Dalla rassegna stampa Cinema

ROBERT ALTMAN Il suo cinema è il mistero buffo dell’America

L’ADDIO Raccontava l’America profonda come un grande carrozzone viaggiante da amare e da criticare con spirito beffardo, con le sue storie corali e senza un centro ha rivoluzionato il cinema. Da «M.A.S.H» a «Un matrimonio», si è spento a Los Angeles a 81 anni uno dei registi più grandi e …

Nei primi anni 70 Robert Altman era il regista preferito dei cinefili, perché le sue riletture dei generi classici di Hollywood (il western nei Compari, il film di guerra in M.A.S.H., il noir nel Lungo addio…) ci fecero capire come il cinema fosse un universo di miti che si trasformano e si riproducono, come la tragedia greca, come i poemi cavallereschi, come il mondo di cartone di Walt Disney. Da Nashville in poi (1975) divenne il cantore dell’«altra» America, quella che ci piaceva – quella contro Nixon, contro il Vietnam, contro i presidenti assassinati, contro la musica country che ci sembrava una cosa «di destra». Nella sua splendida vecchiaia è diventato lo scrigno della memoria, capace con l’ultimo Radio America di commuoverci e di farci finalmente capire come anche il country possa essere pura poesia, e come l’Arte con la maiuscola non sia mai di destra né di sinistra, ma sempre dalla parte (giusta) della gente. Robert Altman, morto lunedì a 81 anni, è stato molto semplicemente uno dei più grandi registi americani del dopoguerra. Forse anche uno dei più fraintesi: tante volte ci è sembrato un artista corrosivo e perennemente incazzato, e tante volte lui ci ha spiazzati mettendo nei suoi film un amore profondo per il suo paese, per le sue radici. Ha raccontato l’America come un grande carrozzone viaggiante, è stato il vero erede della tradizione dei «Medicine Show» (quei carri che giravano per il West portando nei paesini spettacoli di varietà, giochi di illusionismo e medicine più o meno miracolose e improvvisate, una delle quali più tardi si chiamò Coca-Cola). Ha saputo raccontarci il lato farsesco di quel paese, sempre però intravedendo, sotto la farsa, l’epopea. Il suo cinema, nel complesso, è un Mistero Buffo recitato con un grande amore per i buffoni.
Ci viene in mente ora, e non chiedeteci perché, che Dario Fo gli somiglia molto: è stato un artista politicamente schierato (sempre dalla parte dei Democratici), moderno ma innamorato della tradizione, anti-americano quando serviva e americano fino al midollo, autore di film drammatici pieni di esilarante ironia. È stato un regista di enorme spessore intellettuale che detestava analizzare intellettualmente il proprio lavoro. È stato un uomo contraddittorio, da amare o da odiare. I produttori lo odiavano perché il suo modo di lavorare era incontrollabile. Gli attori lo amavano perché dava loro più libertà creativa di qualunque altro regista. Il pubblico l’ha qualche volta amato, e qualche volta snobbato. Càpita.
Nel finale di Nashville, quando la cantante biancovestita Barbara Jean viene uccisa da un fan e il cantante biancovestito Haven Hamilton tenta di recuperare la situazione gridando «Siamo a Nashville, non siamo a Dallas», la baracca/America non si salverebbe se non ci fosse, lì di passaggio, la sfigata di turno Albuquerque che impugna il microfono e impone la legge del «the show must go on», lo spettacolo deve continuare. Albuquerque canta It Don’t Worry Me, «non me ne frega niente», e quella canzone scritta da Keith Carradine con l’intento di comporre un canto di protesta diventa lo smascheramento del qualunquismo e del moralismo dell’America profonda. Eppure… eppure, anche lì, non c’è solo rabbia, non c’è solo denuncia. C’è anche commozione, perché Albuquerque ce l’ha fatta, ha avuto la ribalta che sognava, e canta, oh, come canta! Al tempo stesso, un odore di morte ammorba la scena, perché il cadavere di Barbara Jean (di Kennedy? di John Lennon?) è dietro le quinte, ancora caldo. Quel finale sintetizza tutto ciò che l’America è stata per Altman, per noi, per diverse generazioni di spettatori (e di persone) che si sono succedute dagli anni ’60 in poi. Raramente il cinema ha espresso sintesi così folgoranti.
Era il 1975. Nashville non vinse l’Oscar perché si trovò ad affrontare filmetti come Barry Lyndon, Lo squalo, Quel pomeriggio di un giorno da cani e Qualcuno volò sul nido del cuculo; nella cinquina dei registi Altman sfidò Stanley Kubrick, Sidney Lumet, Federico Fellini – per Amarcord – e Milos Forman. Per la cronaca, fu quest’ultimo con il Cuculo a fare piazza pulita: che tempi! Altman aveva già 50 anni e veniva da lontano. Nato a Kansas City il 20 febbraio del 1925, aveva frequentato un’Accademia militare nel Missouri ed era diventato pilota di B-24. Appassionato di cinema, dopo il congedo andò a Hollywood ma nessuno se lo filò: tentò di lavorare come attore, autore di canzoni e sceneggiatore, ma dovette tornarsene a Kansas City con la coda fra le gambe e proprio in quella città, periferica rispetto a Hollywood ma importante nell’economia americana, iniziò la sua carriera. Fu assunto da una società, la Calvin Co., che lavorava nel settore del documentario industriale e imparò tutto sulla tecnica cinematografica durante una lunga, oscura ed utilissima gavetta.
Nel 1956, dieci anni dopo il primo tentativo, rientrò a Hollywood dalla porta di servizio: la televisione. Diresse episodi di serie famose (soprattutto Alfred Hitchcock presents e il serial western Bonanza) e dopo il ’68 riuscì finalmente a firmare un paio di film non particolarmente fortunati, Countdown e Quel freddo giorno nel parco. Altman era ormai ben oltre i 40 e la routine televisiva stava forse cominciando a deprimerlo, ma la fortuna era dietro l’angolo: la 20th Century Fox aveva per le mani un bizzarro copione di Ring Lardner jr. che diversi registi avevano già rifiutato. Era una visione dissacrante e grottesca della guerra di Corea intitolata M.A.S.H., sigla sta per Mobile Army Surgical Hospital (ospedale mobile chirurgico militare). Altman si impossessò del copione e gli applicò uno stile, per l’epoca, rivoluzionario: mancanza di un centro narrativo, nessuna scena di battaglia, attori che improvvisavano i dialoghi e spesso «coprivano» uno le battute dell’altro, molti personaggi e nessun vero protagonista (a parte i due chirurghi figli di puttana interpretati da Elliott Gould e Donald Sutherland). Fu un successo clamoroso, con tanto di Palma d’oro a Cannes.
Era nato l’Altman-touch, il «tocco alla Altman», la coralità – il suddetto carrozzone delle meraviglie – che avrebbe improntato Nashville e successivamente Buffalo Bill e gli indiani, Un matrimonio, I protagonisti, Gosford Park e i due capolavori della maturità, America oggi e il recente Radio America. Questo è l’Altman che tutti conosciamo e amiamo, e abbiamo invece scelto di raccontarvi il percorso grazie al quale questo cineasta unico e miracoloso è diventato tale. Cantando la suddetta It Don’t Worry Me, Albuquerque diceva anche «i morti non provano dolore». Speriamo sia vero.
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NON VOLEVA L’OSCAR PER SCARAMANZIA
SUL PALCO RIVELÒ IL TRAPIANTO DI CUORE

Robert Altman – dicono – era riluttante ad accettare l’Oscar 2006 alla carriera dopo aver sfiorato cinque volte la statuetta. Era riluttante per scaramanzia. Poi il regista americano aveva acconsentito perché riteneva che il riconoscimento non era solo indirizzato a lui, ma anche ai tecnici, agli attori, a tutta la folla di gente con cui aveva lavorato e che meritava qualcosa d’importante. «All’Oscar ci tengo: è tutta pubblicità gratis», aveva chiarito. E il 5 marzo, sotto i riflettori, con la statuetta in pugno, alla cerimonia di Los Angeles, ironico come sempre, aveva scherzato: «Non sono ancora morto e vi prometto ancora molti film. Questo non è il funerale della mia carriera». E proprio in quella occasione aveva concesso un vero colpo di scena, da attore consumato: aveva rivelato di avere in petto un cuore giovane, ovvero di aver subito un trapianto undici anni fa, né che quel cuore era stato di un trentenne, non lo aveva rivleato perché temeva non gli affidassero altri film. «Secondo i miei calcoli mi avete dato questo premio troppo presto. Penso di avere ancora 40 anni di attività davanti a me e intendo usarli tutti fino all’ultimo». Aveva tutti i diritti per essere spavaldo: aveva appena messo in scena al teatro Old Vic di Londra una nuova versione del dramma di Arthur Miller Resurrection Blues con Maximilian Schell, era pronto per il lancio dell’ultimo suo film Radio America, applaudito a scena aperta alla Berlinale.

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ALTMAN Un democratico coi fiocchi

di Roberto Rezzo

LA POLITICA Fece la guerra e odiò sempre ogni guerra. Schierato contro Bush, nella miniserie tv «Tanner ’88» smascherò i meccanismi mediatici delle campagne presidenziali Usa
/ New York

Il più esemplare democratico del cinema americano. Un democratico con la d maiuscola», così il critico Matthew Wilder definisce Robert Altman. Un regista che ha rinnegato la figura dell’eroe, sostituendolo con una moltitudine collettiva, che ha rivoluzionato il modo di raccontare storie, portando sul grande schermo la tradizione lirica di William Faulkner e Duke Ellington. «Non sono un politico – aveva dichiarato in una delle ultime interviste – nel senso che non posso definirmi un attivista. Ma mi confronto costantemente con l’attività politica. In fondo siamo tutti profondamente condizionati dalla politica, che ci piaccia o no». Spietatamente critico nei confronti dell’amministrazione Bush, era consapevole che il successo e il potere di questo presidente originano dal fatto che gli elettori credono nel mito che è riuscito a vendere all’America: l’eterno conflitto tra il bene e il male, l’antitesi tra dio e il diavolo. «Non ci sono eroi nei miei film perché non so esattamente che cosa sia un eroe. Il protagonista? Io non ho mai conosciuto nessuno che non avesse debolezze e difetti».
Dopo la scuola dai gesuiti, a 16 anni i genitori lo spediscono in un collegio militare. Da allora non mette più piede in chiesa per la messa e si professa ateo. Non ha ancora compiuto 18 anni quando parte per la Seconda guerra mondiale come pilota dei bombardieri B24. Partecipa a 46 missioni sino al congedo avvenuto due anni dopo. È un altro capitolo chiuso che gli lascia dentro una viscerale avversione per tutte le guerre. Si fa persino mettere in galera rifiutando di firmare per entrare nel corpo dei riservisti. Se lo avesse fatto sarebbe stato chiamato a combattere in Corea. «Ero solo un ragazzo, non avevo particolari motivazioni ideologiche. Volevo solo la mia libertà. E ho avuto il coraggio di resistere alle due più potenti istituzioni della nostra società: la chiesa e l’esercito».
L’assurdità della guerra è la trama del suo film di maggior successo, Mash del 1970, ambientato nella Corea degli anni 50 ma uscito mentre in America montava la rivolta contro l’occupazione del Vietnam e i giovani emigravano in Canada o in Svezia per sfuggire alla chiamata alle armi. Un tema ripreso nel 1983 con Streamers, non più una commedia ma un film claustrofobico e angosciante, che mette a nudo la strisciante violenza di chi è sempre convinto di stare dalla parte del giusto. Kansas City del 1996 è una sorta di amara e alienata meditazione sulla società americana, vista attraverso il razzismo, la Grande depressione, il ruolo del Partito democratico, sullo sfondo della scena jazz. Succede di tutto e i musicisti continuano imperterriti a suonare. «Nulla è cambiato da allora – faceva notare Altman – la gente comune è come un branco di pecore; si fa un’idea della vita attraverso i film e la televisione. E i politici guidano le danze prendendo tutti per il naso».
Un disgusto per l’intero processo elettorale che si manifesta nella mini serie televisiva Tanner ’88, per la sceneggiatura di Gary Trudeau, il leggendario creatore di Doonesbury. Altman inserisce un candidato fittizio nella vera campagna per le presidenziali del 1988, dove si assiste a un dibattito tra Jesse Jackson e Michael Dukakis e a un cammeo del senatore Bob Dole. Non si tratta di uno show su un immaginario candidato né di un documentario sulla vera campagna per la Casa Bianca, ma una denuncia spietata di un meccanismo elettorale che si appoggia esclusivamente sulla complicità dei media per convincere un’opinione pubblica sempre più disorientata e in balia delle immagini. «Robert ha uno straordinario acume per la politica, per come funziona il capitalismo, per le sue surreali ipocrisie – sono le parole dell’attrice Julie Christie -. È questo che fa scaturire il costante senso di rabbia che si percepisce nei suoi film. Non osserva mai la realtà dall’alto in basso, ci si butta dentro per esplorarne tutti gli aspetti. Si comporta come un agente provocatore». Ultimo grande esponente della cultura liberal a Hollywood, Altman amava scherzare: «In realtà sono un conservatore. Difendo la libertà di espressione, i diritti civili, e tutte quelle cose che stanno scritte in quel vecchio pezzo di carta che si chiama Costituzione”.

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AVEVA DETTO Le critiche al suo Paese

«Hollywood ispirò l’11 settembre»
«Sono spaventato a morte. Sono sensibile alle critiche. Per quanto abbia fatto questo lavoro a lungo, la prendo ancora sul personale. Non so come mai, credo sia proprio la mia natura». Così diceva Robert Altman sei mesi fa, quando uscì sul grande schermo Radio America. «Questo film parla di morte – aveva detto – non è un argomento facile». Forse a 80 un po’ te lo senti che la morte si sta avvicinando, ma Altman non ha mai smesso di lavorare . Era anche uno che non si lasciava intimidire. E diceva sempre la sua. Come quando si era scagliato apertamente contro la politica di Bush ed anche contro il cinema del ventunesimo secolo, colpevole di suggerire nuove strade ai terroristi: «È stata Hollywood ad ispirare l’attacco terroristico dell’11 settembre a New York e Washington. Queste persone hanno copiato dai nostri film, nessuno avrebbe mai potuto pensare a commettere atrocità di questo genere se non le avesse viste nelle nostre pellicole. Come osiamo continuare a mostrare questo genere di film senza pensare alle conseguenze? Ora bombarderemo l’Iraq, ma nessuno conosce le ragioni: fino a prova contraria gli unici ad avere armi di distruzione di massa siamo noi».

Francesca Gentile

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SGUARDI Per l’autore di «Ferie d’agosto» Robert ha influenzato la generazione dei giovani italiani e si ispirò a maestri come Rossellini

Virzì: «È il cugino del cinema italiano»

di Gabriella Gallozzi

«Altman ci è parente, familiare, cugino. Il suo cinema è molto italiano». Paolo Virzì punta dritto al «legame di famiglia», scherzando un po’, ma poi neanche tanto (come vedremo) per ricordare il grande regista dell’altra America, scomparso improvvisamente lunedì a 81 anni.
In che si esprime la parentela?
«La struttura corale e rigorosa dei suoi film alla Nashville, per intenderci, oggi viene definita «altmaniana» ma in realtà, come più volte ha detto anche lui, l’ispirazione viene da più lontano: dal nostro cinema, quello dello sceneggiatore Sergio Amidei da Roma città aperta di Rossellini a Domenica d’agosto. Un’eredità che è arrivata anche alla nostra generazione. Penso A casa nostra di Francesca Comencini e anche al mio Ferie d’agosto in cui le tante storie si intrecciano tra loro. Attraverso questa struttura Altman ci ha raccontato la società americana, come in un libro di novelle, come in un affresco».
Quindi voi registi di commedie di costume siete anche un po’ suoi nipotini?
«Beh, certo la familiarità c’è. E sicuramente ci ha dato fiducia lanciando nel grande cinema americano quella che è stata la «ricetta italiana». E la sua «italianità», in questo senso, riguarda anche lo sguardo che ha rivolto all’America, quella dei perdenti degli emarginati, quella profonda e povera del Sud. Facce ed estetiche realistiche europee piuttosto che da star system americano. Penso a Lily Tomlin o Shelley Duval: si possono immaginare facce meno hollywoodiane di loro?»
Ma per lei quale film «è» Altman?
«Sicuramente Nashville, anche perché è il suo primo film che ho visto. Ho ancora il ricordo di come mi abbandonassi alla malia magica di Keith Carradine che cantava I’m easy. Ma sono anche altri i film che mi vengono in mente. Del resto Altman è stato un autore capace di viaggiare dal basso all’alto, ha fatto anche un Braccio di Ferro. Un po’ come un grande maestro all’italiana come Mario Monicelli, che ha saputo fare capolavori e mezze boiate, sempre con spirito antiretorico e mai con l’atteggiamento del maestro in posa, riuscendo piuttosto ad essere popolare».
E pensando ad altri film?
«Mi viene in mente un’altra caratteristica importante di Altman: l’antimilitarismo e quindi sicuramente Mash e Streamers. Ma per me Altman è anche America oggi, indimenticabile affresco di una società. Il suo testamento spirituale è stato sicuramente l’ultimo, Radio America: un affettuoso omaggio all’America che non c’è più, quella dei disgraziati, della musica country, in più con una straordinaria Maryl Steeep. In fondo è la sua America o almeno quella che rimanda la sua faccia. Una faccia che faceva simpatia, da ex cow boy, da figlio di gente che badava alle mandrie. Sempre lì con quel suo sorrisetto beffardo di chi dice: bene, rimbocchiamoci le maniche. E comunque una cosa è certa: se fra trent’anni bisognerà spiegare ad un extraterrestre cos’è l’America, basterà fargli vedere i film di Altman».

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