Dalla rassegna stampa Cinema

Addio Altman - L´ultimo ribelle di Hollywood

Il regista, 81 anni, è morto a Los Angeles. Solo nel 2006 l´Oscar alla carriera

GIGI PROIETTI Era un perfezionista su tutto: autorevole e mai autoritario
elliot gould Lascia un´eredità importante, fonte di ispirazione per i giovani
sophia LOREN Metteva cineprese ovunque, recitare era come vivere

ROMA – C´era (c´è) un´aria di morte nel suo ultimo meraviglioso film Radio America. C´era un´aria di morte, c´era un angelo bianco che passava a segnare i destini degli uomini e un vecchio uomo di spettacolo che se ne andava pacificamente. E auguriamo al gigante del cinema che ci ha lasciato di essersene andato con altrettanta serenità. Ma il vecchio signore grande, maestoso e imperioso, dalla barba bianca e dal cappellaccio a tesa larga che aveva da poco girato la boa degli ottanta anni (era nato a Kansas City, Missouri, il 20 febbraio del 1925) lascia un vuoto enorme in un cinema americano sempre più disumanizzato e tecnologico di cui i suoi film hanno rappresentato, negli ultimi anni, il versante sofisticatamente popolare, l´antidoto a misura d´uomo, una creazione continuamente giovane e reinventata molto più giovane che non i videogiochi di tanto cinema hollywoodiano – di quella Hollywood che ha atteso gli ottant´anni di Altman per dargli, dopo tante vane nomination – per M.A.S.H., per I protagonisti, per America oggi, per Gosford Park – il riconoscimento di un Oscar alla carriera.
E non si può definire altro che cecità il fatto che a Nashville, uno dei più grandi film del ventesimo secolo, quello che ha inventato un modo inconfondibile di raccontare, quello che ha previsto con la chiarezza visionaria di un genio il futuro dell´America, sia andato solo il premio per una canzone, “I´m easy”, con cui l´allora bellissimo Keith Carradine rimbambolava tutte le donne di Nashville (sarà di consolazione il fatto che oggi quella canzone sia diventata patrimonio culturale nazionale, prescelta per essere conservata dall´United States National Film Registry?).
L´anno scorso, come ultimo film dopo cinque anni alla direzione del Festival di Locarno, come segno del cinema che ho amato, ho proposto proprio Nashville, e ho visto una Piazza Grande incatenata per oltre tre ore alle sedie da un vecchio film senza effetti speciali che non ha paragoni per brillantezza e genialità con nessuno dei film di oggi. I non altmaniani (e per quanto sia incredibile ce ne sono) alla grandezza di Nashville e quindi del suo regista obiettano che il percorso di Altman è stato pieno di alti e bassi, di picchi e di abissi. Tutto vero. La carriera del grande Bob, quasi a voler smentire tutti i teorizzatori della teoria degli autori, non è stata liscia e coerente, ma è stata piena di modi e di tecniche diverse, d´incoerenze, di film irriconoscibili come altmaniani – almeno del suo ultimo «modello».
E come tutti gli sperimentatori Altman ha fatto film sublimi e film sbagliati. Ma è il suo percorso nel complesso, e le vette che lo delimitano, a fare della sua filmografia uno dei più importanti risultati del secolo del cinema.
Robert Altman era figlio dell´alta borghesia cattolica, educato in ottime scuole, pilota di B-24 alla fine della guerra, aspirante attore, poi sceneggiatore, poi inventore (in un momento di crisi creativa) di un sistema di tatuaggio per l´identificazione dei cani, quindi regista di piccoli film industriali, abilissimo in ogni aspetto tecnico e velocissimo nell´esecuzione. Infine, a trent´anni, regista: e da The delinquents, del 1955, sulla delinquenza minorile, a Radio America, attraverso California poker (1974), Tre donne (1977), Kansas city (1996), Robert Altman ha vissuto inversioni di tendenza e cambiamenti di stile, ha realizzato capolavori e girato film talvolta irritanti.
Tra il 1975, quando alla vigilia di una data epocale come il bicentenario degli Stati Uniti ha fatto con Nashville uno dei massimi capolavori sull´America, le sue ossessioni, i suoi sogni, la sua crudeltà, la sua voglia di uccidere i propri idoli, e il 1992, quasi vent´anni dopo, quando ha ritrovato la stessa forza con America oggi (Short Cuts), traducendo la sua personale rilettura di Carver in un arazzo duro e senza speranza sulla cultura californiana e gli Stati Uniti, Altman ha vissuto molte vite creative e qualche crisi.
Se negli anni 70 aveva allineato film bellissimi, poetici e toccanti come I compari, il suo percorso in un duro e poco romantico vecchio West, e Il lungo addio, la più toccante e intima rilettura di Chandler mai fatta. Se ha fatto film poetici e surreali come Anche gli uccelli uccidono e sorprendenti film corali come Streamers. Se nel 1992, con I protagonisti, ha intrecciato humour e perfidia in un fortunato film sulla volgarità hollywoodiana – e qualcuno vi ha letto un´elegante provocazione del nostro a un mondo che negli anni precedente lo aveva condannato all´ostracismo – Altman ha anche ripetuto senza felicità la sua maniera in Quintet o Health, ha realizzato film pasticciati e faticosi come Popeye e Pret-à-porter, ha rischiato il disastro in Terapia di gruppo.
Ma, di nuovo, la grandezza di Altman stava nella capacità di inventare e di reinventarsi. Come ha fatto creando un nuovo modello di cinema nella televisione – e che cinema – con gli undici episodi di Tanner ´88: la finta cronaca, ma così vera, così realistica, di una campagna presidenziale raccontata con la sua tipica maniera a intreccio, con le sovrapposizioni, con quel suo audio confuso e sporco più reale del reale, accostando personaggi inventati a veri personaggi politici. E impartendo una lezione sul costume politico che graffia a vent´anni di distanza.
Con Radio America – a cui un´altra giuria strabica, quella di Berlino, ha preferito un onesto film «impegnato» politicamente – la sua grinta si era sciolta in una dolcezza amarognola che annunciava un pacificazione. Il vecchio mondo se ne andava, travolto dalla volgarità impersonata da Tommy Lee Jones, l´imprenditore che avrebbe chiuso il meraviglioso ultimo spettacolo della Prairie Home Companion e che poteva passare sotto il busto di Francis Scott Fitzgerald ignorando chi fosse. Ma la morte, immaginata da Altman, sembra, in quel film, una cosa gentile. Speriamo che lo sia stata con lui.

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IL PERSONAGGIO

Il percorso artistico di un autore corrosivo che raccontò gli Stati Uniti, da “M.A.S.H.” a “Radio America”

Il genio che tolse la maschera all´America delle illusioni

Quest´anno l´Oscar alla carriera. “So che si dà a chi sta per morire ma io ho intenzione di farvi l´ultimo dispetto e di lavorare ancora”
Il regista è morto a 81 anni: solo nel 2006 il riconoscimento dell´Oscar alla carriera
Altman, l´autoritratto dell´America

vittorio zucconi
washington

Da vecchio aveva preso la faccia dell´America che aveva raccontato. Robert Altman era divenuto l´autoritratto vivente dell´America, un viso alla John Houston, alla James Coburn, alla Lee Marvin, ispido, storto, burbero, allegro, disordinato come un letto di motel a Nashville o sfatto come una barella portaferiti in un ospedale militare da campo M. A. S. H., con le tracce della propria storia esibite senza make up. Il viso bellissimo dell´America onesta con se stessa.

Era, naturalmente, esecrato dall´America retorica, bigotta, cotonata e laccata, quella che ci deve ripetere a ogni discorso di essere «la più grande democrazia del mondo benedetta da Dio» con un´insistenza che tradisce l´ansia di non esserlo. Ma in mezzo secolo di lavoro cinematografico, dai cortometraggi che produceva a raffica nel 1955 per 250 dollari a botta, (55 in un anno) alla sua morte silenziosa e discreta la sera di lunedì scorso in un ospedale di Los Angeles a 81 anni di età, il narratore dell´America come è, e non come vorrebbe essere, non aveva mai cercato di convincere nessuno. Neppure il grande pubblico che lo ha ammirato a distanza senza mai abbracciarlo, sospettandolo della colpa che Hollywood non perdona, quella di essere un intellettuale. E per di più anche un po´ di sinistra.
In realtà, anche se aveva annunciato come tanti il proposito, puntualmente poi disatteso da tutti, di emigrare all´estero nel 2000 se George Bush avesse vinto le elezioni, Altman era soprattutto un “missourian”, un tipico figlio di quello stato del Missouri (era nato a Kansas City) che ha scelto come proprio motto le parole «Show Me», fatemi vedere perché altrimenti non ci credo. In questa terra di San Tommasi della prateria, di scettici che le hanno viste tutte perché da lì partivano i tratturi per le mandrie di animali spinte verso i macelli dell´Ovest, “Bob” era nato da un cattolicissimo padre tedesco ricco assicuratore e da una protestantissima mamma che vantava addirittura antenati sul veliero dei pellegrine, il “Mayflower”.
E delle maniere burbere, riservate e ruvide dei “missourian”, compresi quelli celebri come il presidente Harry Truman, il sardonico, a volte fin troppo enigmatico, osservatore delle debolezze e dei tic americani, aveva dato prova fino all´ultimo. Fino a pochi mesi or sono, quando la Hollywood che lui aveva combattuto e disprezzato per tutta la vita, gli concesse l´Oscar che si dà a chi non deve vincere un Oscar vero, la statuetta “alla carriera”, soltanto la seconda moglie e gli intimi sapevano che dieci anni prima aveva subito un trapianto di cuore. «So che un Oscar alla carriera si dà a chi sta per morire» disse fingendo di non essere commosso «ma io ho intenzione di farvi l´ultimo dispetto e lavorare ancora per almeno quattro o cinque anni».
Si saprà soltanto più tardi che quello sarebbe stato l´ultimo sberleffo, perché il cuore di ricambio stava già perdendo i colpi, ma «almeno la soddisfazione di prendere un premio da morto, alla memoria, non gliel´ho data» confidò a Julian Fellowes, lo sceneggiatore di uno dei suoi film più sontuosi e complessi, Gosford Park, che vinse un Oscar vero, ma soltanto per la sceneggiatura. Non fu la sola soddisfazione amara contro quell´establishment della cultura di celluloide contro il quale aveva combattuto dal momento in cui aveva rinunciato al suo primo sogno, quello di fare i soldi inventando un nuovo tipo di medaglietta per i cani ed era passato dietro la cinepresa.
M. A. S. H, il suo film più celebre sulla insensatezza delle guerre che lui aveva combattuto nel posto più pericoloso, quello di bombardiere a bordo dei B24, era stato respinto da cinque registi, prima che lui accettasse di produrlo nel 1970. I protagonisti, la sua sanguinosa satira dei pomposi studios cinematografici che lo odiavano ricambiati, come Nashville, parodia del mondo autoreferenziale della country music che generò ironicamente una delle più popolari ballate americane, “I´m easy” cantata da Keith Carradine, seguirono forse inconsciamente lo stesso filo di nota, cioè utilizzare la realtà per renderla grottesca, in una sorta di realismo surreale ma efficace. M. A. S. H, che partorì poi la serie più longeva e più amata nella storia della tv americana, fu per la generazione del Vietnam, in quel 1970, ciò che “Comma 22” di Joseph Heller era stato per la generazione della Seconda Guerra. Il teorema secondo il quale soltanto essendo pazzi si può sopravvivere alla pazzia della guerra.
Hitchcock lo adorava, e gli affidò la regia di sei episodi della propria leggendaria serie tv. L´Europa e il resto del mondo, sempre pronti ad abbracciare e adottare chiunque graffi la prepotenza laccata dei miti americani così rafforzandoli, venerava in lui quella autoironia che tanto difetta alla macchina dei sogni hollywoodiani. Ma lui sosteneva di non essere affatto un narratore, un cantore, meno che mai un “social critic”, un savonarola di costumi e di mala tempora, a parte la ribellione costante contro la mafia degli studios. «A me interessano i rapporti tra le persone, le storie sono un effetto, non una causa dell´interazione fra esseri umani» sosteneva e per questo, considerandoli generosamente come esseri umani, permetteva agli attori di improvvisare sul set, di seguire la propria ispirazione, adattando la storia a loro e non viceversa. E in questa sua “poetica” dell´ispirazione sta quella sincerità che “Tinseltown”, la Hollywood di stagnola, temeva e rifiutava, più della sua incapacità di produrre, in più di ottanta film e telefilm girati, successi in serie. Troppo iconoclasta per piacere ai custodi delle icone politiche, ideologiche e cinematografiche, oggi spacciate per America, come dollari falsi.

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L´attore protagonista nel 2000 di “Il dottor T & le donne”

“Sul set era uno sciamano”

il ricordo

RICHARD GERE

Robert Altman era uno dei pochi registi americani con un stile unico. Riesci sempre a capire dai primi minuti di un suo film che è lui dietro la cinepresa e Dr. T e le donne (2000), la mia prima esperienza con Bob, non fa eccezione. Bob aveva 70 anni passati quando abbiamo girato quel film, e aveva un´energia e un controllo, una chiarezza di pensiero, un coraggio nell´affrontare materiali diversi, invidiabile in chiunque. E fino all´ultimo si è rifiutato di rinunciare alla sua visione singolare, basta guardare il suo ultimo film, Radio America: lo hanno chiamato il suo “testamento” comico, e tristemente è stato vero, ma la morte ha sempre avuto un ruolo nei film di Altman, è come se con l´arte volesse ingannarla. Bob aveva una grande forza e sicurezza di se´ che offriva a tutti quelli che gli stavano intorno. Non parlava molto, non ti diceva cosa fare, ma come con uno sciamano intorno a lui le cose succedevano senza sforzo nella magia che creava, nella polvere da favola che gettava intorno e che rendeva tutto facile, senza tensione, senza ansia. Il modo in cui disegnava le scene, come le percepiva e come le voleva far vedere al pubblico, il suo stile rendeva tutto un´esperienza molto più fluida e più spontanea. Dr. T. era per me un personaggio completamente nuovo. E Bob aveva reso tutto più facile, normale.
(testo raccolto da Silvia Bizio)

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