Dalla rassegna stampa Cinema

Dreamgirls - Così la leggenda delle Supremes è diventata un musical da Oscar

…Dreamgirls, arrivato a Broadway il 20 dicembre 1981, all’Imperial Theatre, e da allora replicato con successo per venticinque anni…

Il sound di Detroit identifica tradizionalmente la produzione musicale che negli anni Sessanta. Berry Gordy mise a punto per la sua etichetta Motown: «elaborazioni» dello spirito soul rielaborate con sonorità molto ritmate e vigorose, dove temi e testi (spesso di ispirazione religiosa quando non vagamente tristi) venivano stravolti da una cura dell’immagine scintillante e decisamente pop. In questo modo la Motown riuscì a piazzare negli anni Sessanta ben 79 dischi all’interno della Top 10 di Billboard e a imporre una scuderia di nomi tutti rigorosamente di colore (i Temptations, i Miracles, i Four Tops, le Supremes, l’allora giovanissimo Stevie Wonder, Marvin Gaye) senza che le loro canzoni venissero sostanzialmente scippate da artisti bianchi che le rielaboravano a loro uso e consumo e le imponevano in questo modo al mercato.
Questo mondo è quello che fa da sfondo al musical
Dreamgirls, arrivato a Broadway il 20 dicembre 1981, all’Imperial Theatre, e da allora replicato con successo per venticinque anni. Al centro, la storia del gruppo femminile The Dreamettes, la loro ascesa verso il successo grazie all’intuito e al pugno di ferro del produttore Curtis Taylor jr., ma anche le crisi e le gelosie che si scatenarono al loro interno e che portarono alla sostituzione di Effie White, la componente dotata di maggiori qualità vocali ma anche di minor appeal.
Facile leggere nello spirito imprenditoriale e nel fiuto musical di Curtis Taylor jr. (interpretato da un Jamie Foxx in stato di grazia) un trasparente ritratto di Barry Gordy. Così come le Dreamettes ricordano molto da vicino la storia delle Supremes e della sua leader, Diana Ross, a cui lo storico del rock Charlie Gillet attribuisce «un’estensione vocale e emotiva molto ristretta», tanto da fargli aggiungere che «spesso i suoi singhiozzi o le sue pause erano più espressive delle sue parole», ma a cui riconosce un fascino e una presenza scenica capaci di far dimenticare ogni limite musicale. Perché l’immagine, allora come oggi, vuole sempre la sua parte.
Proprio come succede nel film dove il terzetto originale delle Dreamettes, poi ribattezzate più concretamente Dreams, rimette in discussione le proprie gerarchie quando Taylor capisce che il talento della voce solista Effie White (l’esordiente Jennifer Huston, meritatamente candidata all’Oscar come attrice non protagonista) deve fare un passo indietro per lasciare la scena alla meno dotata ma più attraente Deena Jones (Beyoncé Knowles), affiancata da Lorell Robinson (Anika Noni Rose). E quando questa sostituzione avverrà anche nel cuore di Taylor, prima amante della White poi della Jones, il terzetto andrà in crisi, con l’uscita dell’ex leader e l’ingresso di Michelle Morris (Sharon Leal).
Il film, però, non racconta solo lo scontro musicale e sentimentale che divide il gruppo, con tanto di maternità tenuta segreta, scivolone nell’alcol e nella depressione con successivo riscatto grazie alla musica. Il lato più melodrammatico (e accattivante) della storia lascia molto spazio alla descrizione di una classe nera che cerca l’affermazione negli affari come possibile strada verso il riscatto sociale. Con conseguente perdita di identità e forse anche di anima, ma finendo per sorvolare su una delle componenti su cui quel riscatto faceva leva: l’evidente carica sensuale con cui le Dreams si presentavano in scena, aggressive e provocanti più per le movenze che per i contenuti della loro musica.
Da questo punto di vista diventa fondamentale la storia parallela di un altro cantante della scuderia di Taylor, James «Thunder» Early (Eddie Murphy, anche lui giustamente candidato all’Oscar come attore non professionista), la cui primitiva carica ribellistica e proletaria viene «cancellata» dal suo produttore per farlo accettare nel circuito dei grandi, e redditizi, spettacoli nazionali ma che finirà in questo modo per perdere identità e autostima.
Così sparisce dal film, sceneggiato dal regista Bill Condon (che aveva già lavorato all’adattamento di Chicago), l’energia tutta americana della scalata verso il successo per offrirci un quadro molto più complesso e variegato dove i sogni di gloria si mescolano ai compromessi e ai tradimenti e l’ambizione non è solo una molla positiva. Ma dove la musica perde in parte la sua carica propulsiva proprio perché la parte canora alla fine rischia di non avere quell’importanza e quella centralità che ti aspetteresti da un musical.
Potrebbe quasi sembrare un controsenso, visti i premi in patria e le nomination (per l’Oscar come miglior canzone originale, tre titoli su cinque vengono da questo film). La popolarità di Beyoncé (che si esibisce da sola nell’hit Listen),
la grinta e l’emotività di Jennifer Huston (indimenticabile in Love You I Do, One Night Only
ma soprattutto nel drammatico And I Am Telling You I’m not Going), l’energia di Eddie Murphy (in Patience), oltre a un’altra quindicina di canzoni cantate dalle Dreams, dovrebbero offrire al film una corazza a prova di bomba. E invece alla fine lo spaccato di quegli anni e di quel mondo finisce per restare un po’ troppo distante. Brillante, multicolore e accattivante ma mai davvero coinvolgente, almeno per un pubblico non americano.

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