Dalla rassegna stampa Cinema

Altman, l’altro americano

Dalla polvere agli altari un sali e scendi dovuto ai successi, ai flop e ai produttori ingrati

“Il matrimonio” con Gassman
Il grande regista. Scomparso a 81 anni, aveva appena ricevuto l’Oscar alla carriera
Da “M.A.S.H.” a “Radio America” il ritratto mai convenzionale di un paese controverso

NEW YORK
«Ho sempre pensato che questo premio significasse la fine. Ma io ho in programma di continuare a girare film fino a quando durerò, e fino a quando la gente mi consentirà di farli». Aveva torto Robert Altman, che è morto lunedì notte in un ospedale di Los Angeles. Quel premio Oscar alla carriera, ricevuto a marzo da Meryl Streep e Lily Tomlin dopo averlo sfottuto, significava sul serio la fine. A maggio, per la verità, era riuscito a finire A Prairie Home Companion, ma lui stesso aveva avvertito: «E’ un film sulla morte».
Quella carriera ammirata e insieme disprezzata da Hollywood, era cominciata a Kansas City, dove Robert era nato nella famiglia di un ricco assicuratore e giocatore d’azzardo di origini tedesche. Stupirà ricordare che proprio lui, sarcastico regista di M*A*S*H e feroce critico delle guerre di Bush, aveva pilotato i bombardieri B-24 nella Seconda Guerra Mondiale. Ma quella era un’altra storia.
Al ritorno si era innamorato delle mille luci di Hollywood, ma per lui non c’era posto. Nel 1955 un produttore locale, Elmer Rhoden, gli aveva consegnato 63.000 dollari per tentare la prima pellicola di fiction. Venne fuori The Delinquents, che attirò l’attenzione di Alfred Hitchcock. Il mito decise di affidare al ragazzino del Midwest alcuni episodi del suo show televisivo, e così nacque una stella. Si fa per dire, perché in realtà cominciò l’altalena della carriera più contraddittoria nella storia del cinema.
Il successo, quello vero, arrivò nel 1970, quando Altman accettò una sceneggiatura che svariati colleghi più importanti avevano rifiutato. Si chiamava M*A*S*H ed era una commedia nera sulle disavventure di un gruppo di medici militari: «La produzione mi impose di dire all’inizio che era ambientata in Corea, ma era ovvio che parlavo del Vietnam». Non solo, ma lo faceva con la massima sfrontatezza possibile: «La nostra missione nel film era il cattivo gusto. Qualunque battuta orribile trovava posto, perché quella guerra era orribile». La prima pellicola che avesse mai scherzato sulla fede in Dio.
Il successo era stato così grande, che i produttori avevano deciso di trasformarla in un serial televisivo. Uno dei tanti screzi fra Altman e Hollywood. Il regista, infatti, la chiamava «quella serie», come se non meritasse lo stesso titolo del suo film: «L’avevano fatta solo per avidità». Lui è l’industria del cinema, del resto, erano due cose diverse: «Hollywood vende scarpe, io confeziono guanti». Da allora in poi, infatti, il rapporto era continuato in un clima di amore e odio. Quello stile abrasivo, con gli attori che si parlavano uno sopra l’altro, non convinceva i produttori tradizionali. Chiamavano “caos controllato” il processo creativo della Lion’s Gate, la casa fondata da Altman per essere più libero, e gli rimproveravano di alzare troppo il gomito. Finché lui aveva successo, tipo Nashville, erano applausi e nomination all’Oscar; appena faceva flop, tipo Popeye, lo seppellivano.
Se Napoleone è stato due volte nella polvere e due volte sugli altari, Altman ci è salito almeno in cinque occasioni. I colleghi dell’Academy of Motion Pictures lo avevano nominato per M*A*S*H nel 1970, Nashville nel 1975, The Player nel 1992, Short Cuts nel 1993, e Gosford Park nel 2001. Questo già dice qualcosa sugli alti e bassi, senza tenere conto che poi non l’avevano mai premiato sul serio, come hanno fatto solo con Hitchcock, Scorsese, Brown e Vidor. Noi lo intervistammo per Ready to Wear, altro disastro, e lui allargò docilmente le braccia: «A nessuno piace di essere criticato». Eppure Altman si era sempre rialzato. Anche nel 1995, quando aveva subito un trapianto di cuore senza dirlo a nessuno: «Se l’avessi rivelato – ha spiegato mentre riceveva l’Oscar alla carriera – non avrei più lavorato».
Sul set di Un matrimonio, nel ‘78, Gigi Proietti dava vita, diretto da Robert Altman, a una sequenza pirotecnica, in coppia con Vittorio Gassman: «Altman era un grande talento, una persona gentile, ma senza esagerare, un tipo non morbido, abituato a lottare sempre con coraggio per i suoi progetti. A me e a Vittorio disse di improvvisare in italiano. Siamo andati a braccio e il nostro pezzo non fu toccato».

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Quella mia intervista col maestro

Solo la politica lo salvava dalla gran noia

MARIA GIULIA MINETTI

MILANO

Non l’avevo mai intervistato in vita mia, perciò fui molto emozionata, questo febbraio, quando mi arrivò attraverso il filo del telefono la sua voce, abbastanza annoiata, per la verità (a ottant’anni, e sai di essere un monumento del cinema, che t’importa di fingere?). Era a Londra su richiesta di Kevin Spacey, direttore artistico dell’Old Vic, che gli aveva chiesto la regia teatrale di «Resurrection Blues», l’ultimo dramma di Arthur Miller. Parlava con me perché Sky stava per mandare in onda la serie tv «Tanner 88», la storia di un fittizio candidato presidenziale creata da lui e Garry Trudeau, il disegnatore di Doonesbury, diciotto anni fa.
L’inizio non era stato incoraggiante: «Quel vecchiume?», s’era stupito. «Ma cosa ve ne fate? Credevo che si trattasse della seconda parte». La seconda parte (girata nel 2004 durante la campagna di John Kerry) andrà in onda più tardi, l’avevo informato. «Ah», aveva risposto lui. Laconico è dir poco. M’arrabattai. Perché le piace Michael Murphy (il protagonista di «Tanner», un suo attore feticcio), chiedevo. E lui: «Perché è un bravo attore». Com’è nata l’idea della serie, indagavo. «È saltata fuori», replicava. Lei fino a 45 anni ha lavorato soprattutto per la tv, come mai? «La tv è il mio mestiere». D’accordo, ma com’è che è arrivato così tardi al grande schermo? «Semplice, le case di produzione non mi offrivano film».
Non gliene fregava niente, dell’intervista. Gli ricordavo certe sue vecchie dichiarazioni, e lui commentava: «Proprio così». Oppure: «Davvero». Lei ha detto che il confronto politico, ormai, è in balia dell’immagine, citai verso la fine della telefonata. «Alla Convention democratica di Boston c’erano quaranta troupe», confermò. Azzardai: il confronto politico è anche in balia della calunnia, pensi alle menzogne dei veterani su Kerry. Ebbe un guizzo: «Non c’entrano. La sconfitta di Kerry è dipesa dalla destra religiosa, siamo nelle mani della destra religiosa, purtroppo». La voce era meno annoiata. La destra religiosa ha appoggiato con forza la guerra in Iraq, dissi. E lui: «E infatti è stata un grande errore». S’era animato, ma il tempo sgocciolava, m’avevano dato solo un quarto d’ora, per l’intervista. Buttai lì: molti, anche in Italia, dicono che la guerra è servita a esportare la democrazia. «Ah, sì? Io non l’ho ancora vista», ribatté al volo. Poi una voce di donna mi informò che il tempo era scaduto.

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lietta tornabuoni

l’uomo che scardinò il mito yankee

Con la sua aria calma di vecchio signore educatissimo, colto, ironico, disordinato come un professore da vignetta, toccato a volte da una dolce tristezza, Robert Altman (anzi, Bob Altman) del Missouri ha scardinato nella sua lunga vita di regista tutti i miti, tutto l’immaginario mitico d’America: la guerra e lo spettacolo, le mode e la famiglia, la psicoanalisi e il rapporto tra padroni e servi. Ha scardinato gli Stati Uniti stessi, nello straordinario affresco America oggi dove oltre venti personaggi ideati da Raymond Carver s’incrociavano in disperata amarezza, nella struttura narrativa composita tipica di alcuni tra i film più popolari di Altman, lo stupendo Nashville, Un matrimonio in cui recitava pure Vittorio Gassman, Pret-à-porter, Radio America estremo suo film prima della morte.
Il più indipendente dei registi americani contemporanei perseguiva con forte volontà l’aspirazione impossibile d’ogni artista: raccogliere in ciascun film l’intero mondo, o almeno fare di ogni film una metafora del mondo. C’è riuscito: in parte, si capisce. Una delle sue prime opere importanti, M.A.S.H., prima Palma d’oro al festival di Cannes nel 1971, non era soltanto il racconto della vita d’un gruppo di chirurghi anarchici in un ospedale militare durante la guerrra di Corea: rappresentava i disastri di ogni guerra, i sacrifici umani, lo spirito pacifista e antimilitarista dell’epoca. Nashville era pure una denuncia della sopraffazione, del tradimento,della concorrenza e della violenza come valori della società americana.
Ha avuto la carriera di un uomo libero: ossia un percorso aspro, affrontato con serenità coraggiosa. A un certo punto, per una serie di insuccessi commerciali, non lo facevano più lavorare: lui s’è messo a fare piccoli film o a lavorare per la televisione, a Hollywood è tornato dopo anni con I protagonisti, analisi della spietatezza del mondo del cinema. A un altro punto non lo facevano lavorare perché aveva più di 60 anni, e la regola di Hollywood licenzia i registi a quell’età: lui ha diretto film con finanziamenti europei. Ha realizzato commedie funeste o incantevoli, La fortuna di Cookie, Il dottor T. e le donne. Con Gosford Park, ambientato in una tenuta nobiliare inglese negli Anni Trenta, è grandissimo. E Radio America, l’ultima fatica a 81 anni, era l’addio molto commovente a una cultura ormai fuori del presente, a un pubblico grato e ammirato, alla propria esistenza tumultuosa e quasi felice.

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