Dalla rassegna stampa Cinema

John Waters di Vito Zagarrio

…L’analisi del percorso artistico di Waters, compiuta da Zagarrio nella prima parte del testo, è per molti versi esemplare nello svelare al lettore l’uomo, autoproclamatosi “Re dello Schifo”, che si celava dietro le prime opere realizzate, tanto sorprendenti quanto “destabilizzanti”…

Ancora oggi, dopo una carriera ultra-quarantennale arricchita da una (sporca?) dozzina di lungometraggi, cui vanno aggiunti quattro corti e mediometraggi risalenti al primissimo periodo di attività, risulta in effetti molto difficile esprimere un giudizio univoco e compiuto sul cinema di John Waters; il quale certamente, ed è difficile dargli torto, si rallegrerà non poco del fatto, da lucido intellettuale consapevolmente provocatore quale è sempre stato. A cimentarsi nel non facile compito di fornire un’interpretazione critica a film epocali – e non è un’iperbole, poiché trattasi di opere che non hanno riscontro alcuno nella storia del cinema – quali Pink Flamingos o Polyester arriva ora il classico “castorino” scritto da un critico atipico come Vito Zagarrio, regista e insegnante di cinema all’Università di Roma 3, ma anche – e in questo caso soprattutto – ammiratore e profondo conoscitore dell’opera omnia watersiana, tanto da avergli persino dedicato nel 1983 un documentario dall’illuminante titolo (vedremo in seguito i motivi…) Divine Waters.
L’analisi del percorso artistico di Waters, compiuta da Zagarrio nella prima parte del testo, è per molti versi esemplare nello svelare al lettore l’uomo, autoproclamatosi “Re dello Schifo”, che si celava dietro le prime opere realizzate, tanto sorprendenti quanto “destabilizzanti” (per critica paludata e cinefilia tradizionale), con titoli quali Mondo Trasho (tanto per fare il verso al finto perturbante reality-cinema a quei tempi in voga soprattutto in Italia…) del 1969 o Multiple Maniacs, girato da Waters un anno dopo: linguaggio cinematografico – assai probabilmente più per incapacità manifesta che per effettiva volontà di rinnovamento – sporco, contenuto se possibile più sporco ancora e sostenuto da una ferocia anti-borghese che minava dalle fondamenta l’istituzione americana (e non solo…) per eccellenza. L’attacco perpetrato da Waters alla famiglia veniva infatti realizzato sovvertendo quasi scientificamente valori cardine quali coesione, ordine e religione; nelle contro-famiglie della finzione watersiana regnava al contrario la disgregazione sistematica, la totale promiscuità anche sessuale nonché l’iconoclastia più assoluta. Nessun tabù da infrangere era all’epoca precluso alla poetica del regista di Baltimora; e mai nessun interprete, apriamo doverosa parentesi, nella secolare Storia del Cinema si è fatto infaticabile latore di una voce autoriale come il leggendario travestito Divine (il cui vero nome era Glenn Harris Milstead), autentica bomba – pure sexy, why not? – atomica di centotrenta chili da scagliare contro il falso perbenismo americano. Di sicuro chi nel corso degli anni ha affermato che senza Divine con tutta probabilità non sarebbe mai esistito il rinomato cinema “griffato” Waters non è lontano dalla verità. E il celeberrimo finale – sequenza la cui importanza intrinseca, secondo il modesto parere di chi scrive, va filosoficamente ben oltre le reali intenzioni di colui che l’ha concepita – del capo d’opera Pink Flamingos (anno di grazia 1972), girato senza alcuno stacco di montaggio, dove la sua e nostra eroina degusta più o meno avidamente le feci appena rilasciate da un cagnolino, lo dimostra appieno, come conferma del resto il risalto dato da Zagarrio alla figura di Divine nel testo.
Il quale Zagarrio, con molta onestà, oltre alla precisione con cui segnala possibili gradi di parentela tra il cinema di Waters e quello di autori statunitensi più giovani come ad esempio Todd Solondz, sottolinea anche la metamorfosi avvenuta nel cinema di Waters nella seconda parte della carriera (e il termine, ahimé, è corretto…); a partire da Grasso è bello (Hairspray, 1988), per curiosa coincidenza ultima apparizione di Divine sul grande schermo prima della prematura scomparsa, la vis polemica si attenua inesorabilmente, il linguaggio si omologa a quello di un qualsiasi prodotto hollywoodiano medio e le provocazioni, almeno quelle che in qualche modo blandamente resistono, tipo quella al mainstream cinematografico presente in A morte Hollywood! (Cecil B. Demented, 2000), si fanno meno cattive e di conseguenza poco graffianti. E dunque lasciano il cinefilo con l’amletico dubbio che il gusto watersiano per l’eccesso fosse un mezzo (per raggiungere, appunto, il successo) e non un fine, e che il destino di ogni avanguardia, militare o artistica, sia in conclusione quello di finire molto male o in subordine rientrare gradatamente nei ranghi. Anche se lo spettatore italiano, sempre l’ultimissimo nel progredito Occidente a venire informato delle faccende cinematografiche mondiali, è da due anni in attesa di vedere e giudicare le trasgressioni (troppo?) annunciate presenti in A Dirty Shame, a tutt’oggi ultima fatica registica di quello sfuggente UFO del mondo di celluloide di nome John Waters.

Vito Zagarrio
John Waters
Edizioni Il Castoro, Milano 2005
Pagine: 182
Prezzo: € 12.50

da cinemavvenire.it

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