Dalla rassegna stampa Cinema

Luchino Visconti Un'ossessione fra storia, eros e mito

… «Sul set di Ossessione – mormorava Girotti – c’erano dei problemi: Clara era innamorata di Luchino, Luchino era innamorato di me e io era innamorato di Clara». E mentre l’omosessualità di Visconti alimentava cattiverie ed ostracismi (si disse anche da parte del Pci, nonostante l’ammirazione …

Roma, gennaio 1946, la Compagnia spettacoli «Effe» diretta da Oreste Biancoli sta provando Il matrimonio di Figaro in vista del debutto al teatro Quirino, previsto il giorno 19 del primo anno dell’Italia finalmente libera dal nazifascismo. La regia è del quarantenne Luchino Visconti, le musiche di Renzo Rossellini, compositore e fratello minore di Roberto, e nel ruolo di Figaro c’è Vittorio De Sica, al cui fianco recitano Nino Besozzi, Lia Zoppelli, Vivi Gioi, Vittorio Caprioli, Maria Mercader, Antonio Pierfederici, Adolfo Celi. Sul calendario delle prove, accanto alle date di Capodanno e dell’Epifania c’è scritto a macchina «riposo», ma di suo pugno Visconti stabilisce una prova aggiuntiva «ore 16 – 20» per il 1° gennaio e un secco «lavoro – 5° atto» in programma il 6 gennaio.
È una testimonianza, fra le mille, del perfezionismo del sommo regista di cui oggi ricorre il centenario della nascita e in questo 2006 il trentennale della morte (Milano, 2 novembre 1906 – Roma, 17 marzo 1976). L’interesse del documento non è tutto qui. Altre note di diversa calligrafia sono vergate da Elmo De Sica, fratello e assistente di Vittorio, e specificano le disponibilità di quest’ultimo impegnato nelle stesse settimane come regista sul set di Sciuscià, film cosceneggiato dal tarantino Giulio Cesare Viola. Sul retro del foglio, difatti, figurano il calendario delle riprese e una sorta di lettera di intesa, una bozza stesa da Elmo, per conciliare i due lavori di Vittorio; accordo che De Sica e Visconti non firmarono, evidentemente intendendosi di persona.
Il reperto è uno dei tantissimi esposti nella splendida mostra «Luchino Visconti e il suo tempo», che si chiude oggi a Roma nell’Auditorium Parco della Musica. Durante e dopo la Festa del Cinema (13 – 21 ottobre) è stata visitata da decine di migliaia di persone, soprattutto giovani folgorati dalle «tracce» decisive nella ricostruzione della personalità di un maestro del Novecento europeo, quale Visconti fu, col suo eclettismo e l’imponente statura intellettuale ben di là dai talenti spesi nel cinema, nel teatro e nella musica.
La mostra, per la quale si meditano «trasferte» internazionali, è stata realizzata dal Comitato nazionale per le celebrazioni del Centenario viscontiano presieduto dallo storico barese Giuseppe Vacca, che guida anche la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, cui Uberta Visconti di Modrone – la sorella minore del «Conte rosso», soprannome del regista aristocratico e comunista – ha donato nel 1989 l’ineguagliabile Archivio Luchino Visconti. È un patrimonio che allinea centinaia di sceneggiature, copioni di scena, trattamenti e scalette; oltre 250 appunti non solo di regia; 122 bozzetti di scena e 65 figurini per costumi; 1600 lettere; 12.500 fotografie di scena, di set o personali; borderò di 117 spettacoli, cui si accompagnano decine di programmi di sala e locandine.
Dell’archivio fanno parte inoltre un’ampia raccolta di rassegne stampa, la ricca biblioteca dell’artista e una collezione di volumi dedicati alla sua attività. Fra queste carte hanno messo mano con un rigore scientifico pari solo alla «devozione», Elio Testoni e Caterina d’Amico de Carvalho, direttrice della Scuola nazionale di cinema e figlia di Suso Cecchi D’Amico, la bravissima sceneggiatrice sodale del regista dal 1945 fino alla morte di lui, lungo trent’anni in cui continuarono a darsi del lei nonostante l’affetto reciproco (Visconti la chiamava «Susanna» sebbene Suso sia invero un diminutivo di Giovanna, e lei con scherzosa deferenza lo appellava «Conte mio»).
Figli, fratelli, amici… Eppure non era una forma di sterile «nepotismo» ad animare quella stagione gloriosa del nostro cinema, bensì una spinta passionale ed ideale che riuscì a fare di necessità virtù e della povertà una risorsa. Così, ancora oggi autori del calibro dell’americano Martin Scorsese (vedi il filo-viscontiano L’età dell’innocenza) o dell’iraniano-rosselliniano Abbas Kiarostami si confessano discepoli di una parola magica del «made in Italy»: Neorealismo.
Nel documento delle prove al «Quirino» scovato da Caterina d’Amico, ritroviamo appunto iscritti i cognomi Visconti, Rossellini, De Sica. Erano «i componenti della grande triade che cambiò la faccia del cinema italiano. Se è giusto riconoscere che ciascuno dei tre portò avanti la propria opera senza venire influenzato dagli altri, dei rapporti comunque ci furono» – scrive Tullio Kezich in uno dei saggi introduttivi nel catalogo della mostra romana edito da Electa (altri contributi storico-critici di Testoni e Franco Serpa).
Intersezioni persino paradossali, ricorda Kezich, perché un malizioso De Sica narrava di essere stato «vanamente concupito dal duca Zizì, in fama di bisessuale; e, riferendosi a Luchino, suggellava la storiella con la grottesca battuta: “Potrei essere sua madre!”». Vero? Falso? Mah, di Zizì, padre di Luchino, si vociferò anche fosse stato l’amante della regina Elena, perché aveva acquistato una residenza romana, poi diventata il «covo» del regista e dei suoi amici antifascisti, in via Salaria 366, di fronte a Villa Savoia.
Certo è che Giuseppe Visconti di Modrone discendeva dalla famiglia che resse la signoria di Milano dal 1277, mentre la madre di Luchino era Carla Erba, ricchissima erede della prima industria farmaceutica italiana, nonché imparentata con la famiglia Ricordi. Si spiegano facilmente, quindi, nella biografia viscontiana sia la frequentazione della Scala fin dalla tenerà età sia il soggiorno parigino a metà anni Trenta, che, mentore Jean Renoir e tramite Coco Chanel, lo avvicinò al cinematografo.
Ad ogni modo, a proposito di… nepotismo e di onestà intellettuale, Il matrimonio di Figaro venne stroncato da Silvio d’Amico, principe dei critici teatrali dell’epoca, il quale l’anno precedente aveva manifestato la sua contrarietà verso La quinta colonna di Ernest Hemingway, tradotto dalla nuora Suso e messo in scena da Visconti al Quirino. Una «prima» segnata dallo scandalo per il turpiloquio e per una scena di sesso fra Carlo Ninchi e Olga Villi (la scenografia era di un certo Renato Guttuso).
Scandali che Visconti non avrebbe lesinato in palcoscenico, e basti ricordare per tutti quello suscitato dall’allestimento de L’Arialda di Testori nel ’60.
Né risparmiò salutari e leggendari choc al pubblico delle sale cinematografiche e alle giurie dei festival, fin da Ossessione, il suo primo film ispirato al Postino suona sempre due volte di James Cain (1943), un dramma fra dannazione e riscatto con Massimo Girotti e la Clara Calamai da poco «esplosa» per il seno nudo nella Cena delle beffe di Blasetti.
«Sul set di Ossessione – mormorava Girotti – c’erano dei problemi: Clara era innamorata di Luchino, Luchino era innamorato di me e io era innamorato di Clara». E mentre l’omosessualità di Visconti alimentava cattiverie ed ostracismi (si disse anche da parte del Pci, nonostante l’ammirazione di Togliatti), ecco uscire i suoi film calamitati/lacerati dall’epica o dalla storia, dall’eros o dalla rivoluzione, come La terra trema, Bellissima, Il gattopardo, Senso, Le notti bianche, fino a Rocco e suoi fratelli, tragica sinfonia degli emigranti lucani a Milano (1960), cui incredibilmente fu negato il Leone d’oro a Venezia.
Un capolavoro riproposto nel «cratere» del Petruzzelli pochi mesi fa e commentato in un prezioso dialogo fra Riccardo Muti e l’arcivescovo Francesco Cacucci. Qui a Bari, dove Visconti aveva trovato in Ugo Santalucia un produttore coraggioso fino a rovinarsi economicamente pur di riuscire a portare a termine Ludwig , nel 1972, quando il regista fu colpito da trombosi.
La mostra romana è costellata dai costumi di Piero Tosi, uno dei fedeli allievi e collaboratori del maestro destinati a diventare grandi a loro volta: Zeffirelli, Rosi, De Lullo, Mastroianni, Rotunno. E Tosi ha disposto di persona i suoi meravigliosi abiti viscontiani, ai quali si aggiunge un costume vermiglio firmato da Salvador Dalì per lo scespiriano Rosalinda (1948), tutti illuminati da fasci di fibre ottiche per esaltarne i colori nell’allestimento dei progettisti della «Fidanzia Sistemi» di Bari. Fra i principali sponsor della mostra, Fidanzia ha creato un percorso nitido, al tempo stesso didascalico ed emozionante; a ben pensarci, molto viscontiano.

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