Dalla rassegna stampa Cinema

Il ciclone «Borat» conquista gli Usa

Il film qualcuno lo vorrebbe in corsa per gli Oscar, altri censurato o messo al rogo

Ciak e polemiche. Protagonista il comico Sacha Baron Cohen. In Italia arriverà a marzo

Borat Sagdiyev è un personaggio fittizio. Questa premessa è fondamentale per poterne descrivere serenamente le origini, il carattere e l’incredibile successo. Interpretato dal comico americano Sacha Baron Cohen (nella foto), all’interno del suo «Ali G. Show», Borat è un giornalista kazako imbranato, antisemita, sessista ed omofobico. È anche il protagonista del film più controverso del momento: «Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakistan», saldamente piantato in testa ai botteghini americani. Qualcuno lo vorrebbe in corsa per gli Oscar, altri censurato e messo al rogo. Una cosa è certa: la comicità estrema di questa pellicola, che fonde spregiudicatamente fiction e documentario, ha risvegliato le coscienze critiche degli americani, imponendo un vecchio interrogativo al quale non è mai stata data una risposta: «fino a dove può spingersi la satira?». L’assunto è semplice: Borat viene inviato dalla sua patria d’origine, il Kazakistan, negli Usa, per fare un servizio sulla grande cultura occidentale. Sbarcato nel nuovo mondo attraversa l’America in cerca di Pamela Anderson, della quale si è perdutamente innamorato guardando «Baywatch» e scambiandolo per realtà.
Questo personaggio surreale e sgradevole, strada facendo, s’impegna in una serie di strampalati servizi televisivi. Il nodo della questione è che questi “servizi” sono stati girati con il formato della candid camera, permettendo all’attore di interagire con persone comuni, in totale improvvisazione. Succede, allora, che Borat entri in un’armeria e chieda al proprietario un consiglio su che arma scegliere per sparare agli ebrei. L’interlocutore, senza battere ciglio, gli suggerisce una Glock 9mm. Oppure che si presenti ad un rodeo in Virginia, riesca convincere il direttore a fargli cantare l’inno americano prima dello show e gli spieghi che, nella sua patria, agli omosessuali viene data la caccia per poi legarli come i cowboy fanno con i vitelli. Il direttore sogghigna e risponde: «È quello che proviamo a fare anche qui».
Sacha Baron Cohen (che sarà tra i protagonisti del musical di Tim Burton «Sweeney Todd»), classe 1971, è un ebreo praticante ed un democratico convinto. Appare subito chiaro, di conseguenza, che il suo intento è quello di accomunare la risata ad un feroce ritratto delle ottusità e del razzismo della moderna società statunitense.
Un film che abbatte tutto ciò che gli si para davanti, senza però apparire mai veramente “arrabbiato” o polemico, uno sberleffo a metà tra le provocazioni del grande Lenny Bruce, la lunaticità di Andy Kaufman (due tra i più grandi comici americani, entrambi morti giovanissimi) e l’idiozia scatologica e nichilista di “Jackass”.
Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, «Borat» arriverà nelle nostre sale, accompagnato da una prevedibile ondata di polemiche, il 2 marzo 2007.

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