Dalla rassegna stampa Cinema

David Lynch "Prego, entrate nel mistero"

… Tutti dovremmo avvicinarci agli altri e apprezzare la diversità, solo così ci si arricchisce di energia positiva. La vita diventerebbe un gioco felice….

Il regista americano racconta il suo nuovo film, “Inland Empire”, che esce venerdì 9 in Italia
Gli americani amano storie chiare, spiegate nei minimi dettagli Ma cresce un pubblico più curioso che cerca stimoli al pensiero e alla riflessione
Twin Peaks? Non ho mai capito perché quella serie ha avuto tanto successo Non ricordo più neanche perché la feci

ROMA – «L´essere umano ha un dono speciale, l´intuito. Viene dall´insieme della ragione e dell´emotività, quando pensiero e cuore si incontrano. Ciascuno ha il suo intuito, basta sentirlo. Si usa nella vita di ogni giorno, perché non usarlo davanti a un film?». È così che David Lynch invita ad entrare nell´affascinante mistero di Inland Empire, «il mistero di un mondo all´interno di altri mondi, che si svela intorno a una donna innamorata e in pericolo», com´è scritto nella succinta sinossi del film.
La donna è la “sua” Laura Dern che interpreta un´attrice e intorno a lei c´è Los Angeles, quella del cinema con i suoi abitanti colorati e stravaganti, con Jeremy Irons (un regista), Harry Dean Stenton (bizzarro assistente), Justin Theroux (il partner del film nel film), e quella dei quartieri del degrado, violenti e minacciosi, dove la Dern e una multitudine di donne sembrano rappresentare tutte le possibili varietà di sentimenti e stati d´animo femminili. Inland Empire «è un omaggio a Los Angeles, con le sue notti profumate di gelsomino, con la sua luce speciale. Quando l´ho scoperta arrivando da Filadelfia così fredda e buia, mi sembrava il paradiso. Ma è anche un film su una disperata ricerca di identità, un´esplorazione dell´animo femminile, una metafora di Hollywood con i suoi sogni virtuali, un intreccio di tempi sovrapporti, di realtà e immaginazione, di passato e presente. Ciascuno vede il suo film. La magia del cinema è proprio quella di aprire porte sconosciute, di porre domande a cui ciascuno darà risposta con il suo intuito personale. Basta uscire dai confini della logica e abbandonarsi».
David Lynch è a Parigi, dove continua il giro promozionale del film che sta uscendo in Europa (in Italia dal 9, distribuito da Bim), dopo l´anteprima a Venezia. «Dopo Venezia non mi sono mai fermato, ho seguito il film in quaranta città americane. Un tour, come una rock star. È faticoso, ma mi piace molto. È bello incontrare i distributori e il pubblico e ritrovare il contatto con la gente, mi ha arricchito di sentimenti positivi. Si dice che le Art Houses, le sale che ospitano cinema indipendente, muoiono. Non è affatto vero, sono sempre più mumerose, vitali e affollate».
Forse il pubblico è stanco del cinema degli Studios?
«Ci sono buoni film degli Studios e quelli resistono, gli americani amano le storie chiare, spiegate nei minimi dettagli. Ma è in crescita un pubblico più curioso, e non solo giovani, che cercano storie diverse, stimoli al pensiero e alla riflessione. E questo è incoraggiante».
Le reazioni della critica?
«Come al solito è molto divisa. I media vicini all´industria, come “Hollywood reporter” o “Variety”, giudicano i film dal business, non amano i miei film, dicono che non hanno successo finanziario, seguono il gusto delle masse, non amano le astrazioni. Gli altri giornali, quelli più indipendenti, sono quasi sempre entusiasti del mio cinema».
Il mistero di Inland empire come i misteri di Twin Peaks?
«È un accostamento che ho sentito spesso, anche a Venezia, e non mi dispiace. Il fatto è che non ho mai capito perché quella serie ha avuto successo in tanta parte del mondo. Non ricordo più neanche perché la feci».
Con Inland empire ha scoperto il digitale e ha detto che non lo lascerà più. Nessuna nostalgia per la pellicola?
«Nostalgia sì, come per un grande amore finito. La pellicola è pesante, ingombrante, richiede troppa gente sul set. A prescindere dalla qualità, il digitale è libertà, mobilità, non si interrompe mai il flusso della creatività. La qualità del suono è già perfetta, lo sarà anche delle immagini quando farò il prossimo film».
Ha già un´idea?
«No, sono solo sollecitazioni, volti, suoni, parole, immagini confuse, ma ancora non si è formata un´idea».
Non ha voglia di una vacanza?
«Mai! Le vacanze sono terribili, le ho sempre detestate. Magari avrei voglia di andare a casa mia, riprendere a disegnare e a dipingere, ma non serve fermarsi per la creatività, le idee vengono in qualunque situazione, mentre si aspetta a un semaforo o si compra un giornale. Io so che, come per Inland empire, le storie sono lì, basta “vederle” e cominciare, poi sono loro che ti guidano, sequenza dopo sequenza».
Viaggiando trova comunque il tempo per la meditazione?
«Da 33 anni, non ho mai smesso un giorno di meditare. È essenziale per la mia vita e per il mio lavoro. Stiamo portando avanti con successo la diffusione nel mondo dei nostri gruppi “creating peace”, spazi dove persone diverse possano trovare armonia con se stessi e quindi con gli altri. Tutti dovremmo avvicinarci agli altri e apprezzare la diversità, solo così ci si arricchisce di energia positiva. La vita diventerebbe un gioco felice. Sta accadendo sempre di più, il mondo sta diventando migliore».
Ma lei segue la realtà, vede le guerre, l´intolleranza, la violenza, la paura: le sembra davvero un mondo migliore?
«Io seguo quello che accade nel mondo e sono ottimista, i segni della speranza ci sono».
Può dirne almeno qualcuno?
«Negli Stati Uniti ce ne sono molti. Economicamente l´America sta andando bene, da luglio è calata la disoccupazione, i democratici hanno prevalso nella casa dei rappresentanti, e soprattutto la gente comincia a dire basta con l´Iraq, basta con la guerra, cominciamo a cercare il dialogo. Rumsfeld se n´è andato, quanto a Cheney stanno venendo fuori cose che lo costringeranno ad andarsene e la popolarità di Bush è scesa vertiginosamente. Non sono queste ottime ragioni per sperare?».

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