Dalla rassegna stampa Cinema

Dreamgirls - Imitazioni «Supremes», nell'anno di Mirren

John Waters diceva che gli anni ottanta sono stati un decennio formidabile, non come si crede, perché qualunque brufoloso ragazzino bianco delle periferie ha desiderato di essere nero come Michael Jackson e gay come Boy George. Giusto. E questa è un po’ la versione blockbuster del celebre detto…

John Waters diceva che gli anni ottanta sono stati un decennio formidabile, non come si crede, perché qualunque brufoloso ragazzino bianco delle periferie ha desiderato di essere nero come Michael Jackson e gay come Boy George. Giusto. E questa è un po’ la versione blockbuster del celebre detto.
Sulla storia, molto romanzata, di Diane Ross e delle irresistibili Supremes, il trio che sconvolse il mondo del disco, oltre che la psiche e il disegno oculare di Michael Jackson, è Dreamgirls, un successo in Usa, perfino ben piazzato la notte degli Oscar, tra Babel, Departed e Letters from Iwo Jima. Anche se il bio-musical fotocopia solamente, ma certo in maniera tecnologicamente impeccabile, e non utilizza nessun hit technoriproducibile del celeberrimo trio vocale femminile della fine degli anni sessanta che solo Patti Labelle poteva eguagliare in glam and sound.
Film che sembra facile facile, melenso melenso (c’è naturalmente un subplot con tanto di brava grassoccia di talento, fatta fuori dallo spietato manager che divora l’anima dei tempi, perché lui sa cos’è «telegenicamente scorretto»), ma non è privo di spinta, grinta e incisive spaccature di ritmo melò, forse odioso solo per chi non sopporta il tipico passaggio obbligato del musical, genere angloamericano, tra scena recitata e improvvisa sequenza che si scioglie in canto e danza. Per i neorealisti è dura.
Ma si piange almeno tre volte. Come a rievocare gli assassinii di Luther King, Malcolm X e Fred Hampton. E si ride molto di più, anche grazie a un Eddie Murphy che è come al solito dinamite più sezione fiati (e ha in corpo almeno un briciolo di follia di Little Richard), perché il film anche se diretto da un bianco (come Landis in Blue Brothers) è dedicato alla blaxploitation musicale proletaria e all’insorgenza nera del «black is beautful, e molto contagioso».
Si impara perfino qualcosa su Detroit, la città più brutta del mondo, «nessun Inferno ha ancora superato i suoi burbs neri» (John Landis), ma con il sound più elettrizzante, duro e metallico del mondo, che brucia dentro e ti fa esplodere, come un «riot» estasiante, che non si può contenere.
E si smaschera un po’ l’industria discografica degli anni sessanta, infarcita di mafia italiana quasi quanto le contromesse padronali contro la mitica e temibilissima «lega degli operai neri» del settore automobili guidati da Martin Glaberman (un altro maledetto bianco traditore).
E si comprende quello che tanti documentari musicali negli ultimi anni ci avevano già raccontato (ma chi li vede sulla Rai in prima serata ?) ovvero della biforcazione tra «linea rossa» del rhythm’n’blues urbano estremo (Sam&Dave…) e «linea nera», quella commerciale, moderata, socialdemocratica, che dalla nascita della Motawn porterà direttamente alla Disco Music.
Viene dal reparto pubblicità della Avco Embassy e, prima, dalla filosofia, studiata alla Columbia University, William (Bill) Condon, questo piccolo nuovo strano genio newyorker della scrittura e della regia cinematografica. Ha fatto thriller e horror in tv, adora Clive Barker e il Frankenstein più classico, ma negli ultimi dieci anni ha ampliato la gittata delle sue visive mescolando scienza del brivido e conoscenza del musical: Gods and Monsters, Chicago Kinsey e questo Dreamgirls.

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