Dalla rassegna stampa Cinema

Shortbus - Sesso: in America adesso si fa sul serio

CINEMA HARD – UN FILM E UN DOCUMENTARIO SENZA CENSURE – L’attrice canadese Sook Yin Lee con il suo partner: In “Shortbus” interpreta una consulente di coppia anorgasmica. Penetrazioni, fellatio, amplessi gay ed etero: in «Shortbus» le scene sono dal vero. «Ma non è pornografia» sostiene il …

Arrivata al sesto orgasmo consecutivo, l’attrice Sook Yin Lee decise una strana forma di sciopero. Non avrebbe continuato a girare la scena a meno che anche il regista John Cameron Mitchell non vi avesse preso parte. Allora, confessa oggi lui che è apertamente gay, «feci qualcosa che non avevo mai fatto in vita mia: un cunnilingus a una donna molto eccitata».
Di solito il pruriginoso tormentone pubblicitario cinematografico è: «L’hanno fatto veramente o no?».
Accadde con la famosa scena fra Donald Sutherland e Julie Christie in A Venezia un dicembre rosso shocking oppure con Jack Nicholson e Jessica Lange in Il postino suona sempre due volte. Stavolta è diverso, la domanda è quella delle parodie delle confessioni: «Quante volte figliolo?».

Perché sul fatto che sul set di Shortbus sia stato fatto (tanto) sesso non c’è dubbio: attori, regista e comparse, anche qualche maestranza della troupe sovraeccitata… Tutti hanno avuto via libera: era parte integrante della filosofia e della poetica della sceneggiatura.
D’altronde il titolo di lavoro era The sex film project, e per tre lunghi anni Cameron Mitchell ha scelto il cast (aveva chiesto che gli attori papabili gli inviassero provini erotici; hanno risposto in 500) e poi ha costruito insieme a loro la psicologia di ogni personaggio e la dinamica di ogni prestazione sessuale. È, come ha detto qualcuno, il primo porno d’autore oppure il primo film «normale» girato con tecnica porno?

«Non lo considero un film pornografico» precisa lui «perché la pornografia, e Dio sa che non ho niente contro di lei, ha come scopo solo quello di eccitare, ma è priva di intenti artistici». Il film è stato al Festival di Cannes, ora è uscito alla chetichella in pochi cineclub americani e lentamente, col passaparola, sta trasformando gli spettatori conquistati a uno a uno in complici (il 24 novembre sarà nei cinema italiani).
Lo slogan di lancio è suggestivo: «Se siete gay, vi farà diventare etero; se siete etero, vi farà diventare gay; e se siete nel mezzo, vi spingerà a entrambi gli estremi».

La critica americana si è divisa: qualcuno si è lamentato che i tanti coiti niente affatto interrotti distolgono l’attenzione dalle parole e dai discorsi seri del film (il cosiddetto messaggio di buona memoria) e qualcun altro ha detto invece che senza il sesso non sarebbe nemmeno uscito nelle sale.
Il cinema, come il sesso, è bello perché ognuno lo vede come vuole, commenta con filosofia zen Cameron Mitchell, che alle provocazioni è abituato: il suo film d’esordio, Hedwig- Una diva con qualcosa in più (storia di un transessuale tedesco che vuole diventare una rockstar americana), vinse ben due premi al Sundance Film festival del 2001.

Anche se Cameron Mitchell ci tiene a far sapere di essersi ispirato a registi come John Cassavetes, Robert Altman, Woody Allen e Jean Genet, più che la sua tecnica cinematografica fanno discutere le ingegnose acrobazie sessuali (c’è perfino un’autofellatio, pratica di cui si è sempre considerato un virtuoso il poeta Gabriele D’Annunzio e più recentemente il pornodivo Ron Jeremy), ma soprattutto il contesto in cui vengono usate: due gay che decidono di aprire il loro rapporto a un terzo uomo, quando devono scegliere una musica di sottofondo, non trovano niente di meglio di Stars-Spangled banner, cioè l’inno americano.
E le frecciate politiche non finiscono qui: l’immagine di partenza è quella della Statua della libertà e si citano ampiamente le Torri gemelle: «È un film patriottico, che ricorda come l’America sia sempre stata il luogo in cui i perseguitati hanno ottenuto asilo e libertà» spiega Cameron Mitchell.

«Mentre oggi viviamo in un’era in cui le paure sono manipolate dal potere politico e quindi terroristi, emigranti e minoranze sessuali vengono considerati pericolosi alla stessa stregua».
Ecco perché il nome del locale in cui si riuniscono settimanalmente i sei protagonisti per dare sfogo al loro bisogno di rapporti umani (orge comprese) è Shortbus, come in America vengono definiti quegli autobus scolastici più corti degli altri, perché riservati agli studenti «speciali», quelli con problemi fisici o emotivi. Nella sua utopia un po’ rétro, Cameron Mitchell cita anche Yoko Ono e la sua celebre frase manifesto: «Se la gente facesse un sesso migliore, ci sarebbero meno guerre».

È una curiosa coincidenza che in contemporanea con Shortbus stia battendo il circuito alternativo Pornology New York, un documentario che ricostruisce una città che non c’è più e che fino agli anni Ottanta è stata la capitale della libertà sessuale. A far da contraltare al fittizio Shortbus c’è il realissimo Fuckfactory, un locale in cui come il nome suggerisce succedeva di tutto.
Quando nel 2001, ancora prima dell’11 settembre, tirava aria di chiusura sia per il Fuckfactory che per il mitico club fetish Hellfire, il genovese Michele Capozzi, uno dei protagonisti della scena hard cittadina, ha pensato che fosse il caso di tramandare ai posteri la storia sua e dei suoi tanti amici.

Ha girato 70 ore di interviste e scene in presa diretta, a volte con cinque videocamere. E poi le ha affidate a Jackie Shulman, una montatrice di appena 23 anni, fresca di studi e senza nessuna esperienza col mondo del porno. «Avevo bisogno di occhi vergini, accanto ai miei che invece hanno visto tutto» spiega Capozzi.
Il documentario è già di culto: è stato selezionato per il festival di San Francisco, ha vinto il premio del pubblico al festival Cinekink ed è stato ammesso al Museum of sex di New York. Capozzi, scorpione con ascendente sagittario, sta per compiere 60 anni (e gli ultimi 28 li ha passati a New York, dove non ha mai avuto una casa, ma vive su una barca sull’Hudson).

Sta trattando con qualche distributore coraggioso che vuole portare Pornology New York nelle sale (e poi in dvd) e intanto lo proietta sia in loft e scantinati diroccati come in salotti buoni di case private, accompagnato spesso dai protagonisti: l’inglese Neville Chambers, ex road manager di Jimi Hendrix ed Emerson Lake and Palmer (è l’inventore della Fuckfactory); Lenny Waller, anima dell’Hellfire e «guru dei trisessuali», e Porsche Lynn, una delle più celebri pornostar che è anche dominatrice e guaritrice sciamanica.
«Siamo i nuovi cospiratori» dice Capozzi. «Vogliamo far conoscere al pubblico cosiddetto normale le nostre esperienze di vita e le nostre memorie».

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