Dalla rassegna stampa Cinema

Grande e piccolo schermo, un festival a due facce

…film svizzero di Lionel Baier, Come dei ladri, che ripercorre controcorrente il fenomeno dell’immigrazione: quello di un giovane svizzero, il cui padre, pastore protestante, accetta più facilmente l’omosessualità del figlio che non le sue pretese di risalire alle sue origini polacche…

Con sguardo attento alla realtà politica e sociale si è appena conclusa la prima tranche di Cinema-tout-écran, la manifestazione svizzera dedicata ai film per qualsiasi supporto

Ginevra
Cinema-tout-écran, come indica il nome, è il festival del cinema su qualsiasi schermo, grande o piccolo che sia. Perché infatti dare titoli di nobiltà esclusivamente al grande schermo quando su quello piccolo si possono trovare perle in mezzo al porcile?
È con questo spirito che si è svolto a Ginevra, per la dodicesima edizione, il festival Cinema-tout-écran poiché, spiega il direttore della manifestazione, Leo Kaneman: «Bisogna anteporre l’opera al supporto di diffusione, televisione o cinema che sia, e superare il complesso di Caino e Abele come diceva Godard». E i «riflessi d’oro», i riconoscimenti per i film o le serie tv sono stati distribuiti equamente: da segnalare innanzitutto il premio per la miglior regia e il premio della Fipresci a Goran Paskaljevic per il suo superbamente cinico Optimisti ispirato, racconta il regista, da Voltaire e da Candide: «L’ottimismo – spiega Paskaljevic – è la rabbia di sostenere che tutto è per il meglio quando tutto va male», appunto i Balcani rappresentati con cinque episodi allegorici di un humour nero spietato tanto l’ottimismo è fuori luogo. Altro premio, per il miglior film tv questa volta, allo svizzero Tobias Ineichen per Sonjas Rueckkehr (Il ritorno di Sonja) a dimostrazione della ripresa interessante del cinema svizzero con una nuova generazione di cineasti, dalle radici spesso multinazionali, che fa seguito al periodo di gloria degli anni ’70 e del «gruppo dei 5» formato da Alain Tanner, Michel Sutter, Jean-Jacques Lagrande, Jean-Louis Rey e Claude Goretta. Quest’ultimo, oggi quasi ottantenne, ha scelto il modello telefilm per realizzare in due puntate Sartre, l’età delle passioni parafrasando giustamente L’età della ragione. Poiché, in effetti, è il periodo delle passioni di Jean-Paul Sartre che Goretta affronta nella sua opera: dall’impegno del filosofo, interpretato da Denis Podarydes, contro la guerra d’Algeria e il ritorno di De Gaulle, al rifiuto del premio Nobel nel 1964. Fiamme ben meglio rappresentate nel film delle passioni amorose di Sartre, sia per una troppo sorridente Maya Sansa (nel ruolo della studentessa Chiaromonte) che per la russa Leyla, ma soprattutto per Simone de Beauvoir con la quale Sartre sembra avere un rapporto insulso di figlio-discolo con madre-maestrina. Invece è quando rappresenta l’impegno di Sartre, il suo pensiero, i suoi discorsi che Claude Goretta dà il meglio di sé e di Sartre.
Altra performance svizzera che ha ottenuto il premio del pubblico, è quella di Noël Tortajada che, con lo scenografo Nicolas Frey, mischiando fiction con immagini di repertorio e humour straordinario, ha realizzato una miniserie tv di dieci episodi, uno più esilarante dell’altro, sotto il titolo Nos archives secrètes (I nostri archivi segreti). Si tratta degli archivi di un ipotetico dipartimento elvetico «per la riabilitazione del patrimonio eroico» dai quali si svela come dietro ai principali avvenimenti della storia – dall’invenzione della lampadina a Elvis Presley – ci fosse uno svizzero, non sfugge nemmeno il primo uomo a camminare sulla luna, con tanto di impronta di scarponcino con la croce svizzera impressa sul suolo lunare.
Per un festival del grande e piccolo schermo, che si svolge in due tempi, l’altro è a marzo, in concomitanza con la riunione all’Onu di Ginevra della commissione per i diritti dell’uomo, la retrospettiva non poteva che essere dedicata a Ken Loach il cui esordio fu proprio nella tv con film dove la fiction si fonde con il documentario. Così in Cathy come home del ’66, il documentary drama che pone il problema degli homeless, i senza tetto come Cathy alla quale vengono sottratti i figli perché appunto non ha una casa, o come Auditions un bellissimo documentario su tre ballerine di danza classica in ricerca di lavoro.
Infine uno sguardo oltreoceano. A Ginevra si è visto in prima internazionale un insolito Spike Lee che con la serie tv Shark sbircia dietro le quinte della giustizia americana attraverso un principe del foro.
Nei 14 lungometraggi in concorso e nei molti corti, il tema dell’immigrazione domina. Da Le rivolte di Bradford dell’inglese Neil Biswas che, ispirandosi a fatti realmente accaduti, pone la questione della giustizia nei confronti degli immigrati, quando la polizia invece di bloccare i manifestanti neonazisti si scaglia contro gli aggrediti, cioè la comunità pakistana di Bradford, al film svizzero di Lionel Baier, Come dei ladri, che ripercorre controcorrente il fenomeno dell’immigrazione: quello di un giovane svizzero, il cui padre, pastore protestante, accetta più facilmente l’omosessualità del figlio che non le sue pretese di risalire alle sue origini polacche.
La menzione speciale della Giuria è andata al film tedesco di Oliver Hirschbiegel, Ein ganz gewöhnlicher Jude, che si potrebbe tradurre in: Un ebreo totalmente banale. Il film invece è tutt’altro che banale. Ben Becker interpreta il ruolo di un giornalista ebreo invitato in una scuola a parlare della condizione dell’ebreo nella Germania odierna. Chiuso nel suo appartamento il giornalista si lancia in un monologo lungo 90 minuti, tutta la durata del film, per rispondere all’invito offensivo del preside che lo fa sentire il rappresentante di una specie in via di estinzione. Sparge le foto della sua famiglia sul letto per dire: «Le nostre foto sono diverse, non possiamo dire questa è zia Marta in giardino, questo è il cugino Paolo morto in un incidente di macchina. No, noi possiamo soltanto dire Auschwitz, Bergen-Belsen, Matthausen per raccontare le nostre famiglie», e poi da laico qual è, aggiunge: «Basta con questa storia del popolo eletto. Trovatene un altro, noi abbiamo già dato». 90 minuti che non si vedono passare, con scatti di rabbia e di ironia amara alternati a barzellette sugli ebrei che egli stesso racconta. Dialogo eccellente e coraggioso che ha dato un tocco in più a questo festival così attento alla realtà sociale e politica dei nostri tempi.

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