Dalla rassegna stampa Teatro

Aida - Zeffirelli, lusso immotivato (e tanti effetti senza causa) Chailly direttore efficiente

Il capolavoro di Verdi nell’allestimento sontuoso che ha inaugurato la stagione della Scala

Urmana canta con lirismo ma la sua fonazione non sempre è chiarissima
Il tenore Alagna incontra qualche difficoltà, brava la Komplosi

Ho parlato ieri di un fuoco preventivo di sbarramento, a scopo intimidatorio, intorno all’Aida che inaugura la stagione della Scala: ad alzo zero. Quest’Aida doveva essere un trionfo e così è stato, giacché la realtà effettuale non poteva che adeguarsi a quella virtuale, la sola che contasse; e se pur adeguata non si fosse, nulla sarebbe cambiato. E basterebbe ricorrere all’orrida descrizione che Virgilio fa della Fama, se il sommo dei Poeti — non secondo il firmatario, secondo T.S. Eliot — fosse un po’ più letto.
Ma di ciò basti: la Scala fa il suo mestiere sorreggendosi con tutti i mezzi; inspiegabile l’inutile connivenza della controparte. Dobbiamo esporre le motivazioni di quello che con un tanto di autodileggio consentito a un impiegatuccio della penna si potrebbe definire il dispositivo della sentenza ieri apparsa sul Corriere.
Mi sia permesso ricordare che ho pubblicato martedì una pagina (idealmente dedicata al più grande Radames degli ultimi cinquant’anni, Carlo Bergonzi) ove tento illustrare l’interna contraddizione inficiante questo capolavoro di Verdi, vale a dire l’insostenibilità della vicenda storica e della cornice archeologica egiziana la quale, paradosso sul paradosso, è peraltro presupposta. I personaggi trovano una loro immensa verità artistica a onta della cornice. Ne discende una sorta d’impossibilità di allestire l’Aida in maniera convincente e pertanto in me un sentimento di anticipata comprensione verso i registi e gli scenografi.
L’impostazione di Franco Zeffirelli suscita invero il massimo delle perplessità. Lusso immotivato e volgare, policromia insensata, non un centimetro cubico di palcoscenico libero: una serie di effetti senza causa, come sfingi generantine altre dal mento o dal collo e allogate ove non dovrebbero essere (strizzata d’occhio: sono simboli, non lo capisci, scioccone?) o quegli Horus (dio-sparviero) calanti in quattro sul pianissimo (tre p) delle ultime battute. Diciamo che la vittoria sul campo s’è voluta conseguire schiacciando il pubblico, se pubblico poteva chiamarsi la nomenklatura presente a Sant’Ambrogio, ma schiacciando anche il pubblico vero che verrà, e che di sicuro sarà entusiasta ( mundus vult decipi), con la massima possibile ostentazione di fasto. Ciò provoca due effetti negativi: il primo è che uno dei capolavori musicali di Verdi (III e IV atto) viene nell’allestimento con inaccettabile eccesso incentrato sul fatto scenografico; il secondo è che così ridondante è tale ostentazione di fasto da far pensare a un tipico fenomeno sociale: il pescecane arricchito riceve il titolo di Baronetto e fa un pranzo con troppi invitati, troppe portate, troppi servizi di piatti e bicchieri, troppo scialo. Sia chiaro, giacché il cretino è sempre in agguato: né la Scala né Zeffirelli sono pescecani, sono anzi vecchie signore blasonatissime. Ma la definizione adatta per questo spettacolo è «l’
Aida dei parvenus».
Non voglio accanirmi contro Zeffirelli: ma sono costretto a segnalare ancora un suo gravissimo errore che stravolge addirittura il significato dell’Opera. La più grande personalità fra i personaggi è Amneris. Il suo
destino è d’esser catafratta nella sua solitudine, e l’esser ella squassata dalla sofferenza quando Radames viene per causa sua condannato le attribuisce addirittura statura tragica, oserei dire shakespeariana. Mentre Aida e Radames, calata su di loro «la fatal pietra», incominciano a morire, Amneris è sola, essendo quelle ore il supremo compimento del suo destino. E invoca pace per la nemica e il troppo amato. Il regista inventa, nel piano superiore, quello inferiore essendo il sepolcro, una vera e propria esequia a cadaveri ancor vivi, affollato tal piano di tanta affaccendata folla che gli occhi non riescono a trovare Amneris. E l’esequia anticipata è diretta dalle ridicole evoluzioni d’una ballerina con un tocco in capo da rettore d’università. Una mistagoga! Allora la memoria si mette in moto e scopre che costei funge parimenti negli altri atti.
E parliamo di mistagoghi ed esoterismo. Il direttore Riccardo Chailly guida l’Opera con quella correttezza ed efficienza un po’ generiche sotto il profilo timbrico e dinamico che lo caratterizzano; piace assai. Piacerebbe di più e anche a noi se non gli si riscontrasse una inspiegabile trasformazione del gesto, che diviene, scomposto, ultroneo, sovente a braccia parallele e proiettate verso l’alto. Definirei ciò una «orenizzazione» del gesto pensando a un Daniel Oren che esercita la stessa professione di Chailly ma che non ardirei definir suo collega.
Piacerebbe ancor più, il nostro simpatico direttore, se non desse interviste, l’operato artistico giustificandosi nel fare. Quando poi ad analfabeti, che per servilismo lo danneggiano, delirando detta di esoterismo dell’Aida, ancor più profondo di quello del Flauto magico,
di culti misterici egiziani, di numerologia (ci mancava anche questa….), ci permettiamo, con tutto il rispetto dovuto a un direttore di notevoli qualità, di consigliargli: pensi meno.
Talché il vero protagonista musicale finisce coll’essere il Coro istruito dal maestro Bruno Casoni il quale, per scatto, potenza, intonazione, sfumature timbriche e dinamiche nei
pianissimo (atto I, sc. II) non ha rivali.
Violeta Urmana canta con lirismo, pulizia, delicatezza: è artista di sensibilità e grande senso professionale; perciò osiamo consigliarle di non «schiacciare» le note sul «passaggio», ché la sua fonazione non sempre è chiarissima. Ho provato grande ammirazione per l’appassionata Amneris di Ildiko Komplosi: è ella un «Falcon» più che non un mezzosoprano e a mio avviso, seppure ciò le renda più difficili le note gravi, aiuta la caratterizzazione del personaggio. Il tenore Roberto Alagna incontra qualche difficoltà col solfeggio, «spinge» o «sbianca» gli acuti e nel finale contrasta assai con la Urmana: i «piano» e pianissimo di lei sono «appoggiati», quelli di lui sono «falsettone». Marco Spotti, il Re, se la cava per il rotto della cuffia, Carlo Guelfi, Amonasro e Giorgio Giuseppini, Ramfis, sono al di sotto d’ogni commento. Fa davvero piacere, e mi ripeto testualmente, che un ruolo piccolo ma importante – e non facile – solito retaggio di pensionati o pensionandi, quello del Messaggero, sia affidato al bravissimo Antonello Ceron.
Le coreografie infantili sono ridicole. Quelle centrali del Balletto atto II hanno a protagonista la stella Roberto Bolle, che pare un «cubista» da discoteca e, sulla bellezza delle sue natiche, liberamente periziabili, mette per miracolo d’accordo tutti i sessi e ceti e categorie in sala. Forse saranno la cosa dello spettacolo destinata a restare.


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