Dalla rassegna stampa Cinema

LE PERLE ORIENTALI DELLA POLIGAMIA

Incontro con la regista indonesiana Nia Dinata

“In Indonesia viviamo la nostra sessualità con una certa libertà, ma in apparenza cerchiamo di restare tradizionalisti. In superficie si rispettano le regole. In realtà si fa tutt’altro”. Nia Dinata, al secolo Nurkurniati Aisyah Dewi, classe 1970, è la giovane regista indonesiana che con “Amore da condividere” (Berbagi Suami), prodotto dalla sua Kalyana Shira Film, ha scatenato in Indonesia, il paese musulmano più popoloso del pianeta, un mare di polemiche. Ma il film è anche piaciuto e ha fatto discutere, restando in cartellone a Giacarta per otto settimane; un record per una pellicola abbastanza di nicchia e con un tema scabroso, che di recente va per la maggiore anche in Europa: la poligamia. “Stiamo trattando anche con un distributore americano”, dice questa promessa del cinema dell’arcipelago delle 13mila isole “e a gennaio saremo nelle sale di Malaysia e Singapore. Chissà forse anche in Europa”. Per ora l’amore condiviso di Nia, poligamia e amore lesbico tropicali, tradimenti e sofferenze di giovani ragazze orientali, non è riuscito ad andar oltre la prima nomination agli Oscar. Già una bella vittoria per la regista di un paese dove, fino al 1998, la ferrea dittatura di Suharto aveva annichilito un’industria che, negli anni ’50 e ’60 aveva conosciuto un’età d’oro, che qualcuno chiama il “neorealismo indonesiano”, fortemente influenzata dal nostro cinema dell’epoca.
Il suo ultimo film, proiettato in Italia alla settima edizione dell’AsiaticaFilmMediale di Roma, è la storia di tre situazioni in cui la poligamia è il tema dominante. “In Indonesia sarebbe vietata, ma ci sono mille scappatoie perché l’islam lo consente e molti la praticano”. Nei diversi strati sociali, racconta il film. La prima storia è quella di una signora dell’élite di Giacarta. Scopre che il marito, star della tv, ha una seconda moglie e poi una terza, con tanto di figli a carico. Lei sopporta, benché il figlio di primo letto detesti il padre e l’appoggi in una ribellione che lei, da “brava musulmana”, non farà mai. La seconda è una storia di periferia urbana dove tre donne convivono nello stretto letto di un autista. Due scopriranno che toccarsi tra loro è meglio che subire l’esuberanza sessuale del padrone di casa. L’ultima è la vicenda di un’attraente cameriera con sogni da starlet, che fa volentieri la seconda consorte di un ricco ristoratore che la sposa di nascosto dalla prima moglie. Sorpresa, è cattolico.
A dire il vero, la pellicola di Nia Dinata sembra più un film sulla sessualità, i suoi segreti, i suoi peccati, che soltanto sulla poligamia. E Nia non è nuova alle provocazioni: aveva già diretto il film satirico sull’omosessualità gay Arisan!- L’incontro. “Il film è sulla poligamia ma in effetti ci sono molti sotto temi: la relazione tra moglie e marito, il rapporto tra amanti, tra una madre e il proprio figlio”. Film che rompe molti schemi e che non ha mancato di suscitare polemiche. “Pensavamo peggio. Mi immaginavo che gli islamisti avrebbero fatto chiudere le sale. Ma questi radicali non sempre amano venire allo scoperto e così è andata bene. Perlomeno a Giacarta, città cosmopolita, aperta, melting pot in un paese che ha tanti dialetti quanto le sue tredicimila isole. E’ nelle zone rurali che è stata dura. Dopo due settimane – dice – le sale hanno chiuso. Protestavano soprattutto le donne per quel che rivelavo nel film. Certo, a Giacarta molti mi hanno appoggiato e c’è persino chi ha detto che il mio lavoro era troppo poco militante…ma altrove lo scontro con la tradizione è stato duro”.
Nia Dinata, espressione della nuova generazione di indonesiani diventati adulti con la fine della dittatura, dice che il suo è un film generazionale: “La prima è una storia di gente come mia madre la cui consegna è sempre stata sopportare in silenzio. La seconda è la mia generazione: la scoperta della sessualità e la ribellione. La terza è una vicenda contemporanea, che rivela una predisposizione ad accettare una condizione instabile purché porti vantaggi materiali”. Cinque anni in America dove ha studiato giornalismo, Nia si innamora del cinema guardando con un’amica italiana i film di casa nostra. E a ben vedere, c’è qualcosa nel suo racconto cinematografico che fa venire in mente la miglior commedia all’italiana. “Adoro il vostro cinema, da Fellini a Moretti. E le pellicole italiane, ma anche registi come Almodovar, mi hanno fatto cambiare vocazione, spingendomi alla macchina da presa. Anche perché in Indonesia, come da voi, c’è questo profondo rispetto per la famiglia”. Un marchio che segna tutto il film. E l’America? E’ lontana per Nia Dinata, considerata oggi l’unica regista indonesiana che può fare un film senza badare al budget. “Noi indonesiani siamo, tra la gente dell’Asia, quelli che meno emigrano all’estero. Vai volentieri fuori ma poi…torna voglia di casa”. Come darle torto. Nelle sue immagini scorrono anche i cieli, gli odori e i rumori delle 13mila perle dell’arcipelago. Un fascino che si rispecchia nel suo giovane e ironico sorriso.

http://www.lettera22.it/

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.