Dalla rassegna stampa Cinema

ANGELINA MACCARONE

Fresca di un “Pardo d’oro Cineasti del presente” all’ultimo festival del cinema di Locarno per il suo “Verfolgt” (2005), Angelina Maccarone, regista tedesca di padre italiano, traspira sin dai primi minuti di conversazione quella “sensibilità ed intelligenza” che, come si legge nel responso …

Fresca di un “Pardo d’oro Cineasti del presente” all’ultimo festival del cinema di Locarno per il suo “Verfolgt” (2005), Angelina Maccarone, regista tedesca di padre italiano, traspira sin dai primi minuti di conversazione quella “sensibilità ed intelligenza” che, come si legge nel responso della giuria, le è valsa l’assegnazione dell’importante riconoscimento. Storia di un rapporto sadomaso tra una cinquantenne assistente sociale e un delinquentello adolescente, anche questo film, in linea con i suoi precedenti, ci conduce in punta di piedi, senza traccia di morbosità o voyeurismo, nei meandri di una sessualità complessa e non “convenzionale”. Amore contrastato e difficile anche quello raccontato nel suo primo film per il cinema “Fremde Haut” (2004), tra l’iraniana fuggita dal suo paese perché perseguitata per la sua omosessualità e la giovane mamma operaia che incontra in un paese tedesco di periferia. E’ proprio con film su amori saffici che Angelina Maccarone si è fatta conoscere al pubblico tedesco ed internazionale. Senza scadere in luoghi comuni o eccedere nella vena drammatica o di pathos, e dosando una buona dose di ironia e di “naturalismo” è riuscita a conquistare il pubblico con film godibili, ma mai leggeri o volgari. Come nel suo primo film “Kommt Mausi raus?!” (1995), storia paradigmatica di una giovane di provincia che spostandosi nella grande città può finalmente vivere liberamente la sua omosessualità, o come il pluripremiato “Alles wird gut” (1997), storia delle peripezie sentimentali e sociali di due donne afrotedesche, mostrato nelle università americane come esempio di cinema underground tedesco. Amori etero, omo o sadomaso che siano, quelli raccontati dalla Maccarone non sono fini a sé stessi, ma le servono sempre per descrivere condizioni umane, sociali e sentimentali allo stesso tempo.
In una mattina tardoautunnale dall’aria tagliente in un caffè di Kreuzberg, il quartiere multiculturale di Berlino dove vive, la trovo già avvolta nella voluttuosa spirale di un caffelatte fumante intenta ad osservare il tran tran intorno a lei, alla ricerca, forse, di un prossimo soggetto.

Angelina hai studiato germanistica e americanistica, una formazione dunque non proprio legata al cinema .Com’è nato l’amore per quest’arte e cosa ti ha mantenuto fino ad ora viva la passione?

Il cinema in realtà mi ha affascinata sin da quando ero bambina. Mi ricordo la prima volta che sono entrata in un cinema, avevo 12 anni e c’era Grease con John Travolta. E’ stata un’ esperienza incredibile, un posto magico, il buio, quello schermo gigante. Da quel momento ho cominciato ad andare spesso al cinema e ho visto tantissime cose. Questo fatto è stato molto importante per me. La scrittura, comunque, è stato il mio principale veicolo verso il cinema, ne ho provate diverse forme. Ho scritto per molti anni canzoni, una forma molto compressa, compatta. Il cinema, invece, mi dà la possibilità di combinare insieme tante cose: la musica, il linguaggio, le scene che catturo per strada o le storie che racconta la gente.

Hai fatto per molti anni film per la televisione portando alla ribalta del piccolo schermo il tema dell’omosessualità femminile. Una delle tue caratteristiche è stato l’uso dell’ironia e dell’umore nell’affrontare questo tema. Poi nel 2004, dopo sei anni di pausa, il passaggio al cinema con una storia drammatica. Come mai questa svolta?

La pausa di cui parli non è stata volontaria o dovuta a motivi personali, ma forzata: mi sono dovuta fermare perché non ho ricevuto finanziamenti. E’ stato un periodo difficile ma il passaggio al drammatico non è legato a queste amarezze. La storia di Fremde Haut era già lì da molto tempo e l’avrei girata anche subito se avessi potuto. Ho cominciato con la commedia per rompere con l’uso di raccontare storie di coming out o di rapporti lesbici con una vena tragica e dolorosa. Con Fremde Haut volevo criticare la politica immigratoria tedesca. Uomini che scappano dal loro paese, dove vengono perseguitati o non hanno alcun futuro, e che qui vengono respinti e rispediti a casa – una materia dunque che non si presta alla commedia. Di solito questo tema viene trattato in documentari o mostrato al telegiornale. Io volevo renderlo emotivamente accessibile attraverso l’ identificazione e mi sono focalizzata da vicino su una delle tante storie possibili.

Come è stato per te il passaggio dalla televisione al cinema e cosa pensi dell’attuale stato di questi due media in Germania?

Ho sentito che i film tedeschi attirano sempre più spettatori. Mi auguro che questo fenomeno non riguardi solo le grandi produzioni ma che coinvolga anche film di media produzione che non hanno dietro di sé un marketing colossale. Solo saltuariamente si tratta di cinema autoprodotto, il più delle volte è in coproduzione con un’ emittente. La pura produzione televisiva è un’altra cosa. Da un certo punto di vista, quando un canale vuole produrre un film, il processo di reperimento dei finanziamenti è molto più veloce ed immediato. D’altra parte, però, la televisione decide spesso quasi sempre di mostrare ciò che è più in voga tra gli spettatori in quel momento. Comunque, le mie personali esperienze con la televisione sono state positive perché ho potuto girare esattamente il film che volevo e che si adattava allo spirito del tempo. Ho avuto anche la fortuna di cominciare in un periodo in cui la televisione era più coraggiosa.

Hai fatto il tuo primo film a 29 anni, relativamente giovane. Oggi non è facile trovare registi che lavorano a livelli alti all’età in cui tu hai cominciato. Cosa pensi ti abbia facilitato, la dea bendata dalla tua o condizioni migliori del mercato del lavoro, anche nel settore cinematografico?

Come ho già detto, nei primi anno ’90 c’era una certa apertura per i film che volevo fare. E allora, come tu hai fatto notare, non regnava ancora sul mercato del lavoro-anche in ambito cinematografico- una situazione tesa e precaria come quella attuale. Nonostante i miei 29 anni, non mi sentivo particolarmente giovane e fresca. Avevo già fatto la gavetta, dopo dieci anni ad Amburgo dove mi ero trasferita dal paese in cui sono cresciuta e dove avevo già provato a diventare una pop star. Avevo già realizzato che quella non era la mia strada, cominciato a scrivere testi di prosa e d’altro genere e a studiare germanistica e americanistica. Una redattrice del NDR, Doris Heinze, ha trovato interessante la mia prima sceneggiatura e ha creduto in me. Questa è stata certamente fortuna ma anche, in una certa misura, una questione di fatica e lavoro.

In “Fremde Haut” hai preso spunto da una situazione estrema, quella iraniana dove l’omosessualità viene punita con la pena di morte. Tu vivi però a Berlino, dove anche il sindaco Klaus Wowereit è dichiaratamente omosessuale e dove l’atmosfera che si percepisce è quella di estrema libertà e di lassez fair. E’ veramente come sembra?

Certamente a Berlino conduco la vita che voglio e non mi devo nascondere perché vivo con una donna. Ma credo che poter vivere in una società in cui una donna non va in galera perché dorme con una donna, dovrebbe essere la normalità e non l’eccezione. Non sento di dover essere grata a nessuno da mattina a sera per la “tolleranza” che qui mi è concessa. Il concetto di “tolleranza” in rapporto alla sessualità è, in ogni caso, assurdo, perché presuppone sempre che vi sia un gruppo che detta le norme e che ammette o meno comportamenti differenti.

“Verfolgt” è un film su un rapporto sadomaso tra una cinquantenne e un adolescente. Quali sono state le tue intenzioni nel girare questo film e perché la scelta formale del bianco e nero?

Il sadomaso è una forma di sessualità molto ritualizzata. Nel film ho provato ad entrarvi in profondità. Io nel cercare una corrispondenza cinematografica ho scelto il bianco e nero perché per me hanno un’altra sensualità. Volevo allontanarmi il più possibile da una mera “ messa in mostra di carne” naturalistica, così come dalla volgarità di certi talk show. Inoltre trovo che il bianco e nero sia anche molto adatto a rappresentare la polarizzazione che è in gioco nei rapporti sadomasochistici.

Cosa ne pensi dei festival per il cinema gay o delle sezioni gay all’interno di festival “normali”? Non trovi che possano essere una forma di autoghettizzazione?

Quello che mi auguro personalmente è che i miei film concorrano in festival in cui in viene valutata l’ arte cinematografica, indipendentemente dalla sezione gay o meno. I festival queer hanno comunque un senso e sono importanti perché per troppi anni è stato difficilissimo girare storie su rapporti non eterosessuali o in cui i personaggi non sono eterosessuali. E ancora oggi c’è bisogno di “tematizzare” l’argomento perché c’è ancora la convinzione che non sia un campo mainstream.

A proposito di Berlinale, “Vivere”, il tuo ultimo film, è stato presentato per la selezione alla prossima Berlinale. Vuoi anticiparci qualcosa in proposito?

Parla di tre donne di tre diverse generazioni i cui cammini si incrociano la notte della vigilia di Natale. Da questo istante la loro vita ha una svolta. Ho scelto la notte di Natale per l’atmosfera familiare e intima tipica di questo momento. Le tre protagoniste, però, ne sono escluse, e possono intravedere solo dall’ esterno le luci accese nelle finestre delle case. La storia viene raccontata da tre diverse prospettive, ogni volta dal punto di una delle tre donne e ogni episodio ha un proprio stile. Alla fine le tre storie si compongono in un unico elemento come fossero i pezzi di un puzzle.

Siamo arrivati all’immancabile domanda sulla tua nazionalità. Sei nata e cresciuta in Germania ma tuo padre è italiano. Qual’è il tuo rapporto con questa metà delle tue radici?

Ho un forte legame con l’Italia e non mi sono mai sentita completamente tedesca. A cominciare da quando a scuola da bambina veniva fuori il mio nome… puoi immaginare. In italiano suona buffo ma in tedesco, ti assicuro, ancora di più. Mio padre e mio zio poi hanno sempre parlato in italiano a casa tra loro, quindi sono cresciuta con questa lingua in testa, anche se il fatto che non la parli è una mancanza che vorrei, prima o poi, sopperire.

Cosa ti impegnerà nel prossimo futuro?

Mi hanno proposto di girare qualcosa per “Tatort” (ndr. una serie di polizieschi tra le più famose in Germania). Poi tornerò alla mia vecchia passione di scrivere canzoni, perché il cantautore Udo Lindenberg, che ammiravo tantissimo da giovane e con cui ho già lavorato, mi ha proposto di collaborare ad un progetto e perché il mio prossimo film per il cinema sarà un musical. La storia di una pop star girata a Berlino. A Berlino c’ è una tradizione di popstar esiliate. Già dagli anni ‘70 la scena berlinese veniva calcata da star internazionali come Iggie Pop o David Bowie.

Film dei sogni nel cassetto?

Un film con Gena Rowlands nel ruolo di protagonista, attrice bellissima e intensa.

da stylesreportberlin.com/

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