violenti, che utilizzano le «comodità» offerte da questa miscela temibile di religione e tradizione per stuprare fisicamente o nelle emozioni le ragazze, metterle incinte, sposarle per obbligo e fargliela pagare tutta la vita. Ma famiglia e religione sono anche i temi ricorrenti nel festival, nei molti film sparsi tra le sezioni «parallele», Forum e Panorama, laddove per consuetudine dovrebbe esserci più tensione alla ricerca e alle inquietudini degli immaginari a venire. Il sintomo di un malessere radicato in quanto grazie ai Ratzinger e alla politica che ne sposa le crociate si vuole continuare a imporre come fondamento sociale primario: matrimonio, figli, religione, la «civiltà cristiana» o gli «integralismi» con cui giustificare guerre e campagne di oscurantismo, negazione del contemporaneo.
Anche Tuli è impregnato di religione, una sequenza di immagini inanellate fino all’eccesso che rimandano alla storia del paese, sono memoria di colonialismo e repressione, di quel convertire a forza dei preti, per il bene collettivo che ha rafforzato le pratiche feroci della tradizione negando l’individuo. È contro questo che lotta Daisy, ragazza di bellezza straordinaria (è Desiree del Valle, talento emergente nelle Filippine come tutto il cast del film), che il padre picchia, tortura, vuole sposare per forza. Ma Daisy odia i ragazzi del villaggio, li ha visti sin da piccoli, quando il padre li circoncideva, poi crescere riproducendo i comportamenti dei genitori di sopraffazione e mancanza di rispetto. La persone che Daisy ama sono la madre, che il padre chiama puttana, l’amica del cuore (Vanna Garcia), anche lei bellissima con cui decide di stare insieme sfidando gli uomini del villaggio. Poi c’è Nanding (Carlo Aquino), il padre lo hanno ammazzato davanti ai suoi occhi quando era bimbo, la nonna è una «strega» potente, possiede conoscenza di saperi antichi e di una storia mai narrata… Saranno loro tre a inventare un altro mondo, una dimensione che è amore, desiderio, piacere. Una famiglia dove non esiste padre/madre, il bimbetto è figlio di un rapporto esteso nella complicità. Daisy fa l’amore prima con l’amica, poi con Nanding per diventare madre senza alcun progetto di matrimonio. I tre sono la risposta al villaggio, e a quella fotografia di famiglia a senso unico, che dovrebbe essere la sola tollerabile. Non è un film lesbico, anche se forse per l’amore tra donne nelle Filippine lo hanno censurato. Più probabilmente però spaventava questa irruenza di un immaginario che produce, usando al massimo la sua potenza, scommesse di vita visionarie e soggettività desideranti. Il regista, e lo sceneggiatore, Jimmy Flores, sono compagni di classe, un’altro punto di forza del cinema filippino di queste generazioni che spesso lavorano in gruppi a volte scambiabili rispondendo anche così ai pochi mezzi e a un blocco del mercato. Però Solito ha lottato e alla fine Tuli è stato dichiarato miglior film (e lui miglior regista dell’anno), titolo meritatissimo per un film che mostra sostanza narrativa e visuale stratificata, un uso a tutto campo del digitale soffermandosi con particolare amore e gioia, sulla fisicità sontuosa, quasi mitica, dei suoi attori immersi in una natura che è anch’essa conflitto, splendida e agghiacciante, popolata di apparizioni misteriose, segni di una memoria cancellata troppo in fretta.
Una giornata di personaggi femminili quella di ieri, da Lady Chatterley di Pascal Ferran al duetto da Oscar tra Judi Dench e Cate Blanchett in Notes about a scandal – uscirà il 23 col titolo Diario di uno scandalo. Lo dirige Richard Eyre, all’origine c’è il romanzo di Zoe Heller, La donna dello scandalo, e se possibile nella scrittura il film (ne è sceneggiatore Patrick Marber) accelera questa sua derivazione «romanzesca», costruita sullo schermo a misura delle attrici. Barbara (Dench) è un’insegnante solitaria, in stand by emotivo da tempo, si risveglia con l’arrivo di una giovane e briosa collega Sheba (Blanchett) in cui pensa di trovare l’amica e l’amante desiderata. L’incontro è complesso, il resto prevedibile, la ragazza seduce un giovane studente e l’altra medita vendetta… Il fatto è che né l’una nell’altra proiettano fantasie erotiche e di gioia in una dimensione che non sia molto aderente alla loro «realtà». Non è questione di rivolta, al contrario, si tratta di nascondere il più possibile, di conformarsi al mondo usando come strategia le sue regole per massacrarsi (minacce di dire tutto al marito della più giovane e di fare uno scandalo, appunto). Tutto, anche qui come regola vuole, sta nel gioco delle due attrici: qualcuno già dice che la giuria della Berlinale non resterà indifferente.

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